WeWantMiles (2)

Gli applausi del pubblico sottolineano l’evento e io mi unisco idealmente a loro perché so cosa significa sentire Miles dal vivo. «Tutti pazzi per Mary?», no: tutti pazzi per Davis.

// di Marcello Marinelli //

In attesa del concerto del 20 luglio prossimo a Roma, per il tour celebrativo del centenario della nascita di Miles Davis, un ritorno alle origini di We Want Miles tanto per preparare il terreno e rinverdire la memoria. Il gruppo del 1981 era composto, oltre al leader, da Marcus Miller al basso elettrico, Bill Evans al sax soprano, Mike Stern alla chitarra, Mino Cinelu alle percussioni e Al Foster alla batteria. La formazione celebrativa conserva Marcus Miller, Bill Evans, Mike Stern e Mino Cinelu; al posto di Al Foster, scomparso nel 2025, ci sarà Anwar Marshall alla batteria e, al posto del leader nell’ingrato compito di suonare la tromba in un gruppo celebrativo del più grande musicista della storia del jazz e non solo, ci sarà Russell Gunn, con Brett Williams alle tastiere (che non erano presenti nell’album del 1981).

Chi altri se non Marcus Miller poteva formare una band celebrativa del trombettista di Alton, Illinois? È stato l’alter ego del trombettista nell’ultima parte della sua monumentale carriera, dal grande ritorno dopo l’autoesilio dal 1975 al 1980, coprendo un periodo che va dal 1981 al 1989. Parliamo di album del calibro di The Man with the Horn (1981), Star People (1983), Tutu (1986), Siesta (1987) e Amandla (1989). We Want Miles è un album dal vivo tratto da tre concerti, rispettivamente a Boston, New York e Tokyo. Fu il primo album dal vivo dopo il periodo di stasi. Il brano di apertura è l’iconico «Jean-Pierre». Jean-Pierre (all’anagrafe Jean-Pierre Durand) era il figlio che la ballerina Frances Taylor – seconda moglie di Miles Davis – aveva avuto dal suo precedente matrimonio con il ballerino haitiano Jean-Marie Durand. Miles Davis, così narrano le cronache, sentì canticchiare da Jean-Pierre la ninna nanna filastrocca «Do, do, l’enfant do» e anni dopo trasformò quella melodia in un pezzo funk, uno dei brani più famosi dell’ultima parte della produzione discografica del trombettista. Il pezzo inizia con la cavata possente del basso elettrico di Marcus Miller, che fa capire fin dalle prime battute il peso e l’autorevolezza del bassista nell’economia musicale del Nostro. La tromba sordinata e delicata di Miles fa da contraltare alla ritmica possente. Suona con un filo di voce il tema, quasi sussurrato, in compagnia del sax soprano di Bill Evans all’unisono. Miles usa poche note sul tappeto ritmico, un’improvvisazione sobria e tematica, per poi lasciare spazio ai membri del gruppo. In primis alla chitarra di Mike Stern, che prende un assolo dalle venature rock capace di far abbandonare l’atmosfera da ninna nanna per trasformare il tutto in un pezzo jazz-rock di incredibile intensità. Mi piace da morire il sound del chitarrista in estasi, suggerito dalla direzione impercettibile del leader che, con gesti e sguardi millimetrici, cambia atmosfera a suo piacimento. Lo sto ascoltando il concerto, non lo sto vedendo, ma siccome ho visto molti live di Miles lo so bene, come funzionavano quei movimenti impercettibili nella direzione del gruppo. Prima dell’assolo di Bill Evans c’è un piccolo interludio che ritorna alla delicatezza infantile della melodia. Una serie di contrasti tra durezza e dolcezza come solo Miles sapeva fare. In questo brano le sue note sono ridotte al lumicino e, nonostante la sua natura burbera, lo spazio dato ai suoi musicisti era illimitato.

«Back Seat Betty» è il secondo brano del primo disco. Qui Miles continua a usare la sordina, ma lo fa con un’intensità raddoppiata. Il ritmo è intenso e avvolgente. Marcus Miller scandisce con quelle note possenti il ritmo funk; Al Foster e Mino Cinelu celebrano il rito collettivo del beat spargendo un flusso ritmico ipnotico. Poi improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, Miles abbandona la sordina ed espande il suo suono da incantatore di serpenti, veleggiando nel mare aperto della musica in perenne divenire. Siamo nell’orgia sonora. Lampi di note si staccano come massi di neve prima di una valanga. Mike Stern accompagna con riff funk questo beat da rito voodoo. L’assolo di Miles qui si fa duro, spigoloso, viscerale, ipnotico. Il suono squarcia la notte menando fendenti a destra e a manca. Qui Miles spadroneggia prendendosi la scena: tutti al servizio di Sua Maestà. Se il primo brano era stato un vuoto di tromba, qui c’è il pieno. Come sono unici quegli attacchi repentini che nascono dal profondo dell’anima del trombettista. Nessuno suona come lui, è unico e inimitabile: ti smuove tutte le budella e te le contorce. Tutti i partecipanti sono consapevoli di essere non a un semplice concerto, ma a una delle celebrazioni musicali del genio assoluto. Con «Fast Track» giro il primo disco e inizia la seconda facciata. Continua a scendere a valle la lava incandescente del gruppo, che erutta lapilli e cenere. Sono un gruppo di forsennati che suonano selvaggiamente, quando selvaggio è bello. Qui è un pieno sonoro, tutti concorrono al sound generale. Mike Stern ulula con la sua chitarra Fender Telecaster ibrida «mutt», celebre per quel suono così particolare, adatto a scorribande sonore al limite dei confini tra il jazz e il rock. Questo non è un concerto, è un happening dove non c’è un ordine prestabilito ma tutto si muove circolarmente, senza una linea rigida in partenza. Mike Stern ricomincia dopo aver mollato il suo solo, e poi Miles con il suo urlo lo sovrasta e lo zittisce, in senso buono. Come si fa a non amare un suono che viene dall’oltretomba?

Poi, improvvisamente, tutto tace e Mino Cinelu si produce in un assolo. Il pubblico applaude, e come si fa a non applaudire. Miles stavolta suona tanto e la base ritmica è la summa di tutta la tradizione nera messa insieme: è la «negritudine» che si fa carne. Spero che non ci sia un pedante lettore che reputi il concetto di negritudine come offensivo (mi è capitato in passato). Per me, che vorrei essere «negro», non c’è niente di offensivo; se poi qualcuno ha da ridire mi armerò di santa pazienza e risponderò. La dimensione live dilata i pezzi a dismisura, quando dilatato è bello. E pure quando «negro» è bello. «Jean-Pierre (2a parte)» chiude la facciata B del primo disco. Il primo vinile finisce da dove era iniziato: la circolarità in musica. La facciata A del secondo disco si apre con «My Man’s Gone Now» di Gershwin, un esempio dell’essenza della bellezza in musica. Il brano era stato inciso nel disco con Gil Evans, Porgy and Bess. L’originale era già un capolavoro e questa rivisitazione lo rende un capolavoro al quadrato. Un classico che Miles rievoca rendendolo di una modernità sconvolgente. Nel ritmo funk trova anche spazio qualche battuta di jazz mainstream, fanno capolino qua e là schegge dello swing degli anni passati, ma sono solo citations. È tutto così ipnotico e profondo. Arriva il turno di Bill Evans che si produce in un vibrante assolo; e pazienza se il sassofonista è bianco, qui nessuno è razzista: bianchi e neri uniti nella lotta contro ogni discriminazione, quando i colori dei tasti del pianoforte sono belli. Ovviamente questa interpretazione di un classico non piacerà a quelli che pensano che la svolta elettrica del Nostro non sia più jazz. La libertà di pensiero è sacra, l’importante è che non si dica che non sia bella musica, ma anche qui mi arrenderei al diritto di tutti di esprimere giudizi avventati. Gli applausi del pubblico sottolineano l’evento e io mi unisco idealmente a loro perché so cosa significa sentire Miles dal vivo. «Tutti pazzi per Mary?», no: tutti pazzi per Davis. I musicisti sono diventati tutti pazzi, almeno per il tempo di questo brano che prende tutto il lato A del secondo disco. Il problema dei vinili è che bisogna girare il disco quando finisce, e forse proprio questo è il bello: girare il disco e scoprire l’ultima facciata del doppio LP.

Il brano finale, «Kix», che copre l’intera facciata, inizia con un ritmo in levare, il classico ritmo reggae che viene evocato dalla band tanto per tributare un omaggio all’isola caraibica. Poi vira verso il classico swing jazz che piace a tutti, belli e brutti. In questo brano barre per la prima volta il sax tenore di Bill Evans, sassofonista omonimo del grande pianista. Il sassofonista omaggia John Coltrane con quel suo fraseggio così caratteristico e, dopo averlo celebrato, cerca di elaborare un sound originale. Si torna con Mike Stern al tipico suono rock-blues, ma i ritmi sottostanti sono cangianti come gli umori di una persona nel suo manifestarsi ondivago. Una babele di suoni e di ritmi, ora più lenti ora più veloci. Miles suona con una voglia di suonare che si evince da ogni sua singola nota. Qui è manna per i tradizionalisti, qui si swinga, qui potremmo trovarci tutti quanti d’accordo sull’essenza del jazz. Certo, un disco tratto da un concerto dal vivo non è come essere al concerto dal vivo, dove l’emozione è immediata e non differita, ma qui sono stato impossessato dal pensiero del grande filosofo Catalano, mi andava di dire un’ovvietà. Il disco, che a occhio e croce è iniziato un’ottantina di minuti fa, sta per finire. L’happening di Miles mi ha lasciato come al solito stordito, affascinato e soddisfatto. Rimetto i miei due dischi nella loro custodia e li ripongo tra la moltitudine di dischi di Miles. Mi congedo con una domanda: «Riusciranno i nostri eroi musicisti del 2026 a celebrare i fasti del genio del passato trasmettendoci almeno una piccolissima parte delle vibrazioni che la musica di Miles ci ha lasciato?». Lo scopriremo solo sentendo!

Miles Davis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *