«Waiting For Music To Surprise Me Again» di Thomas Umbaca: scrittura dell’imprevisto in ambiente metropolitano (Ponderosa Records, 2026)

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Nel suo insieme, il lavoro di Umbaca sancisce un dispositivo aperto, in cui scrittura, improvvisazione e trattamento del suono concorrono a delineare un campo esperienziale complesso, destinato ad essere interrogato più che consumato.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’assunto basilare di questo disco può essere immediatamente enucleato dalla dichiarazione di Umbaca: «In un’epoca storica che cerca di vendere pacchetti di certezze che mai avremo, ho cercato di fare qualcosa che mettesse al centro l’opposto delle cose, l’idea che non c’è niente di più bello e reale che essere presi alla sprovvista da qualcosa, che è quello che cerco nella musica».

Dopo una prima fase formativa divisa tra ambito jazzistico e pratiche di ricerca, Umbaca rientra sulla scena con «Waiting for Music to Surprise Me Again», esito di una riflessione che pone al centro la dimensione dell’imprevisto come principio generativo dell’esperienza d’ascolto. Il concept si dispensa come un itinerario percettivo che trae origine da memorie e stratificazioni esperienziali, le quali, nel loro sedimentarsi, tendono a farsi materia condivisibile, quasi un habitus collettivo. La collaborazione con Amedeo Pace introduce un elemento di mediazione estetica che agisce sul profilo complessivo del lavoro. Il pianoforte, assunto come fulcro gravitazionale, viene progressivamente sottratto alla sua rigidità idiomatica per essere incanalato all’interno di un sistema di relazioni che coinvolge componenti elettroniche, chitarre, voci e dispositivi acustici eterogenei. Ne deriva una trama espressiva in continua mutazione, in cui la sostanza sonora oscilla tra registri organici, naturali e artificiali, in virtù di un principio di metamorfosi costante.

Come osserva lo stesso Umbaca, «Sono grato ad Amedeo (Blonde Redhead) che ha messo la sua esperienza al servizio dei brani, arricchendoli con chitarre “Western” e suoni che sento come germogli. La musica ha trovato da sola la sua direzione, senza troppe regole: è nato così un trip cinematografico, uno spazio ondoso in cui perdersi». Tale dichiarazione lascia intravedere una pratica compositiva che rinuncia a una normatività predefinita, affidandosi piuttosto a un processo di emersione graduale del materiale. L’intero lavoro si organizza come una dialettica tra introspezione e apertura, identità e alterazione del sé, dove ogni episodio sonoro assume una propria trama espressiva senza tuttavia dissolvere la coerenza dell’insieme. La scrittura evita modelli narrativi lineari, preferendo una disposizione per nuclei che si richiamano a distanza, sulla scorta di risonanze immanenti alla composizione stessa. Pensato in relazione alla dimensione metropolitana contemporanea, il progetto viene descritto dall’autore come «un luogo mentale, una nuvola sonora che accoglie chiunque», capace di accogliere tanto la frenesia urbana quanto la rarefazione del paesaggio rurale. Tale duplicità si riflette in una concezione dell’ascolto come pratica situata, adattabile a contesti differenti, dal raccoglimento domestico alla mobilità quotidiana. Pur mantenendo una soglia di accessibilità controllata, il lavoro apporta elementi inattesi che alterano la percezione dell’ascoltatore, generando un ambiente sonoro instabile, nel quale districarsi implica una partecipazione attiva. La traiettoria complessiva si distende fino all’episodio conclusivo, dove le diverse proiezioni trovano una tipologia di ricomposizione non risolutiva, ma coerente con il percorso intrapreso.

L’intero progetto si conforma come un invito a sospendere le categorie razionali, lasciando spazio a una fruizione che privilegi l’apertura e la disponibilità all’evento sonoro. Umbaca stesso sottolinea come «Waiting for Music to Surprise Me Again non ha un solo colore», ma raccolga «le sfumature e le complessità dell’essere umano», trasfigurando la varietà emotiva in un racconto acustico plurale. All’interno di questo quadro, la figura di H introduce un elemento di instabilità semantica, un’entità mobile che sfugge a una definizione univoca. Il riferimento all’«Orazio» di Heiner Müller suggerisce una tensione tra polarità etiche, che si riflette anche sul piano sonoro, dove materiali contrastanti convivono senza giungere a una sintesi definitiva. L’apertura con «StreAM» enuncia immediatamente una relazione tra dato tonale e suggestione extra-musicale, ponendo in evidenza la tonalità di LaMaggiore come campo operativo. «Omnibus» stabilisce una dimensione notturna, quasi sospesa, in cui l’elemento urbano si trasfigura in spazio indistinto. I successivi episodi sviluppano una procedura che alterna rarefazione e accumulo, fino a giungere a «Back To 13», dove affiora una memoria personale filtrata da una sensibilità attuale, con inserti che rimandano a pratiche elettroniche di matrice drum’n’bass. «Huh yr Voice» si fonda su materiali preesistenti rielaborati, in cui la ripetizione fonica assume funzione strutturante, mentre «All Gates» srotola una dimensione contemplativa, sostenuta da timbri che alludono a un paesaggio extra-urbano. In «Push Back Song», la componente narrativa s’intensifica, con un impianto melodico più scabro, sostenuto dalla presenza vocale di Adele Altro, che agisce come ingranaggio di contrasto e apertura. «Felix» s’inscrive in una dimensione più raccolta, legata a una vicenda individuale che, pur nella sua specificità, assume valore emblematico. La chiusura con «H. You’re Good» non propone una risoluzione definitiva, ma una sospensione consapevole, affidata a una reiterazione vocale che progressivamente perde riconoscibilità semantica, trasformandosi in pura essenza sonora. Nel suo insieme, il lavoro di Umbaca sancisce un dispositivo aperto, in cui scrittura, improvvisazione e trattamento del suono concorrono a delineare un campo esperienziale complesso, destinato ad essere interrogato più che consumato.

Thomas Umbaca (Foto Soheil Raheli)

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