PerigeoUmbriaJazz

Il termine Perigeo significa la minima distanza di un corpo celeste dalla terra nella sua orbita e se poniamo metaforicamente al posto della parola terra, la parola jazz e se mettiamo il termine musica al posto dell’orbita, diciamo che per molti degli amici jazzofili questo concerto è più vicino all’Ipogeo, cioè l’orbita di questa musica è alla sua massima distanza dal genere jazz.

// di Marcello Marinelli //

La storia della musica jazz e rock ci ha dato illustri esempi in senso negativo di vite sprecate in giovane età, dissipate dalla bramosia di vivere la trasgressione e, a volte, come nel caso di musicisti neri, di usare le droghe per anestetizzare la bruttura della vita nel suo discriminatorio e urticante manifestarsi. Per citare il famoso film di Nicholas Ray Gioventù bruciata, il modello di dissipazione della vita, per quanto abbia fatto molti proseliti, non è riuscito per fortuna a contagiare la moltitudine. Qualcuno è riuscito nell’eroica impresa di morire di vecchiaia: un esempio per tutti, la recente scomparsa dell’immenso Sonny Rollins a 95 anni.

Per quanto riguarda invece i nostri giorni e i musicisti viventi, in particolare nell’esibizione del Perigeo e dei Beat, constatiamo come la smania dell’autodistruzione non abbia pervaso la vita di questi straordinari artisti. Il mio titolo, «Villa Arzilla al potere», ovviamente non vuole essere una mancanza di rispetto o un dileggio degli anziani; innanzitutto perché ne faccio parte anche io, e poi perché quando la musica non uccide prematuramente con i suoi miasmi abbindolanti, restituisce con gli interessi gli influssi benefici del suo positivo rivelarsi. Quindi, nessun dileggio, ma pura celebrazione della vita fino al suo ultimo anelito. Fatta questa debita premessa, facciamo un salto all’indietro carpiato nei meravigliosi anni ’70. La band esordisce nel 1972 con «Azimut» e poi, cronologicamente fino al 1976, pubblica altri quattro dischi: «Abbiamo tutti un blues da piangere», «Genealogia», «La valle dei templi» e «Non è poi così lontano». Tralasciando il tentativo di Giovanni Tommaso di far rivivere gli antichi fasti con due progetti successivi come «Perigeo Special» e «New Perigeo», questi sono i dischi che hanno fatto la storia del gruppo.

In questo concerto alla band originaria si aggiungono anche un altro batterista, Alessandro Paternesi, Giovanni Imparato alle percussioni e Claudio Filippini alle tastiere. L’aggiunta di una seconda batteria e delle percussioni – che sono sempre presenti anche nei dischi storici del gruppo – irrobustisce la ritmica, che il solo Bruno Biriaco, settantasettenne, forse non poteva più garantire da solo. Una scelta comunque azzeccatissima, perché la sezione ritmica a tre è risultata portentosa. La scaletta è composta dai brani più famosi del gruppo, che i componenti eseguono al massimo delle loro potenzialità, come se non ci fosse stato uno ieri e come se non ci fosse un domani. Giovanni Tommaso e Franco D’Andrea (85 anni), Claudio Fasoli (86 anni) e Tony Sidney (74 anni) sembrano giovani in erba, laddove la parola erba può avere più significati. Al di l’à di qualche sbavatura su alcuni attacchi, il più anziano di tutti, Claudio Fasoli, sfodera un suono perfetto al sax soprano e tenore; è un piacere sentire quel timbro intatto a distanza di tempo, così limpido che, se fosse un liquido, mi ci abbevererei.

Si ritorna indietro nel tempo e i brani fanno venire un friccichino ar corea quelli come me che quegli anni li hanno vissuti al massimo della loro intensità. Tuttavia, nonostante la nostalgia che potrebbe essere evocata – e lo è con un brano intitolato «Nostalgia» – non bisogna vivere da nostalgici: per quanto quegli anni abbiano partorito una miriade di belle cose in ambito musicale e non, bisogna vivere intensamente il presente, che è il frutto della lunga storia che ci appartiene. L’anima rock del gruppo è quella del chitarrista Tony Sidney, omaggiato nel disco «Genealogia» con il brano «Sidney’s Call», che però dal vivo non è stato eseguito, lasciando spazio a un Giovanni Tommaso che si diletta in un bel vocalizzo. La provenienza rock-blues del chitarrista è anche il trait d’union con il gruppo che seguirà in scaletta: i Beat. Franco D’Andrea compare sul palco solo negli ultimi brani e non poteva mancare, vista la statura artistica del pianista; anche se nella precedente reunion del 2019 a Firenze non era presente, forse proprio per questo è salito a concerto avanzato. Non so se questo sarà davvero «The Last Concert», come preventivato, ma se così fosse, rappresenta l’epilogo più intenso di una storia musicale iniziata molti anni fa e finita in bellezza, quando la Grande Bellezza non è solo il titolo di un celebre film. La cosa che più mi è mancata, ma giusto per spaccare il capello, è che i pezzi sono durati poco, non sono stati dilatati. La dilatazione del tempo dei brani è tipica degli anni ’70 dove un pezzo poteva anche durare venti minuti. Per terminare il resoconto di questo splendido concerto, non resta che ringraziare questi straordinari musicisti che, a prescindere dalla loro militanza in questa band, hanno contribuito e contribuiscono tuttora, anche a livello solistico, alla storia della musica jazz in Italia. Il Perigeo è sciolto? Viva il Perigeo!

Conclude la serata all’arena Santa Giuliana un gruppo, i Beat, che si sono formati solo nel 2024 ma anche in questo caso villa arzilla la fa da padrona. Tony Levin (basso, sintetizzatori e chapman stick) 80 anni, Adrian Belew (chitarra e voce) 76 anni, Danny Carey (batteria) 65 anni, Steve Vai (chitarra) 66 anni. Adrian Belew e Tony Levin nei tre album storici dei King Crimson che celebrano. Il supergruppo rock nato per interpretare i brani della celebre band King Crimson, la parte della carriera della band quella che va dal 1981 al 1984, la terza fase della celebre band, quella più sperimentale, new wave, quella della trilogia «Discipline», «Beat» e «Three of a Perfect Pair». Per volere dei musicisti hanno preferito chiamarsi Beat invece di King Crimson perché l’assenza del vecchio leader Robert Fripp rendeva inopportuno l’utilizzo del marchio, anche se Robert Fripp ha benedetto il progetto ma lui non era interessato ai progetti celebrativi. Robert Fripp ha sempre guardato avanti, un po’ come Miles Davis. Musicisti sopraffini, session man richiesti in tutto il mondo, virtuosi dei rispettivi strumenti producono un sound spigoloso, dissonante, con venature metal, infatti il batterista Danny Carey viene dal gruppo progressive metal i Tool; il batterista ha dichiarato che i suoi ispiratori sono Billy Cobham e Buddy Rich. La voce di Adrian Belew è rimasta intatta dagli anni ’80, una supervoce. Steve Vai già con Frank Zappa e con altri gruppi ha avuto l’ingrato compito di sostituire Robert Fripp senza imitarne il sound pedissequamente ma contribuendo in maniera originale alla rielaborazione dei brani. Tony Levin instancabile nel tessere le trame ritmiche degli indiavolati chitarristi.

Detto questo però, esaltando le doti dei singoli musicisti e la loro bravura, per quanto mi riguarda questo sound non sta nelle mie corde. Questo rock sperimentale non mi smuove le sinapsi, mi piacciono frammenti di pezzi ma non tutto l’insieme. Questo per dire che riconoscendo l’abilità e la bravura di musicisti non si traduce automaticamente verso un’adesione emotiva. Due considerazioni: la prima è che musicisti di indubbie capacità sono presenti in tutti i generi, smontando il luogo comune che vede solo i jazzisti alla cima delle arti musicali; la seconda è che rimane sempre misteriosa la questione del piacere uditivo e della preferenza dei gusti. Per quanto mi riguarda sono affezionato ai primi King Crimson, quelli di «In the Court of the Crimson King», «In the Wake of Poseidon» e «Islands». Ho apprezzato anche le sperimentazioni di Robert Fripp con Brian Eno. Detto questo applausi, oltre che per Fibra, anche per questo quartetto che ribadisce un concetto espresso da una giovane cantante morta prematuramente in un incidente di elicottero, Aaliyah, nel titolo del suo primo disco di successo «Age Ain’t Nothing but a Number». Già, l’età non è nient’altro che un numero e se anche i numeri, come in questi due gruppi, raggiungono alte vette possiamo dire senza ombra di smentita: anziano può anche essere bello se la musica ti sostiene. La musica come contro il logorio della vita moderna. La musica come dolce compagnia per sempre. Forever and ever.

Il termine Perigeo significa la minima distanza di un corpo celeste dalla terra nella sua orbita e se poniamo metaforicamente al posto della parola Terra, la parola Jazz e se mettiamo il termine ‘musica’ al posto dell’orbita, diciamo che per molti degli amici jazzofili questo concerto è più vicino all’Ipogeo, cioè l’orbita di questa musica è alla sua massima distanza dal genere jazz. Ora però non dobbiamo essere tristi e anche se «Abbiamo tutti un blues, pardon un jazz, da piangere» riconsoliamoci con la musica in generale e se qualche volta andiamo in vacanza dal jazz pazienza, e se Umbria sta all’ipogeo dal Jazz, forse un giorno si riavvicineranno e vivranno felici e contenti come era una volta.

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