Marcello D’Ippolito & Ragtime Bubu Band con «Ragtime The Smile of Music»: il sorriso della sincope (Encore Music, 2026)
Siamo alle prese con disco che richiede un ascolto attento, finalizzato a cogliere, dietro l’apparente brio delle sincopi, una ricerca intellettuale volta a definire una nuova via italiana al classicismo jazzistico. Un lavoro che, pur rispettando i canoni del genere, ne sposta l’orizzonte verso una contemporaneità colta e profondamente umana.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il ragtime rappresenta, nella genealogia della musica afroamericana, il momento di massima frizione e sintesi tra il rigore formale della tradizione colta europea e l’irruenza poliritmica del Nuovo Mondo. Genere essenzialmente pianistico, fondato sulla contrapposizione tra il basso regolare in battere (il cosiddetto oom-pah) e una melodia costantemente spostata in levare, esso ha codificato un’estetica della precisione che Marcello D’Ippolito, con il suo più recente progetto discografico, eleva a strumento di indagine esistenziale.
In «Ragtime The Smile Of Music», D’Ippolito e la Ragtime Bubu Band operano una raffinata decostruzione dell’archetipo scott-jopliniano per restituirgli una vitalità contemporanea, spogliandolo della patina polverosa da cinema muto per reintegrarlo nel flusso del jazz moderno. L’album si configura come un saggio sonoro sulla resilienza: il «sorriso» citato nel titolo non allude a una superficiale gaiezza, bensì alla capacità della forma-rag di ordinare il caos emotivo attraverso una disciplina ritmica ferrea ma elastica. L’architettura del disco poggia su una prassi esecutiva che privilegia l’interplay tra gli ottoni e il pianoforte, motore immobile dell’intero impianto armonico. La partecipazione di solisti del calibro di Fabrizio Bosso e Nico Gori non rappresenta un mero esercizio di virtuosismo, ma una scelta timbrica funzionale all’espansione dei confini del genere. In tracce come «Bubu Rag», la scrittura di D’Ippolito dimostra una padronanza della sintassi classica, pur innestando variazioni melodiche che guardano allo swing più evoluto. L’intervento degli ospiti arricchisce la trama sonora con una gestione del fraseggio che alterna momenti di lirismo puro a improvvise accensioni cromatiche, evitando le secche del revivalismo filologico.
Punto di rottura e, al contempo, vertice teorico della raccolta è l’audace rilettura dell’«Ode alla Gioia». Trasporre il tema beethoveniano nelle maglie della sincope significa compiere un’operazione di traduzione interculturale estrema. La solennità ostentata dell’originale – si consideri l’epoca e le regole d’ingaggio di quel periodo – viene trasfigurata in una danza dionisiaca, dove l’universalismo del messaggio originario trova una nuova declinazione nella libertà ritmica. la Ragtime Bubu Band dimostra come il ragtime possa agire da catalizzatore universale, in grado di assorbire e risignificare materiali eterogenei senza smarrire la propria identità formale. Sotto il profilo timbrico, la sezione ritmica composta da Michele Colaci e Ruggero Palazzo fornisce un supporto che definiremmo metronomico ma pulsante, essenziale per permettere alle linee di Donatello Palermo e Marco Tuma di intessere dialoghi contrappuntistici di notevole spessore. La produzione sonora rifugge dalle iper-compressioni digitali, preferendo una spazialità che valorizza le dinamiche naturali degli strumenti acustici, restituendo all’ascoltatore l’illusione di una performance cameristica.
A conti fatti, «Ragtime The Smile of Music» si attesta come una pietra miliare nella produzione di Marcello D’Ippolito. Il concept oltrepassa la celebrazione del modello storico, rivendicandone l’attualità come linguaggio della gioia consapevole. Siamo alle prese con disco che richiede un ascolto attento, finalizzato a cogliere, dietro l’apparente brio delle sincopi, una ricerca intellettuale volta a definire una nuova via italiana al classicismo jazzistico. Un lavoro che, pur rispettando i canoni del genere, ne sposta l’orizzonte verso una contemporaneità colta e profondamente umana.

