«Forward» di Acquaphonica, un ponte armonico tra stili e linguaggi (Folderol Records, 2026)
«Forward» si attesta come un capitolo di rilievo nel percorso di Acquaphonica: non un semplice avanzamento cronologico, ma un’espansione consapevole del proprio orizzonte poetico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Forward», quarto approdo discografico di Acquaphonica, si delinea impone come l’esito maturo di una traiettoria artistica che, sin dal 2010, ha fatto della sperimentazione un principio fondativo. Il progetto ideato dalla pianista e compositrice Federica Colangelo si distingue per una tessitura sonora in cui il lessico del jazz contemporaneo, le eredità della musica colta novecentesca europea e statunitense, e le sofisticazioni ritmiche della tradizione carnatica convergono in una scrittura di marcata riconoscibilità.
In questo nuovo lavoro, l’organico si rinnova secondo una prospettiva che privilegia l’interazione dialettica: al pianoforte si affiancano Igor Legari e Giovanni Nardiello, interpreti dotati di un solido retroterra improvvisativo e di una pronunciata individualità espressiva. La loro presenza non si limita a un apporto esecutivo, ma alimenta una dinamica interna capace di ridefinire costantemente l’assetto timbrico e formale dell’ensemble. A ciò si aggiunge l’intervento di B. C. Manjunath, figura eminente della percussione dell’India meridionale, il cui dominio di mridangam e konnakol introduce una dimensione ritmica di straordinaria articolazione. L’intelaiatura di «Forward» sfugge a una lettura riduttiva in termini di semplice contaminazione. Piuttosto, si delinea come un dispositivo generativo in cui sistemi eterogenei entrano in relazione, si trasformano reciprocamente e producono configurazioni inedite. Le strutture elaborate da Colangelo si confrontano con la prassi percussiva carnatica in un continuo processo di ridefinizione, dando luogo a un campo sonoro mobile, attraversato da tensioni fra impulso metrico, sviluppo formale e intuizione estemporanea. In filigrana, si avverte l’eco di riferimenti che spaziano da Charles Ives a Philip Glass, da John Cage a Igor Stravinsky, rielaborati senza intento citazionistico ma come materiali assorbiti in un idioma personale. Tale stratificazione culturale non appesantisce il discorso musicale; al contrario, ne amplifica la profondità semantica, offrendo all’ascolto un’esperienza che coniuga rigore progettuale e apertura all’imprevedibile.
L’opener, «Forward», si estende oltre i dieci minuti come un vero e proprio spazio processuale introdotto da vocalizzo scioglilingua: cellule ritmiche si aggregano e si disarticolano, mentre il pianoforte di Federica Colangelo traccia linee che oscillano fra rigore strutturale e libertà improvvisativa. L’intervento percussivo di B. C. Manjunath non si limita a sostenere, bensì innerva il discorso con una poliritmia cangiante, generando una tensione che attraversa l’intera durata. «Jekov» presenta un carattere più raccolto, quasi meditativo, pur senza rinunciare a una complessità sottesa. Il contrabbasso di Igor Legari disegna un tessuto profondo e mobile, sul quale la tastiera elabora figurazioni che sembrano alludere a una cantabilità trattenuta, mai pienamente esplicitata. In «Nazim Hikmet», l’evocazione del poeta Nazim Hikmet si traduce in una scrittura attraversata da slanci lirici e improvvise cesure. La materia sonora si arricchisce, lasciando emergere contrasti dinamici che suggeriscono un’urgenza espressiva, quasi declamatoria. «And There Will Be Deep, Calm Water» si distingue per una distensione timbrica che non coincide con immobilità. L’andamento appare sospeso, ma al suo interno si agitano micro-variazioni ritmiche e armoniche che ne impediscono qualsiasi staticità, configurando una quiete solo apparente. Il ritratto implicito di Joyce Lussu in «Joyce Lussu» si articola attraverso un linguaggio essenziale, talora frammentato. La batteria di Giovanni Nardiello interviene con discrezione, privilegiando timbri rarefatti e accenti misurati, quasi a suggerire una memoria che si costruisce per sottrazione. Con «Margherita Hack», dedicata alla celebre astrofisica Margherita Hack, il discorso si amplia nuovamente: linee ascendenti, aperture armoniche e una maggiore luminosità complessiva delineano un orizzonte sonoro che sembra evocare tensioni cosmiche, senza indulgere in descrittivismi. La chiusura, affidata a «Resistance», condensa molte delle istanze emerse in precedenza. L’energia ritmica si intensifica, ma non sfocia mai in una dimensione puramente assertiva: piuttosto, si avverte una resistenza intesa come persistenza, come attitudine cangiante del materiale musicale, in cui il materiale resta poroso, attraversato da continue ridefinizioni interne senza dissolversi,
Registrato presso l’Entropya Recording Studio di Perugia, con la presa del suono affidata a Gabriele Ballabio e la rifinitura di Stefano Bechini, il lavoro si segnala anche per una resa acustica nitida, capace di restituire con precisione le minime sfumature dinamiche e timbriche. «Forward» si attesta così come un capitolo di rilievo nel percorso di Acquaphonica: non un semplice avanzamento cronologico, ma un’espansione consapevole del proprio orizzonte poetico. L’articolazione interna di «Forward» rivela una costruzione attentamente calibrata, in cui ciascuna traccia partecipa a un disegno complessivo senza rinunciare a una propria autonomia semantica.

