«Political Issues» dell’Electric Sheep Collective: esegesi di un’architettura timbrica tra jazz d’avanguardia e istanze di resistenza civile (Fonterossa Records, 2026)

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Electric Sheep Collective non soltanto conferma la solidità del proprio sodalizio teorico, ma traccia altresì una via rigorosa per il jazz del nostro tempo, conferendo alla materia sonora la dignità di un pensiero critico in perenne divenire.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La pubblicazione di «Political Issues» su Fonterossa Records segna il compimento del primo decennio di attività per il sodalizio Electric Sheep Collective, compagine nata in seno all’esperienza romana di ZY Project e determinata a formalizzare un’istanza estetica radicata nelle aporie della contemporaneità. L’orizzonte concettuale esplicitato dalla formazione non si esaurisce in una sterile cronaca del reale, rifuggendo la descrittività didascalica per farsi spazio d’indagine speculativa, dove le routine e l’incertezza del tempo presente trovano una precisa traduzione formale. Il richiamo letterario racchiuso nel nome del collettivo, mutuato dalla narrativa di Philip K. Dick, non evoca l’algida esattezza del simulacro meccanico, quanto la deviazione dall’ordine prestabilito, l’errore controllato e l’imperfezione intesa quale cardine dell’esperienza umana. Sul piano strettamente musicologico, tale assunto teorico individua il proprio referente storicizzato nella rivoluzione ritmica introdotta da J Dilla, di cui i musicisti mutuano le pulsazioni asimmetriche e la destrutturazione del metro binario tradizionale.

L’impianto coesivo del lavoro si dipana lungo otto composizioni caratterizzate da un rigore costruttivo fondato sulla sovrapposizione poliritmica. Lo slittamento costante degli accenti e la stratificazione dei livelli metrici generano una perenne tensione destabilizzante per l’ascoltatore, il quale smarrisce i consueti punti di riferimento strutturali senza che l’equilibrio sintattico del groove venga mai meno. Il primo pezzo pregiato del lotto sonoro è «Still Hope», un componimento corale che si riallaccia alla precedente fatica del collettivo e instaura un dibattito serrato fra la tromba di Angelo Olivieri e la chitarra elettrica di Ruggero Fornari, memore delle soluzioni armoniche del blues modale. La fisionomia del suono si arricchisce nell’episodio successivo, «Cage», grazie alla dizione strumentale e narrativa di Alice Claire Ranieri, la cui presenza vocale connota anche «Spirit Say Work», rilettura in chiave avant-garde del testo di «Work for Peace» estratto dal cilindro magico di Gil Scott-Heron. La padronanza della materia sonica emerge con peculiare nitore in «4 Dudes», struttura tematica vincolata all’impiego rigoroso di quattro sole note, espediente che trasmuta la limitazione geometrica in risorsa compositiva raffinata, un omaggio ai quattro membri fondatori che richiama da vicino le sperimentazioni minimaliste della scuola newyorkese.

La seconda metà dell’opera si apre con «Still Afrika», dove l’assegnazione della parte vocale a Joe Nize ristabilisce le connessioni ideologiche con il passato del gruppo, mentre la successiva «Fatima» sposta l’asse analitico verso un drammatico orizzonte civile. Dedicata alla fotoreporter palestinese Fatima Hassouna, la pagina musicale affronta il peso specifico della violenza storica mediante un ordito sonoro scabro, che rifiuta la retorica dell’oltraggio per farsi severo esame di responsabilità collettiva. Verso l’epilogo, l’andamento sintattico del disco vira verso una dimensione maggiormente introspettiva. «NYC 1998» riporta in auge il legame germinale di Olivieri con la cultura hip-hop tramite una scrittura che fa leva sulle suggestioni geometriche dell’ambiente urbano, laddove il congedo di «Somewhere» si offre quale elegia privata alla figura materna. «Political Issues» sancisce la maturità di un collettivo versato nel fondere gli idiomi del jazz contemporaneo, dello spoken word e delle prassi improvvisative, dimostrando come la logica strutturale e la contingenza politica possano coesistere in un disegno musicale di rara coerenza formale. In definitiva, «Political Issues» si attesta quale saggio di resistenza linguistica e concettuale, una testimonianza di come l’indagine artistica possa sottrarsi alle logiche della mercificazione culturale senza smarrire la propria urgenza comunicativa. La statura intellettuale del progetto risiede proprio nella sua inclinazione a non scindere il rigore formale dall’istanza civile, offrendo un quadro espressivo in cui la precisione della scrittura e la libertà dell’improvvisazione possano integrarsi perfettamente. Sulla scorta di questo secondo capitolo discografico, Electric Sheep Collective non soltanto conferma la solidità del proprio sodalizio teorico, ma traccia altresì una via rigorosa per il jazz del nostro tempo, conferendo alla materia sonora la dignità di un pensiero critico in perenne divenire.

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