Ramona Horvath, tra jazz, pop d’autore e pagine rare: l’orizzonte sonoro di «Absinthe» (Fresh Sound Records, 2025)

0
image_1365231_20251030_ob_d66bde_1-abraho

«Absinthe» si presenta come un progetto che tiene insieme rigore e fantasia, memoria e invenzione, radicamento nella tradizione e desiderio di rinnovamento. Horvath non mira mai l’effetto virtuosistico fine a sé stesso, opta invece per una configurazione musicale fondata sulla qualità del suono, sulla cura delle relazioni interne, sulla capacità di trasformare materiali eterogenei in un discorso unitario e coerente.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La vicenda artistica di Ramona Horvath trova in «Absinthe» una nuova soglia espressiva, costruita all’interno di un percorso che unisce formazione classica, memoria jazzistica sedimentata e una sensibilità armonica nutrita da anni di studio e di ascolto. La pianista, cresciuta a Bucarest in un ambiente in cui repertori tradizionali e musica colta convivevano con naturalezza, trasferisce in questo progetto una consapevolezza maturata nel tempo, affinata dalla vita parigina e consolidata da una discografia che, dal 2008 in avanti, ha delineato un profilo compositivo sempre più riconoscibile. La scelta di tornare in studio subito dopo l’esperienza di «Carmen’s Karma» non risponde a un impulso episodico, ma a un’urgenza creativa che trova nel trio un organismo vivo, coeso e pronto a reagire alle sue idee con prontezza e misura. André Villéger, Nicolas Rageau e Antoine Paganotti formano un nucleo sonoro che respira con lei, modellando un dialogo continuo in cui ogni gesto pianistico riceve una risposta calibrata, quasi fosse parte di un’unica frase musicale in espansione.

Il titolo «Absinthe» introduce un immaginario di rarefazione e chiaroscuro, evocando una sostanza che altera la percezione e amplifica le sfumature. Horvath trasforma questa immagine in principio estetico, organizzando un repertorio che alterna composizioni originali, pagine poco frequentate del jazz novecentesco e riletture di melodie pop degli anni Settanta e Ottanta. L’album si apre con una pagina firmata dalla pianista, un bolero di andamento medio che, nella sua geometria armonica, rimanda alla delicatezza di «African Flower» di Duke Ellington. La linea tematica procede con sobrietà, lasciando emergere un colore pianistico nitido, sostenuto da un basso che disegna un contrappunto discreto e da un drumming che privilegia la morbidezza del tocco e una pulsazione quasi cameristica. La lunga e suggestiva «Ballad For Very Tired And Very Sad Lotus Eaters» introduce il sax di Villéger, il cui profilo acustico richiama alla mente la scuola di Coleman Hawkins. Il suo fraseggio, costruito su un controllo rigoroso del vibrato e su una gestione sapiente delle dinamiche, conferisce alla composizione un’aura narrativa che si sviluppa senza forzature, come un racconto in cui ogni nota trova un posto misurato. Ramona Horvath, in tale cornice, opera per sottrazione, lasciando che il sassofono definisca la direzione emotiva, al fine di ritagliarsi uno spazio di intervento discreto, sempre attento all’equilibrio globale. Il nucleo centrale del lavoro si concentra sulle trasformazioni di melodie provenienti dal repertorio pop, rilette secondo una logica armonica che ne mette in evidenza la struttura interna e le pieghe meno evidenti. «Heal The World» di Michael Jackson, organizzata in un’alternanza tra 6/8 e 4/4, mostra come la pianista riesca a far emergere la cantabilità originaria senza rinunciare a un impianto jazzistico solido, sorretto da un basso saldo e da una batteria che asseconda i cambi di metrica con naturalezza. «Heather On The Hill», legata al nome di Nathan Hill, assume la fisionomia di una piccola sonata pianistica, costruita su un disegno tematico che sfrutta modulazioni morbide, sovrapposizioni di piani sonori e una distribuzione delle voci che richiama la scrittura impressionista francese. «Here I’ll Stay» di Kurt Weill invita nuovamente al proscenio Villéger, il quale s’inserisce nel gruppo con un fraseggio elegante, sostenuto da un accompagnamento che privilegia la chiarezza ritmica, nonché un uso misurato delle sostituzioni armoniche e delle cadenze eluse.

Le riletture di «How Deep Is Your Love», «Just The Way You Are», «Saving All My Love For You» e «You Are The Sunshine Of My Life» mettono in luce la capacità di far dialogare mondi apparentemente distanti. Le linee melodiche, riconoscibili nella loro essenza, vengono immerse in un contesto jazzistico che ne esalta la plasticità, facendo emergere sfumature spesso trascurate nelle versioni di riferimento. Il trio lavora con un equilibrio che rifugge l’effetto facile, ma preferisce una costruzione modulare, in cui ogni sezione si sviluppa con naturalezza, alternando densità accordale e zone più ariose, spazi di respiro e passaggi più incalzanti. Il versante maggiormente legato al repertorio storico si manifesta nelle interpretazioni di «I Know Why» di Harry Warren e «Your Love Has Faded» di Duke Ellington. In questi passaggi Ramona mostra una conoscenza approfondita del linguaggio pianistico del jazz classico, facendo affiorare echi di Red Garland, Tommy Flanagan e Jancy Korossy, il maestro che ha segnato in profondità la sua formazione. La mano sinistra, precisa e mobile, sostiene un discorso tematico che evita citazioni letterali, preferendo riferimenti filtrati, allusioni, micro-rifrazioni di stile che restituiscono un senso di continuità con la tradizione senza scadere nella semplice rievocazione.

L’intero progetto si presenta come un percorso sdoppiato ma coerente: da un lato la reinvenzione delle melodie che hanno accompagnato l’infanzia e la prima giovinezza della pianista, dall’altro l’esplorazione di pagine rare di Billy Strayhorn e di altri autori meno frequentati, inseriti in un contesto cameristico e allo stesso tempo fortemente narrativo. La duplicità non genera fratture, produce piuttosto un ordine interno riconoscibile, fondato sulla centralità della linea tematica e su una memoria musicale che attraversa epoche e repertori senza stabilire gerarchie rigide. L’immaginazione di Horvath costruisce incontri possibili tra Erroll Garner e Stevie Wonder, tra Red Garland e Michael Jackson, tra Tommy Flanagan e Billy Joel, trasformando il disco in un laboratorio di ipotesi sonore che trovano compimento nella pratica quotidiana del trio. Il contributo di Rageau e Paganotti risulta determinante per la riuscita del lavoro. Il contrabbasso disegna linee che alternano sostegno armonico, funzione di ancoraggio ritmico e interventi melodici puntuali, mentre la batteria lavora su un ventaglio di colori che privilegia la leggerezza, la trasparenza, la capacità di suggerire senza sovraccaricare, con un uso minuzioso di piatti, spazzole e risonanze. Villéger, nelle tracce in cui interviene, aggiunge una dimensione lirica che amplifica il respiro dell’ensemble, offre un controcanto espressivo che arricchisce la trama sonora e moltiplica i piani di ascolto. In sintesi, «Absinthe» si presenta come un progetto che tiene insieme rigore e fantasia, memoria e invenzione, radicamento nella tradizione e desiderio di rinnovamento. Horvath non mira mai l’effetto virtuosistico fine a sé stesso, opta invece per una configurazione musicale fondata sulla qualità del suono, sulla cura delle relazioni interne, sulla capacità di trasformare materiali eterogenei in un discorso unitario e coerente. Il disco invita a un ascolto attento, incline al dettaglio, pronto a cogliere le sfumature di un lavoro che, pur muovendosi nel solco di un linguaggio riconducibile al mainstream, rivela una personalità compiuta, lucida, ormai pienamente affermata nel panorama europeo.

Ramona Horvath Trio

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *