Jeremy Pelt Quintet

// di Roberto Biasco //

Tra le numerose rassegne estive, non solo di Jazz, che offre la capitale, Jazz & Image si è conquistata da tempo uno spazio importante, sia per l’indubbia qualità artistica, garantita dall’esperto management dell’Alexanderplatz, lo storico locale che cura da sempre la programmazione della rassegna, sia per la location assolutamente incantevole, visto che ci troviamo nel cuore della Passeggiata Archeologica, con palco con vista diretta sul Colosseo e nella frescura del bar – ristorante protetto dalle alte chiome dei pini di Roma. Anche quest’anno il cartellone prevede una carnet internazionale di artisti di vaglia, tra i quali il giovane sassofonista Dyana Stephens che ha aperto il festival, Noa, Frank Gambale, Toninho Horta, Eddie Gomez, Sherman Irby & Darril Green, Enrico Pieranunzi.

Tra i tanti ospiti spicca nettamente il talento del trombettista Jeremy Pelt – classe 1976 – che fa parte di quel folto gruppo di “ex giovani talenti” venuti prepotentemente alla ribalta a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo secolo, propugnando una rilettura ed una rielaborazione del linguaggio specificamente jazzistico, riprendendo e dando nuova linfa al “modern mainstream” , o per meglio dire all’Hard Bop più evoluto, cercando nuove vie e guardando al futuro senza per questo rinnegare la tradizione. Parliamo quindi della generazione dei vari J.D. Allen, Nicholas Peyton, Orrin Evans, James Brandon Lewis, tanto per citare solo i più noti tra i quarantenni oggi sugli scudi. Jeremy Pelt è un solista ormai maturo avendo alle spalle oltre vent’anni di carriera, sia come sideman di lusso, che come leader di propri progetti, come ben dimostrato da una ricca discografia su prestigiose etichette “di nicchia” come la Max Jazz e la High Note, che continuano a proporre rigorosamente musica afroamericana senza compromessi. Lo stile di Pelt poggia “sulle spalle dei giganti”, riprendendo la grande eredità del passato si ricollega, ancora una volta, all’albero genealogico che partendo da Clifford Brown giunge fino ai nostri giorni, passando per il magistero imprescindibile di Lee Morgan, Freddie Hubbard, Woody Shaw, fino ai contemporanei come il compianto Roy Hargrove.

Il suo limpido eloquio ed il suo suono pieno e al tempo stesso flessibile, scattante e ricco di swing riassume le suggestioni di questa enorme eredità artistica e culturale. Al tempo stesso come musicista e compositore è alla ricerca di nuovi colori e di nuovi orizzonti, circondandosi di giovani talentuosi, come perfettamente dimostrato nel recente tour in Italia, ed in particolare nei due concerti tenuti a Roma il 2 e 3 luglio scorsi. Già nei primi due brani proposti si palesa immediatamente il livello artistico del quintetto sul palco, che sciorina da subito un hard bop modale, fresco e perfettamente attuale, arricchito timbricamente dalla chitarra elettrica del giovanissimo Misha Mendelenko, nativo di Kiev e trasferitosi negli stati Uniti, dove ha completato la propria formazione musicale.

Dopo la presentazione della band il concerto prosegue alternando brani veloci e ballads e proponendo brani originali tratti dal repertorio dei più recenti album, tra cui “Soundrack” del 2022. Nella ballad “For Whom I Love so Much” è il giovane Jalen Baker a mettersi in mostra con uno stupefacente assolo al vibrafono, dimostrando senza ombra di dubbio tutto il suo valore. Ma tutta la band, ed in particolare la sezione ritmica con Leighton Harrell, magnifico contrabbassista, e Jared Spears alla batteria, ad essere perfettamente calibrata nel disegno complessivo dell’architettura del gruppo. Quanto al leader lascia il segno a metà concerto nell’incipit di una ballad, sfoderando una cadenza di oltre tre minuti suonata “a cappella”, in perfetta solitudine, profondamente ispirata e ricca di pathos, condotta con sicurezza magistrale, che lascia letteralmente a bocca aperta gli spettatori.

Jeremy Pelt nasce da una famiglia di attori, ed in particolare suo padre – Timothy Pelt – è stato un noto attore di cinema, alla cui memoria ha dedicato un brano “Rosè”, staccato su di un tempo veloce e impreziosito da un’incalzante dialogo tra contrabbasso e vibrafono. Il concerto si chiude con un brano tratto dal nuovissimo album “Tomorrow is Another Day” (High Note 2024) dedicato al grande artista Basquiat, nel quale il giovane e timido Misha Mendelenko sfodera inaspettatamente un rovente assolo di chitarra in perfetto stile rock-fusion. Un concerto quindi di alto livello che riesce ad essere perfettamente godibile, non solo dai cultori del genere, ma anche dal più vasto pubblico che affolla le arene estive, mantenendo però intatta la propria identità artistica e senza dover cedere a compromessi di sorta. Jeremy Pelt negli ultimi anni ha avuto l’opportunità di suonare spesso in Italia, confidiamo quindi di avere l’opportunità di ammirarlo nuovamente quanto prima.

Jeremy Pelt- tromba

Jalen Baker- vibrafono

Misha Mendelenko – chitarra

Leighton Harrell- contrabbasso

Jared Spears- batteria

Jeremy Pelt

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