«Attractions» di Francesco Pierotti: oltre la filologia jazzistica, l’interplay speculativo e la ricomposizione formale (Wow Records, 2026)
«Attractions» si attesta nel panorama contemporaneo come un trattato sonoro sulla dialettica tra memoria e presente, dove l’istanza della tradizione non funge da rassicurante rifugio filologico, ma da catalizzatore per un’autentica e rigorosa perlustrazione speculativa in chiave jazzistica.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Attractions» del contrabbassista e compositore Francesco Pierotti alla guida di un coeso e simbiotico trio jazz, si conforma come un pregevole saggio di ermeneutica musicale applicata al patrimonio degli standard codificati. Lungi dal risolversi in una sterile e calligrafica riproposizione filologica del repertorio storiografico, l’album declina una traiettoria estetica fondata sul concetto di rischio espressivo e sulla contingenza dell’atto improvvisativo estemporaneo.
Nel panorama del jazz italiano contemporaneo, Francesco Pierotti s’impone con un profilo intellettuale di singolare originalità, in grado di coniugare un rigoroso magistero tecnico a una visione estetica aperta alla trasversalità dei linguaggi. L’elemento che ne definisce l’identità artistica risiede anzitutto nella duplice e feconda matrice formativa: alla solida architettura del contrabbasso classico, si affianca una profonda specializzazione accademica nel jazz, maturata al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e perfezionata attraverso il magistero di figure storiche dello strumento quali Ares Tavolazzi e Massimo Moriconi. La coesistenza di differenti codici stilistici conferisce al suo fraseggio un’esattezza geometrica e una ricchezza timbrica che esulano dalle consuetudini puramente improvvisative, delineando una concezione esecutiva in cui il rigore formale e la libertà espressiva si alimentano vicendevolmente. L’assunto metodologico che muove l’intero impianto interpretativo di «Attractions» risiede nella destrutturazione formale e nella successiva ricomposizione tematica dei moduli originari, un’operazione condotta attraverso un fitto e paritetico interplay tra i sodali del progetto. Accanto al leader, il cui retroterra contrappuntistico emerge nella solidità assiale delle linee di basso, s’innestano il pianismo mobile, ricco di implicazioni armoniche e guizzi dinamici, di Roberto Tarenzi e la sofisticata intelaiatura ritmica di Lorenzo Tucci, volta a frantumare e ricomporre la metrica con rara sensibilità timbrica. Assunti che trovano piena corrispondenza nella dichiarazione del contrabbassista: «Un progetto che nasce in modo spontaneo. Ho organizzato una session con due dei musicisti del panorama jazz italiano che stimo di più, Roberto Tarenzi e Lorenzo Tucci, con i quali ho condiviso molto e ai quali devo tanto musicalmente».
Il percorso d’ascolto si apre paradigmaticamente con una rilettura di «Bags’ Groove» di Milt Jackson, composizione eletta a manifesto programmatico del sodalizio: qui la matrice blues originaria viene rielaborata attraverso un’angolatura geometrica e un’energia propulsiva che ne scompaginano le simmetrie tradizionali. Tale attitudine speculativa permane nello scandaglio di dinamiche serrate e swinganti come in «All God’s Chillun Got Rhythm» di Walter Jurmann, Gus Kahn e Bronisław Kaper e nella gestione delle zone d’ombra armonica che attraversa «No Moon At All» di David Mann e Redd Evans. Il trio dimostra una straordinaria flessuosità melodica nel rileggere l’andamento ternario di «Valse Hot» di Sonny Rollins, per poi spogliare la materia lirica di «Modinha» di Antônio Carlos Jobim da ogni residuo calligrafismo esotico, riconducendola a una purezza strutturale ed astratta. La track-list si snoda poi attraverso la rielaborazione di pagine fondamentali del canone americano, quali l’evocativa «Like Someone In Love» di Johnny Burke e Jimmy Van Heusen, la complessa gestione delle tensioni agogiche in «Come Rain or Come Shine» di Harold Arlen e Johnny Mercer, e l’opulenza espressiva impressa a «For All We Know» di J. Fred Coots e Sam M. Lewis. Il congedo, affidato alla brillante e articolata scansione di «Will You Still Be Mine?» di Tom Adair e Matt Dennis, suggella un’organica visione d’insieme.
Un tratto peculiare della speculazione teorica e compositiva di Pierotti è la dichiarata permeabilità verso stimoli extramusicali, in particolare l’architettura e le arti visive, discipline da cui mutua criteri strutturali volti alla gestione dei volumi sonori, all’equilibrio tra pieni e vuoti e alla linearità del contrappunto. Tale attitudine analitica si riverbera sia nell’attività didattica e saggistica – testimoniata da apprezzati volumi metodologici sulla tecnica dello strumento – sia nella sua produzione discografica come leader, ambiti in cui l’esplorazione del potenziale espressivo delle corde gravi non è mai disgiunta da un’organica visione d’insieme. Nei progetti a suo nome, dal Quintet di «Strange, Slightly Romantic Memories» sino al Trio di «Attractions», Pierotti manifesta la volontà di non porsi come mero baricentro ritmico, ma quale regista di un ecosistema sonoro in perenne mutazione, fondato sulla pariteticità dei dialoghi La legittimazione di suddetta postura artistica trova riscontro nel fitto tessuto di collaborazioni che lo vede dialogare con esponenti di primo piano della scena nazionale e internazionale, tra i quali figurano Enrico Rava, Fabrizio Bosso, Seamus Blake e Roberto Gatto. L’inserimento in contesti tanto diversificati attesta la versatilità di un musicista capace di muoversi con pari autorevolezza tra il recupero critico del vernacolo jazzistico afroamericano e le istanze della modernità d’avanguardia. A conti fatti, «Attractions» si attesta nel panorama contemporaneo come un trattato sonoro sulla dialettica tra memoria e presente, dove l’istanza della tradizione non funge da rassicurante rifugio filologico, ma da catalizzatore per un’autentica e rigorosa perlustrazione speculativa in chiave jazzistica.

