«Puccini, My Love»: il nuovo album del duo BIT, Manuela Pasqui, Danielle Di Majo (Filibusta Records, 2024)
// di Francesco Cataldo Verrina //
Rinunciando alle lusinghe della citazione colta fine a se stessa e alle soluzioni esecutive consolidate, il lavoro ridefinisce i confini tra generi consegnando alla contemporaneità un Puccini inedito, spogliato del cascame retorico e restituito alla purezza del suo genio profetico.
«Puccini, My Love», la terza prova discografica del duo B.I.T. edita dalla Filibusta Records, conforma una rigorosa ricognizione speculativa e poetica attorno all’eredità compositiva di Giacomo Puccini, in coincidenza con il centenario della scomparsa del Maestro toscano. Il progetto reca la firma della pianista Manuela Pasqui e della sassofonista Danielle Di Majo, dipanandosi lungo una traiettoria espressiva in cui le composizioni autografe dialogano in contrappunto con le tessere del repertorio operistico tardo-ottocentesco. Lontano dal proporsi quale mera rivisitazione superficiale, il lavoro plasma una fisionomia sonora inedita, nella quale i codici dell’improvvisazione jazzistica interrogano la logica strutturale del melodramma. L’eredità del Bel Canto, intesa non quale dogma museale ma quale materia viva a cavallo tra due secoli, viene riletta alla luce di una sensibilità moderna, che riconosce nell’autore di Lucca un costruttore di forme proiettato verso le avanguardie del Novecento.
L’impianto compositivo si regge sugli arrangiamenti originali di Manuela Pasqui, i quali ridefiniscono la geometria timbrica delle arie celebri senza mai tradirne la struttura genetica e molecolare. L’operazione del duo si focalizza in aggiunta sulla peculiare declinazione del femminile pucciniano, indagando la modernità di eroine capaci di auto-determinazione e di riscatto sociale. Il sodalizio artistico tra Pasqui e Di Majo, avviato nel duemiladiciannove, trova in questa pubblicazione la sintesi ideale di un percorso già declinato nei precedenti lavori «Come Again» ed «Equilibrismi», orientandosi verso una coerenza formale che fa della sottrazione e della pronuncia strumentale i propri vettori primari. Ciascun episodio sonoro si connota per una spiccata interazione dialettica, ove il pianoforte e il sassofono delineano spazi acustici cangianti. In «Nessun Dorma», la dizione strumentale del sassofono contralto evoca la linea lirica originaria di Calaf, laddove il pianoforte crea un’aura fonica mobile, priva di retorica trionfalistica e ricca di tensioni interne. «O Mio Babbino Caro» riceve un trattamento di raffinata essenzialità, in cui il profilo acustico si fa terso e l’andamento sintattico procede per sottili micro-variazioni dinamiche. Più complessa appare la configurazione espressiva di «Un Bel Dì Vedremo», intesa quale traiettoria fraseologica che indaga i chiaroscuri psicologici di Cio-Cio-San, supportata da una condotta pianistica attenta a valorizzare i silenzi e le pause. La drammaturgia si accentua in «E Lucevan le Stelle», quadro formale in cui l’urgenza espressiva si traduce in un dialogo serrato, contrassegnato da uno sviluppo melodico che lambisce l’atonalità e da una gestione elastica del tempo. In seno a «Mi chiamano Mimì», la trama espressiva muta direzione e si collega idealmente alla Parigi bohémienne, facendo leva su una costellazione di accenti ritmici che restituiscono la vitalità e la fragilità dell’ambiente artistico dell’epoca.
La resilienza dell’universo femminile trova il proprio baricentro critico all’interno di «O, Dolci Mani», composizione in cui la velatura acustica si fa intima e il respiro melodico si distende in un equilibrio instabile di rara intensità. Chiude la sequenza la title-track, «Puccini, My Love», sintesi teorica dell’intero impianto esecutivo e luogo in cui la scrittura rigorosa e l’atto improvvisativo si fondono definitivamente, tracciando un orizzonte linguistico privo di barriere storiche e filologiche, sottraendo il melodramma pucciniano alla sua stessa monumentalità, offrendo una chiave di lettura che privilegia l’indagine speculativa rispetto alla celebrazione calligrafica. L’incontro tra la prassi estemporanea e la partitura scritta non si risolve in una sovrapposizione di stili, quanto in una reciproca fecondazione linguistica che sposta l’asse critico dall’intrattenimento all’analisi testuale. Con «Puccini, My Love», il duo B.I.T. dimostra come la transizione storica operata dal compositore toscano contenga in nuce i germi di una libertà formale che l’idioma jazzistico sa decodificare con assoluta pertinenza. Rinunciando alle lusinghe della citazione colta fine a se stessa e alle soluzioni esecutive consolidate, il lavoro ridefinisce i confini tra generi consegnando alla contemporaneità un Puccini inedito, spogliato del cascame retorico e restituito alla purezza del suo genio profetico.

