Il valore intrinseco del concept sonoro risiede soprattutto nell’elevato grado di perizia strumentale delle esecuzioni e nella capacità dei tre sodali di stimolare nel fruitore situazioni immaginifiche molteplici, narrate come le varie fasi di un viaggio che dal profondo e dall’intimo emerge progressivamente in superficie.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La poetica e l’estetica sonora di Dino Rubino sono la risultante di un perfetto amalgama tra elementi jazzistici post-bop, essenze blues; un prêt-à-porter della fruizione, fra tematiche immediatamente cantabili ed intellegibili, leggerezza espressiva e melodie a facile combustione. Il pianista siciliano ha dato di recente alle stampe «Solitude», un concept in tre parti spalmato su tre dischi, suonato in trio, con trentatré canzoni, della durata complessiva di tre ore e tre minuti. Un progetto in cui il 3 sembra essere davvero il numero vincente e non solo per «fatal combinazione». «Prima di entrare in studio, avendo compreso che la musica scritta da me era tanta, mi era passato per la mente di registrare trentatré brani originali per poi pubblicare un triplo, giocando sul numero tre», dice Rubino. «Dopo pochi minuti, l’idea svanì, mi sentivo in gabbia con simili costrizioni. Alla fine della registrazione in studio mi sono reso conto che, tra originali e standard, i brani erano trentatré. Parlando poi con Paolo (Fesu) si è pensato di pubblicare un triplo».

«Solitude», come già detto, è un lunga maratona sonora in tre volumi, due imperniati su composizioni originali ed un terzo di standard, tranne «Chat With Chet», unico inedito del terzo CD, che Rubino descrive così: «Non mi reputo un ex trombettista, probabilmente sono un trombettista anomalo ma non «ex». Questo brano l’ho scritto dedicandolo a Chet Baker e pensando alla tromba di Paolo che lo avrebbe suonato». È interessante sottolineare il fatto che dopo circa un decennio il pianista sia ritornato in configurazione trio: Dino Rubino piano, Marco Bardoscia contrabbasso e Stefano Bagnoli batteria. I componimenti inediti, a firma Rubino, sembrano subito più risolti, per quanto complessi e mai prevedibili. Nelle note di copertina c’è una frase di Alda Merini: «Ognuno di noi ha vissuto qualcosa che l’ha cambiato veramente». Tutto ciò assume la valenza di un manifesto programmatico e, sicuramente, da suddetta citazione traspare un desiderio di cambiamento. La fase eccessivamente criptica, critica ed intimista sembrerebbe essere completamente superata, attraverso un’architettura tematica espansa ed attratti gioiosa, ricca di escursioni dinamiche, per quanto non è raro incrociare nella scrittura del musicista siciliano delle iterazioni melodiche, strutturate come riff, i quali subiscono parzialmente delle lievi variazioni – più che tipo ritmico e percussivo – tese ad assecondare le naturali evoluzioni armoniche del costrutto sonoro. I tre sodali sembrano avvolti in uno stato di grazia esprimendosi con un stile garbato, intenso, vivido, pacato e sorgivo al contempo. Un lavoro di confluenza e di affluenza che sonda innumerevoli terreni musicali contigui al jazz: «Amo la musica a 360 gradi: la canzone d’autore, il rock, il folk, il blues, il jazz, la classica», afferma il pianista catanese. Così dicendo il Nostro ammannisce il popolo dei suoi cultori, sempre più numeroso, con un’opera imponente ed ambiziosa, mentre affina le armi per la partecipazione a tour teatrale di Paolo Fresu dedicato a Miles Davis.

È come se pianista avesse più voglia di raccontare, dimostrare e di raccontarsi, più che di stupire o di dimostrare. Il pianoforte secerne generosamente a getto continuo idee ricche di sfumature e cromatismi che trovano la piena compliance nel contrabbasso di Bardoscia, il qualegarantisce un substrato sommesso ed insieme risolutivo; mentre la batteria risulta determinante in funzione dell’apporto energetico, soprattutto, alla bisogna, riesce a circostanziare il groove con equilibro e calibratura manuale. Buona parte parte del repertorio si muove tra ballad e stilizzazioni ritmico-armoniche di tipo mid-range, tra pulsazioni esotiche, sguardi al passato e rimandi eurodotti, all’interno di una sinergica e misurata scala dialogica fra le singole parti in causa. Molti brani sono contrassegnati da nomi di donna: «Nina», «Giorgia», «Emy», «Rosa», «Donna Lee», quali dediche, storie di amicizia, di amori e di affetti. Ci sono perfino due nomi maschili: Aldo e Paolo. «Song For Aldo» è dedicata ad Aldo Romano, «Song For Paolo» a Paolo Fresu. Per contro, un titolo come «Solitude», al primo impatto, potrebbe risultare ingannevole, poiché dà l’idea di un album in solitaria, mentre tale denominazione è riferita al famoso standard di Duke Ellington. In fondo come dice lo stesso Rubino: «La dimensione che mi piace di più è quando la musica scorre, che sia in solitaria, trio, quartetto o orchestra non importa».

Il valore intrinseco del concept sonoro risiede soprattutto nell’elevato grado di perizia strumentale delle esecuzioni e nella capacità dei tre sodali di stimolare nel fruitore situazioni immaginifiche molteplici, narrate come le varie fasi di un viaggio che dal profondo e dall’intimo emergono progressivamente in superficie. Sostiene Rubino: «C’è un preciso momento nella vita, almeno per me è stato così, in cui si decide di partire, di intraprendere un viaggio ignoto. Io, di quel momento, ricordo giorno, mese e anno. Poi ci vuole coraggio, costanza e resistenza per continuare il viaggio». Il modulo creativo ed espositivo del pianista catanese si sostanzia attraverso un preciso catalogo espressivo in cui ritmo, flusso accordale e sviluppo tematico creano effetti evocativi, rinfrancanti, elegiaci, sentimentali, fortemente lirici e capaci di risucchiare il fruitore in una spirale di emozioni. L’impianto sonoro è pressoché ordinato ma non ordinario, equilibrato ma non manieristico, mai trasversale, indisciplinato o desideroso di fughe improvvisative nella terra di nessuno, al contempo, però, capace di destare meraviglia, grazie alla variegato background musicale dell’attore protagonista. A suggello le parole di Rubino che sanno essere alquanto esaustive: «Amo la musica tout-court, e tutto ciò lo porto con me, nelle cose che scrivo, negli ascolti giornalieri, nei viaggi tra un luogo e l’altro. Viaggiando molto mi capita di associare un hotel, una piazza, una via, un teatro, un determinato punto di una città ad una canzone che in quel preciso momento mi accompagnava».

Dino Rubibo by Pino Ninfa

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