La declinazione jazzistica del songbook di Bacharach nell’interpretazione di Antonella Vitale (Velut Luna, 2026)
«The Songs of Burt Bacharach» ribadisce come la trama melodica del maestro necessiti, per rivelare la propria intima essenza, di quella peculiare attitudine all’introspezione e alla sfumatura chiaroscurale che solo l’universo interpretativo femminile ha saputo codificare e tramandare nel tempo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’indagine filologica sul canone di Burt Bacharach impone una riflessione imprescindibile sul ruolo traspositivo che l’universo vocale femminile ha esercitato nel corso dei decenni, delineandosi non come mero veicolo esecutivo, ma quale fulcro co-autoriale e demiurgico. Se la partitura di Bacharach si è imposta per la sua ineffabile complessità – un dedalo di repentine modulazioni, metri asimmetrici e sofisticazioni armoniche mutuate dalla tradizione colta – è nell’alveo dell’interpretazione muliebre che tali geometrie hanno trovato la loro definitiva consacrazione estetica ed emotiva. Il sodalizio storico e simbiotico con Dionne Warwick ha tracciato il solco di questa genealogia, dimostrando come la duttilità, il controllo microtonale e la sensibilità timbrica femminile fossero gli unici strumenti atti ad abitare le ardite ambientazioni sonore bacharachiane, traducendo l’algida perfezione della pagina scritta in vibrante materia fenomenologica. Da Dusty Springfield ad Aretha Franklin, fino alle riletture contemporanee, le grandi voci femminili hanno sistematicamente decodificato la malinconia intrinseca e l’eleganza formale di queste composizioni, esaltandone la natura di veri e propri standard del Novecento. Precisamente in questo solco traduttivo che s’innesta il progetto di Antonella Vitale. La cantante oltre a confrontarsi con un repertorio monumentale, si riappropria consapevolmente di una tradizione espressiva declinata al femminile, offrendo una lettura in cui la vocalità jazzistica diventa lo specchio di una consapevolezza storica stratificata. In tal senso, «The Songs of Burt Bacharach», pubblicato dall’etichetta audiofila Velut Luna, sancisce un’operazione esegetica di pregevole caratura intellettuale, tesa a destrutturare e successivamente ricomporre il canone melodico dell’acclamato autore statunitense mediante i codici espressivi del jazz contemporaneo. Antonella Vitale, coadiuvata da un ensemble in stato di grazia, elude con rigore formale le insidie del mero calligrafismo e della retorica celebrativa, per instaurare un dialogo ermeneutico serrato con la complessa impalcatura armonica originaria.
Il repertorio bacharachiano, storicamente caratterizzato da una sofisticata commistione tra l’immediatezza della musica popolare e una sottile asimmetria metrica, trova in suddetta rilettura una nuova coordinata estetica, dove l’istanza improvvisativa non satura lo spazio acustico, ma ne esalta le geometrie latenti. La conduzione vocale della leader si distingue per una misurata modulazione del timbro, priva di fioriture superflue o di compiacimenti virtuosistici, assecondando una direzione sottilmente intimista che privilegia il chiaroscuro emotivo all’esibizione estemporanea. Tale approccio si manifesta compiutamente nella reinterpretazione di pietre miliari quali «I’ll Never Fall In Love Again» e «Walk On By», composizioni in cui la dialettica tra la sezione ritmica e il fraseggio vocale genera una tensione sotterranea, risolta sulla base di soluzioni accordali imprevedibili ma storicamente coerenti. La trama strumentale ordita dal quartetto si distende con fluidità, alternando densità polifoniche a rarefazioni minimaliste che lasciano emergere la nuda essenza del songwriting. L’apporto dei solisti ospiti arricchisce la tavolozza timbrica del progetto, inserendo elementi di scarto lineare che frammentano la linearità del tessuto melodico senza comprometterne la sottesa intelligibilità organica.
Un’analisi rigorosa dell’album in vinile non può prescindere dalla componente fenomenologica legata alla sua traduzione fonografica: la registrazione, curata secondo i più stringenti dettami dell’alta fedeltà, restituisce una tridimensionalità scenica e un realismo materico rari, amplificando l’intesa microdinamica tra gli esecutori. Canzoni iconiche come «I Say a Little Prayer» o «Raindrops Keep Falling on My Head» vengono così spogliate da qualsiasi retaggio vernacolare o patina nostalgica e riallocate in un microcosmo atemporale, dove la fluidità esecutiva incontra la precisione millimetrica dell’impalcatura sonora. In definitiva, il lavoro di Antonella Vitale si qualifica come un saggio di storiografia musicale applicata, tesa a dimostrare come la flessibilità ontologica dei capolavori del Novecento possa subire processi di trasfigurazione stilistica senza perdere la propria originaria e pervasiva forza espressiva. Sulla scorta del filtro di un’interpretazione misurata e priva di accenti retorici, l’album «The Songs of Burt Bacharach» ribadisce come la trama melodica del maestro necessiti, per rivelare la propria intima essenza, di quella peculiare attitudine all’introspezione e alla sfumatura chiaroscurale che solo l’universo interpretativo femminile ha saputo codificare e tramandare nel tempo.

