«Live At The Beaver Inn» del Tommaso Starace Organ Trio: tradizione afroamericana e sensibilità europea (Dodicilune, 2026)
Il trio restituisce dignità contemporanea a un linguaggio spesso ridotto a formula nostalgica, dimostrando come il jazz possa ancora conservare vitalità, eleganza e libertà senza bisogno di travestimenti concettuali o artifici estetizzanti.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Nel jazz contemporaneo europeo il formato dell’organ trio continua spesso a oscillare fra due derive opposte: da un lato la riproduzione calligrafica della tradizione soul jazz americana, dall’altro un aggiornamento artificiosamente modernista che finisce per smarrire la fisicità originaria di questo linguaggio. Tommaso Starace evita entrambe le scorciatoie e, in «Live at the Beaver Inn», restituisce invece al trio con Hammond una qualità sempre più rara: la naturalezza. Non quella legata alla semplicità esecutiva, naturalmente, bensì una spontaneità maturata attraverso decenni di ascolto, studio e pratica del repertorio afroamericano, assimilato senza mai trasformarlo in esercizio filologico.
La registrazione effettuata presso il «The Beaver Inn» di Appledore conserva integralmente la temperatura emotiva della performance dal vivo, lasciando affiorare rumori ambientali, reazioni del pubblico, piccole imperfezioni e microfratture ritmiche che contribuiscono a definire la verità del momento musicale. Nessuna sterilizzazione da studio, nessuna chirurgia post-produttiva destinata a levigare il gesto improvvisativo. Starace preferisce preservare il respiro autentico della serata, permettendo all’ascoltatore di percepire l’interazione collettiva nella sua dimensione più concreta e immediata. Il rapporto con la tradizione hard bop emerge con evidenza sin dalle prime battute, soprattutto nel modo in cui Starace plasma il fraseggio dell’alto sax. Cannonball Adderley rappresenta certamente una presenza riconoscibile, così come riaffiorano inflessioni parkeriane nella gestione delle accelerazioni bebop e nella costruzione delle linee ascendenti. Tuttavia, l’aspetto più interessante riguarda proprio la capacità del sassofonista milanese di evitare qualsiasi imitazione epidermica. Il suo suono possiede infatti una grana più asciutta, meno esplosiva rispetto al modello cannonballiano, mentre il fraseggio tende spesso a una sintesi narrativa molto europea, sorvegliata e calibrata, priva di sovraccarichi virtuosistici. Martin Jenkins svolge un ruolo decisivo nell’economia dell’ensemble. Il suo Hammond non ricerca mai l’effetto rétro oggi frequentemente associato allo strumento. L’organista preferisce lavorare sulla costruzione di una trama armonica mobile, ricca di sfumature blues e improvvise aperture gospel, mantenendo però una lucidità formale che impedisce al flusso improvvisativo di disperdersi. Le linee di basso affidate ai pedali non assumono una semplice funzione di sostegno ritmico; partecipano invece attivamente alla costruzione polifonica dell’insieme, dialogando costantemente con la batteria di Pip Harbon. Quest’ultimo evita accuratamente il ruolo del batterista motoristico, limitato alla semplice propulsione swingante. Harbon lavora piuttosto sulla qualità elastica del tempo, disseminando piccole irregolarità accentuative, leggere frizioni dinamiche e continui slittamenti interni che mantengono vivo il movimento collettivo. Tale sensibilità emerge con particolare evidenza in «Groovy Samba», dove l’influenza brasiliana non viene trattata come semplice coloritura esotica, bensì assorbita entro una scansione ritmica estremamente fluida. Il gruppo non indulge mai nella cartolina latin jazz da repertorio turistico; preferisce elaborare un andamento pulsante e poroso, nel quale le differenti matrici stilistiche convivono senza irrigidirsi.
La scelta del repertorio rivela una notevole intelligenza narrativa. Starace evita infatti gli standard più abusati del circuito mainstream e costruisce una sequenza di composizioni che permette al trio di evidenziare differenti possibilità espressive del formato Hammond. «We See» di Thelonious Monk conserva tutta la propria natura sghemba e imprevedibile. L’ensemble non tenta di normalizzare le asperità monkiane entro coordinate bop convenzionali. Starace e Jenkins insistono invece sulle dissonanze laterali della composizione, lasciando emergere quella particolare tensione fra ironia e instabilità che costituisce uno degli elementi più radicali della poetica monkiana. «Firm Roots» di Cedar Walton introduce un differente clima armonico. Qui il trio mostra una maggiore compattezza lineare, soprattutto nella relazione fra il fraseggio del sax e l’impasto accordale dell’Hammond. Starace evita qualsiasi enfasi retorica e preferisce sviluppare l’improvvisazione mediante microvariazioni ritmiche e leggere alterazioni motiviche. La costruzione narrativa procede allora per accumulo progressivo, senza brusche cesure o effetti spettacolari. «Stablemates» permette invece al gruppo di confrontarsi con la tradizione bop più sofisticata. La composizione di Benny Golson richiede infatti una particolare lucidità nella gestione delle modulazioni armoniche e delle tensioni interne. Starace affronta il materiale con notevole controllo sintattico, mantenendo sempre percepibile il disegno melodico anche nei passaggi più densamente articolati. Jenkins, dal canto suo, evita qualunque saturazione timbrica, distribuendo gli accordi con una chiarezza quasi cameristica. L’inserimento di «Misty» rappresenta uno dei momenti più delicati dell’intero concerto. Un episodio così frequentemente eseguito avrebbe facilmente potuto scivolare nel sentimentalismo prevedibile. Il trio sceglie invece una via più sobria e introspettiva. Starace lavora sulle sospensioni del fraseggio, sui vuoti respiratori e sulle sfumature dinamiche, lasciando che la melodia emerga gradualmente senza mai essere sovraccaricata da enfasi emotive. L’Hammond di Jenkins costruisce allora una velatura armonica discreta, quasi trasparente, che sostiene il sax senza mai inglobarlo. «Fungii Mama» restituisce all’ensemble la dimensione più direttamente blues-oriented del repertorio. Qui emerge con chiarezza il legame profondo del trio con certa tradizione soul jazz degli anni Sessanta, soprattutto nella gestione della pulsazione e nella qualità corporea del groove. Tuttavia, anche nei momenti più energici, il gruppo conserva una lucidità esecutiva che evita qualsiasi deriva muscolare o compiaciuta. «Voyage» conclude il percorso lasciando affiorare una dimensione più aperta e contemplativa. La composizione di Kenny Barron permette infatti al trio di lavorare maggiormente sulla qualità dello spazio sonoro e sulle risonanze interne del fraseggio. Starace modella linee melodiche di notevole eleganza, sostenuto da un accompagnamento che evita ogni rigidità armonica.
L’aspetto forse più convincente di «Live at the Beaver Inn» riguarda proprio l’attitudine dell’ensemble di mantenere vivo il senso comunitario della pratica jazzistica. Nulla appare costruito per impressionare. Il trio preferisce coltivare una conversazione musicale continua, nella quale ogni intervento nasce dall’ascolto reciproco e dalla fiducia collettiva nel fluire dell’improvvisazione. Tommaso Starace conferma così una maturità artistica lontana tanto dall’accademismo europeo quanto dalla sterile imitazione americana. Il suo trio restituisce dignità contemporanea a un linguaggio spesso ridotto a formula nostalgica, dimostrando come il jazz possa ancora conservare vitalità, eleganza e libertà senza bisogno di travestimenti concettuali o artifici estetizzanti.

