«Wanderlust» di Mattia Zanlorenzi tra coerenza discorsiva e progressiva astrazione (Dodicilune, 2026)
La pulsazione interna, mai schiava del metronomo, acquista ampiezza lungo traiettorie che svelano il mistero dell’atto compositivo, consegnando all’ascolto un progetto coraggioso, intimamente provocatorio e privo di qualsiasi tentazione emulativa.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Wanderlust», del batterista Mattia Zanlorenzi, edito da Dodicilune s’inscrive in una linea di ricerca speculativa che elegge la figura di Paul Motian a baricentro di un’indagine onomastica ed estetica. Coadiuvato da Claudio Lodati alle chitarre e ai dispositivi elettronici e da Danilo Gallo al basso e alla balalaika, il leader dispone un’architettura sonora che rifugge la mera celebrazione filologica. Sulla scorta delle tesi accademiche dedicate al musicista di Filadelfia, Zanlorenzi modella una materia fonica in cui la scansione temporale si libera da ogni vincolo gravitazionale, per approdare a una dimensione di puro respiro improvvisativo.
Le nove pagine musicali proposte alternano la produzione autografa di Motian a componimenti originali del batterista, delineando un percorso di mutazione interiore più che una successione cronologica di eventi. Nelle riletture il trio s’identifica con un’estetica della sottrazione, dove ogni evento acustico acquista l’autonomia di un’entità isolata e, al contempo, necessaria. La fisionomia del suono asimmetrica si sottrae alla tirannia della struttura tradizionale mediante una fluidità fraseologica che predilige l’ellissi alla riaffermazione del tema. All’interno dei componimenti firmati da Zanlorenzi, il disegno armonico si fa rarefatto, quasi a voler evocare talune scomposizioni cromatiche, in cui la stratificazione dei piani sonori suggerisce una profondità spaziale che va oltre il dato uditivo immediato. L’atto espressivo di Danilo Gallo, arricchito dall’impiego della Farfisa e della noise box, garantisce una velatura acustica cangiante, mentre gli interventi solistici di Lodati si muovono tra albe cosmiche e modulazioni sintetiche di raffinata fattura. Tale assetto esecutivo permette alla musica di fluttuare in un equilibrio instabile, rifiutando la replica di modelli predefiniti e votandosi a una libertà che non ammette dominio alcuno.
La gestione delle poliritmie in «Wanderlust» rivela una consuetudine profonda con la scomposizione del tempo tipica dell’ultima stagione creativa di Paul Motian, in cui il battito cessa di fungere da asse gravitazionale per farsi flusso elastico ed immateriale. Mattia Zanlorenzi modella una materia fonica che s’identifica con la tecnica del broken time drumming, dove il dialogo tra gli arti si frammenta in accenti spostati e sincopi non risolte, rifuggendo l’ostinata iterazione del metro per favorire una geometria timbrica in cui il piatto ride non mantiene un pattern fisso ma interagisce con il silenzio. Sulla scorta di tale approccio, l’artista dispone raggruppamenti irregolari e frazionamenti ritmici che si sovrappongono alla pulsazione implicita, creando una tensione costante tra la struttura e la sua negazione, quasi a voler emulare le procedure di scomposizione spaziale proprie del cubismo analitico. In taluni passaggi, l’atto espressivo si sposta dalla scansione alla coloritura, con l’ausilio di un fraseggio che privilegia la distribuzione delle voci su tutta la superficie dei tamburi, trasformando lo strumento a percussione in un generatore di altezze relative e di risonanze simpatetiche. Tale sensibilità pittorica s’incunea nel tessuto armonico del trio, permettendo al basso di Danilo Gallo di muoversi in un’indipendenza metrica assoluta e a Claudio Lodati di dilatare la percezione temporale mediante velature acustiche sintetiche, in una convergenza che ricorda le teorie sul tempo non lineare. Il disegno musicale di Zanlorenzi si connota dunque per un rigore che trasforma la poliritmia in uno strumento di indagine ontologica, dove la scomposizione del tempo non risponde a un mero calcolo matematico, bensì alla necessità di far affiorare una dimensione poetica in bilico tra il rigore della forma e l’imprevedibilità del procedimento improvvisativo.
L’esame analitico di «Wanderlust» rivela una coerenza discorsiva che si dipana lungo una traiettoria di progressiva astrazione, segnata da «Sod House» in cui il trio rilegge Motian attraverso una lente di estrema rarefazione timbrica. In questo contesto, il profilo acustico si sposta verso una frammentazione del battito che prepara il terreno alla successiva «Psalm», composizione dove la solennità del tema viene preservata mediante un disegno armonico di stampo quasi cameristico, sorretto dal registro grave di Danilo Gallo ed impreziosito dalle velature sintetiche di Claudio Lodati. Il percorso mutazionale prosegue con «In the year of the Dragon», in cui Zanlorenzi modella una struttura ritmica più cauta, facendo leva su poliritmie che non saturano lo spazio ma ne definiscono i volumi, lasciando che la chitarra di Lodati inauguri traiettorie solistiche di rara eloquenza melodica. Con «India», la scomposizione del tempo raggiunge un vertice di tensione speculativa, trasformando la danza rituale del tema originale in un’esplorazione di risonanze simpatetiche e di micro-variazioni dinamiche che sfidano la percezione lineare della durata. L’ingresso nel corpus delle composizioni autografe segna un ulteriore scarto sintattico, a partire da «Enigma», che si connota per un’aura fonica di sottile inquietudine, dove il silenzio acquista la medesima dignità del suono e l’interplay fra i tre esecutori si attesta su un equilibrio instabile di grande fascino intellettuale.
In «Corsa», l’andamento sintattico si fa più stringente, non già per una banale accelerazione metrica, ma in virtù di una sovrapposizione di cellule motiviche che s’inseguono senza mai confluire in una risoluzione univoca, quasi a voler evocare le scomposizioni prospettiche d o le iterazioni modulari di una scultura. «Beyond time» rappresenta forse il baricentro filosofico dell’opera, poiché in essa il tempo musicale si dissolve in un respiro elastico che non ammette più divisioni in battute, ma soltanto un fluire di eventi sonori che affiorano e svaniscono nel tessuto di un’improvvisazione radicale. La tensione verso l’immateriale trova una sintesi definitiva in «Assenza» ed «Altrove», titoli che sottintendono una volontà di superamento del dato materico per approdare a una pura fenomenologia del suono. Se in «Assenza» la sottrazione diventa il principale motore compositivo, portando l’ascoltatore a confrontarsi con la nudità del gesto strumentale, in «Altrove» il trio conclude il pellegrinaggio con un’apertura verso territori acustici inesplorati, in cui l’uso plurivoco delle strumentazioni genera un paesaggio sonoro di densità quasi orchestrale. L’intero compendio si rivela così un’opera di solida formazione accademica che sa farsi carne e spirito, evitando le secche del cerebralismo per restituire una visione del jazz contemporaneo intesa come atto di resistenza poetica e di costante ricerca dell’ignoto. La pulsazione interna, mai schiava del metronomo, acquista ampiezza lungo traiettorie che svelano il mistero dell’atto compositivo, consegnando all’ascolto un progetto coraggioso, intimamente provocatorio e privo di qualsiasi tentazione emulativa.

