«Promenade» di Guido Di Leone with Joey Baron and Dario Deidda: una forma aperta in continuo divenire (Abeat Records, 2026)
Il disco assume il valore di una riflessione compiuta sul linguaggio del trio jazzistico, inteso non come semplice formazione, ma come spazio di negoziazione continua tra individualità e forma condivisa.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Promenade», pubblicazione postuma di Guido Di Leone per Abeat Records, nasce da una sessione registrata presso il Mast Recording Studio il 27 maggio 2025, e reca in sé un valore che travalica la semplice testimonianza discografica, proponendosi piuttosto come compendio di un pensiero musicale giunto a piena maturazione.
La collaborazione tra Di Leone e Dario Deidda, consolidata nel tempo, si amplia grazie all’intervento di Joey Baron, figura dotata di un lessico percussivo di rara finezza, la cui presenza imprime all’assetto esecutivo una mobilità molecolare che si riflette tanto nella scansione ritmica quanto nella distribuzione delle stratificazioni sonore. L’interazione tra i tre non resta confinata a un piano di affinità elettiva, ma si fonda su una consapevolezza reciproca che consente al processo musicale di svilupparsi secondo una coerenza organica, priva di gerarchie precostituite. Il repertorio, che accosta composizioni originali a pagine appartenenti alla tradizione, si dispone in virtù un equilibrio sintattico in cui scrittura e i passaggi estemporanei non si oppongono, ma si richiamano reciprocamente, generando una continuità espressiva che trova nel tempo reale della performance il proprio principio ordinatore. La scelta di registrare in presa diretta, lungi dal costituire un mero dato tecnico, assume qui funzione strutturale, poiché consente alla trama sonora di mantenere intatta la propria tensione interna, restituendo all’ascolto la qualità irripetibile dell’evento.
Il fraseggio chitarristico di Di Leone, sorretto da una solida formazione e da una sensibilità melodica non comune, si dipana lungo linee di canto nitide, evitando qualsiasi compiacimento virtuosistico. La sua dizione strumentale s’inscrive nel solco tracciato da Wes Montgomery, Barney Kessel e Kenny Burrell, e tuttavia si apre a una riflessione più attuale che richiama, per affinità di approccio, le ricerche di Jim Hall e Bill Frisell. Tale continuità non si traduce in una derivazione, quanto in una rielaborazione immanente della materia, nella quale la tradizione agisce come principio generativo piuttosto che come vincolo stilistico. L’apporto di Deidda si segnala per un’estrema lucidità nel governare il flusso armonico, grazie a una padronanza dello strumento che consente al contrabbasso di acquisire una funzione dialogica pienamente integrata, mentre Baron distribuisce accenti e sospensioni secondo un principio di costante ridefinizione del tempo, evitando qualsiasi rigidità metrica. Ne deriva una tessitura espressiva in cui ogni intervento s’inserisce in un equilibrio dinamico, facendo emergere una forma aperta, in continuo divenire.
Tra le pagine proposte, la rilettura del tema da Romeo and Juliet composto da Nino Rota si distingue per una riconsiderazione del materiale melodico che ne attenua la dimensione cinematica a favore di una più rarefatta introspezione, mentre «Tea for Two» di Victor Youmans trova un’inedita vitalità tramite una ricalibrazione del profilo ritmico, sostenuta da un interplay particolarmente mobile. Analogamente, «Ligia» di Antonio Carlos Jobim si situa in una zona di confine tra lirismo e astrazione, dove il colore armonico si fa veicolo di una narrazione trattenuta, mai esibita. La presenza vocale di Francesca Leone in «Canção do amanhecer», firmata da Edu Lobo e Vinicius de Moraes, apporta una variazione timbrica che allarga ulteriormente lo spettro espressivo dell’album, integrandosi con discrezione all’interno del corpo risonante. «Promenade» emerge come esito di un percorso in cui rigore costruttivo e libertà espressiva trovano una sintesi non forzata, affidata a interpreti dotati, accorti e musicalmente eloquenti, la cui intesa consente alla materia sonora di svilupparsi secondo traiettorie imprevedibili, eppure sempre coerenti. In tale prospettiva, il disco assume il valore di una riflessione compiuta sul linguaggio del trio jazzistico, inteso non come semplice formazione, ma come spazio di negoziazione continua tra individualità e forma condivisa.

