Straight Jazz Quartet con «No Such»: identità mobili nel jazz contemporaneo e disciplina dell’interazione (AlfaMusic, 2026)

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Ciò che permane, al termine dell’ascolto, riguarda la qualità della relazione instaurata tra i quattro musicisti, la loro capacità di distribuire il materiale sonoro secondo un equilibrio mobile, mai definitivo, nel quale libertà improvvisativa e rigore formale convivono senza attrito apparente.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«No Such». Pubblicato da AlfaMusic nasce da un equivoco linguistico che custodisce già, nella propria matrice fonetica, una precisa dichiarazione poetica. Il «No sàcciu!» pronunciato da Alberto Amato durante una pausa di registrazione, con quell’ironia asciutta tipicamente siciliana che preferisce la deviazione laterale all’enfasi programmatica, produce infatti una frattura fertile tra idiomi, intenzioni e significati. Da un lato il dialetto orientale, con la sua corporeità sonora e la sua immediatezza popolare, dall’altro la coincidenza involontaria con l’inglese «No Such», formula che allude all’assenza di una definizione univoca, quasi a suggerire una musica refrattaria alle classificazioni troppo ordinate. Non si tratta di un semplice gioco verbale, ma di una chiave interpretativa che illumina l’intero impianto espressivo del quartetto.

Straight Jazz Quartet riunisce quattro musicisti provenienti da differenti aree della Sicilia orientale, accomunati da una formazione solida e da una sensibilità compositiva che evita accuratamente qualsiasi forma di ortodossia museale. Marco Caruso ai sassofoni alto e soprano, Gaetano Spartà al pianoforte e ai synth, Alberto Amato al contrabbasso e Marcello Arrabito alla batteria costruiscono una sintassi musicale nella quale la tradizione jazzistica non agisce come recinto estetico, quanto piuttosto come archivio dinamico di possibilità. Il riferimento implicito alla classicità del quartetto acustico permane, certo, e tuttavia l’organizzazione del materiale sonoro devia continuamente verso aperture armoniche, inserti modali, frammentazioni ritmiche ed espansioni coloristiche che sottraggono il repertorio a qualsiasi prevedibilità idiomatica. La vittoria al Teano Jazz Contest del 2025 rappresenta soltanto la superficie visibile di un percorso maturato nel tempo, poiché ciò che colpisce in «No Such» riguarda soprattutto il grado di assimilazione reciproca raggiunto dai quattro interpreti. Ogni pagina musicale reca la firma di uno dei componenti, eppure l’ascolto restituisce una percezione collettiva estremamente compatta, come se il materiale compositivo venisse continuamente ridiscusso dall’interno tramite microvariazioni ritmiche, slittamenti metrici, aperture improvvisative ed interventi di natura quasi cameristica. La scrittura, infatti, evita l’alternanza scolastica tra tema ed assolo, preferendo organismi mobili nei quali le funzioni mutano costantemente.

«Tyner Blues» di Alberto Amato suggerisce già dal titolo una filiazione che rimanda alla concezione quartale di McCoy Tyner, senza tuttavia indulgere nel citazionismo. Spartà dispone accordi dalla fisionomia aperta, lasciando che il sassofono di Caruso sviluppi linee oblique, percorse da intervalli larghi e da una pronuncia che alterna asciuttezza bop ed escursioni più prossime al linguaggio post-coltraniano. Arrabito, dal canto suo, evita il semplice sostegno metrico e distribuisce accenti laterali che destabilizzano deliberatamente il centro pulsativo. In «We Can’t Always Change Things» emerge con maggiore evidenza una riflessione sulla reiterazione armonica e sulla trasformazione graduale delle cellule melodiche. Caruso sembra lavorare per sottrazione, quasi trattenendo il fraseggio entro una zona di controllata reticenza, mentre il contrabbasso introduce movimenti discendenti che insinuano un senso di instabilità irrisolta. Affiora qui una concezione del tempo musicale più vicina ad alcune esperienze europee contemporanee che alla tradizione afroamericana più ortodossa, con richiami indiretti alla scuola scandinava degli anni Novanta ed alla scrittura rarefatta di Bobo Stenson. «Acant» sviluppa invece un andamento più frastagliato, sostenuto da un impianto ritmico irregolare che Arrabito governa con notevole lucidità dinamica. La batteria non accompagna: dissemina traiettorie, interrompe simmetrie, suggerisce deviazioni improvvise. In questo episodio l’ensemble raggiunge uno dei punti più convincenti dell’intero lavoro, grazie ad una gestione dello spazio acustico estremamente consapevole. I silenzi, lungi dal funzionare come semplici pause, assumono un valore strutturale paragonabile alla sospensione prospettica presente in certa pittura metafisica italiana, laddove il vuoto non impoverisce la scena bensì ne amplifica il potenziale percettivo. «The Sea in the Deep of Your Eyes» di Gaetano Spartà introduce una diversa qualità narrativa. Il pianoforte disegna progressioni armoniche dal profilo impressionistico, sostenute da velature discrete che ampliano la profondità del campo sonoro senza trasformarlo in ambiente ambientale. Talune aperture accordali suscitano alla mente Debussy filtrato dalla lezione di Paul Bley, mentre il soprano di Caruso evita qualsiasi deriva liricheggiante grazie ad un’emissione controllata, talvolta quasi scabra.

Particolarmente significativa risulta «Hoquetus», il cui titolo richiama esplicitamente la tecnica medievale dell’hoquet medievale. Qui il quartetto lavora sulla frammentazione della linea e sulla distribuzione sincopata degli eventi sonori, generando una sorta di polifonia intermittente nella quale ciascuno strumento interviene per sottrazione e rilancio. L’idea compositiva rivela una conoscenza non superficiale delle pratiche contrappuntistiche antiche, rilette però secondo un lessico contemporaneo. «Song of Hope» amplia ulteriormente il respiro del disco grazie ad una costruzione armonica più distesa e ad un fraseggio che evita l’enfasi retorica associata abitualmente al concetto di speranza. Nulla indulge alla celebrazione sentimentale; prevale piuttosto una malinconia vigile, alimentata da continue modulazioni interne e da un controllo dinamico di rara precisione. «Leap in the Dark» concentra invece la propria energia su cellule ritmiche spezzate, quasi a tradurre musicalmente l’idea del salto evocata dal titolo. Arrabito dimostra qui un controllo notevole delle metriche composite, mentre Spartà inserisce interventi sintetici che alterano la percezione dello spazio armonico senza mai saturarlo. La chiusura affidata a «Melancolady» lascia emergere una componente ironica che attraversa sotterraneamente l’intero lavoro. Il titolo, già nella propria deformazione lessicale, allude ad una malinconia mai completamente abbandonata al ripiegamento elegiaco. Caruso modella un fraseggio sinuoso, sostenuto da un pianoforte che preferisce la rarefazione alla pienezza accordale.

«No Such» possiede dunque il merito non comune di sottrarsi alle formule identitarie oggi largamente diffuse nel jazz contemporaneo italiano. Nessun compiacimento filologico, nessuna ostentazione virtuosistica, nessuna volontà di esibire modernità mediante artifici esteriori. Ciò che permane, al termine dell’ascolto, riguarda piuttosto la qualità della relazione instaurata tra i quattro musicisti, la loro capacità di distribuire il materiale sonoro secondo un equilibrio mobile, mai definitivo, nel quale libertà improvvisativa e rigore formale convivono senza attrito apparente. La risata evocata nel titolo, allora, smette di appartenere all’aneddoto iniziale e diviene una vera postura estetica: rifiuto dell’etichetta, piacere dell’ambiguità ed esercizio consapevole dell’ascolto reciproco.

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