«Portrait» di Stan Getz Quartet Featuring Chick Corea: il jazz come processo di ridefinizione continua

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«Portrait» s’ impone come testimonianza di un momento in cui il jazz, lungi dal consolidarsi in forme definitive, sceglieva di esporsi a una continua ridefinizione dei propri confini, affidando alla tensione collettiva del quartetto il compito di mantenere vivo un equilibrio mai completamente risolto.

// di Aldo Gradimento //

La registrazione di «Portrait», attribuita allo Stan Getz Quartet con Chick Corea e pubblicata dall’etichetta Lotus Records nel 1980, restituisce un frammento sonoro che appartiene pienamente alla stagione di passaggio del jazz dei primi anni Settanta, quando le grammatiche consolidate del post-bop iniziarono a cedere il passo a una mobilità più instabile, attraversata da tensioni modali, innesti elettrici e una diversa concezione della forma improvvisativa. Il documento proveniente dal concerto di Montreux del 23 giugno 1972, si attesta in un punto nodale della traiettoria di Getz, laddove il lirismo disteso della stagione bossa nova viene progressivamente riassorbito entro un contesto armonico più nervoso, meno accomodante, aperto alla discontinuità. Il dialogo con Chick Corea non assume mai i contorni di una semplice compresenza stellare. Corea interviene come vero e proprio principio di riorganizzazione del materiale musicale, apportando un sistema di relazioni armoniche in costante slittamento, nel quale le progressioni non cercano risoluzione quanto piuttosto espansione. Stanley Clarke e Tony Williams amplificano tale assetto con una sezione ritmica che rifiuta qualunque funzione meramente accompagnatoria, sostituendola con una costante attività di rilancio e destabilizzazione del tempo. La pulsazione non si limita a sostenere, ma agisce come agente drammaturgico, continuamente esposto a fratture interne e ricomposizioni improvvise.

«Captain Marvel» apre il percorso con un’opulenza ritmica che evidenzia immediatamente la distanza da qualunque idea di jazz come superficie levigata. Il sax tenore di Getz, qui meno disteso rispetto alla sua fisionomia più nota, adotta una postura più tagliente, quasi obbligata a confrontarsi con l’energia centrifuga del gruppo. Le linee non scorrono in modo lineare, piuttosto si insinuano tra gli interstizi lasciati dalla scrittura pianistica di Corea, che frammenta il discorso in cellule brevi, ritmicamente instabili, spesso orientate verso una dissoluzione del centro tonale. «Day Waves» accentua ulteriormente questa condizione di instabilità controllata. Il materiale melodico non si dipana secondo una traiettoria evolutiva tradizionale, preferendo invece una successione di micro-eventi sonori che si rispondono per riflesso. Getz costruisce frasi che sembrano emergere e ritrarsi immediatamente, come se la continuità narrativa venisse deliberatamente sospesa per lasciare spazio a una forma di pensiero musicale frammentario. Clarke e Williams, in questo contesto, agiscono come catalizzatori di energia ritmica, moltiplicando le direzioni possibili del tempo. La lettura di «Lush Life» introduce un cambiamento di temperatura espressiva. La composizione di Billy Strayhorn, così spesso associata a una dimensione elegiaca e contemplativa, viene qui sottoposta a una ridefinizione interna che ne evidenzia le zone di ambiguità armonica. Getz non indulge in una cantabilità lineare, ma preferisce scavare nelle ombre del tema, lasciando che la melodia si deformi progressivamente entro un quadro armonico che Corea mantiene volutamente aperto, privo di chiusure definitive. L’effetto complessivo non tende alla nostalgia, bensì a una sospensione analitica della memoria melodica. «Windows» rappresenta uno dei momenti di maggiore coerenza interna dell’intero concerto. La scrittura di Corea, già di per sé incline a una concezione mobile della forma, viene qui amplificata dall’interazione con Getz, che ne assorbe le curvature armoniche senza mai neutralizzarne le asperità. Il risultato si colloca in una zona intermedia tra controllo e dispersione, dove la linearità del discorso si frammenta in una costellazione di episodi interdipendenti. Il vertice dell’esibizione si concentra in «La Fiesta», dove la tensione ritmica raggiunge una configurazione quasi incandescente. La matrice latino-americana del materiale compositivo non viene trattata come elemento decorativo, ma come struttura pulsante su cui si innestano continue variazioni improvvisative. Williams moltiplica le articolazioni ritmiche con una libertà che sfiora il disordine controllato, mentre Clarke costruisce linee di basso che non sostengono semplicemente l’armonia, ma la interrogano costantemente. Getz si inserisce in questo tessuto con un fraseggio che alterna aggressività e lirismo, senza mai cedere a una stabilizzazione definitiva del proprio ruolo.

L’intero documento sonoro si pone in una fase di mutazione cruciale per il jazz statunitense, nella quale la distinzione tra scrittura e improvvisazione perde progressivamente rigidità, lasciando spazio a forme ibride di composizione istantanea. In questo senso, «Portrait» non documenta soltanto un concerto, ma un passaggio di stato del linguaggio musicale, nel quale la tradizione del cool jazz viene riassorbita entro una nuova ecologia sonora, più esposta al rischio, alla frizione, alla discontinuità. A ciò si aggiunge la singolare questione filologica legata all’edizione Lotus, caratterizzata da errori di stampa nei titoli delle tracce, dove «Sweet Rain», «Wee» e «Night Time Street» sostituiscono impropriamente i titoli reali di «Captain Marvel», «Day Waves» e «Windows». Tale discrepanza non incide soltanto sul piano catalografico, ma contribuisce a stratificare ulteriormente la natura del documento, quasi che la sua identità si definisca anche attraverso una deriva testuale parallela rispetto alla musica effettivamente suonata. In questa sovrapposizione di piani, «Portrait» s’ impone come testimonianza di un momento in cui il jazz, lungi dal consolidarsi in forme definitive, sceglieva di esporsi a una continua ridefinizione dei propri confini, affidando alla tensione collettiva del quartetto il compito di mantenere vivo un equilibrio mai completamente risolto.

Stan Getz Montreux 1972

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