JellyRoll1

Jelly Roll Morton

Morton risulta tra i primissimi a utilizzare la cosiddetta forma a tre accordi bluesistica, incorporandola nelle proprie composizioni; a ciò va inoltre aggiunta una notevole abilità come pianista che anticipa l’uso dello stride piano, stile o tecnica in cui la mano sinistra salta tra bassi e accordi: e in tal senso egli contribuirà a definire ed emancipare il suono del jazz pianistico del tempo.

// di Guido Michelone //

Il brano Original Jelly Roll Blues, talvolta abbreviato in Jelly Roll Blues resta un fondamento nell’iter artistico-culturale sia della civiltà afroamericana sia della musica novecentesco, universalmente riconosciuto anche come il primo brano jazz pubblicato a mezzo stampa. Composto da Morton, il quale si autocelebra sin dal titolo con il nickname a lui riservato da tempo, il pezzo viene edito come spartito già nel 1915. L’autore (pianista e band leader) dichiara in seguito di elaborarlo addirittura nel 1905, utilizzandolo quale pezzo forte durante i suoi tour nelle tappe del Nord degli Stati Uniti, benché sia il pentagramma del 1915 a formalizzare per la prima volta la transizione dal ragtime scritto alle strutture più fluide del jazz spesso con molte parti improvvisate al momento su indicazioni fra i musicisti coinvolti. Recenti analisi musicologiche appurano che questo capolavoro possegga un precipuo Spanish Tinge: insomma OriginaL Jelly Roll Blues si distingue per l’uso del cosiddetto ‘tocco spagnolo’, ossia un ritmo influenzato dall’habanera e dal tango che Morton, a sua volta, ritiene un tratto essenziale e imprescindibile del vero jazz, in seguito per anni negato, e solo negli ultimissimi decenni ripreso da studi competenti sulle origini del sound afroamericano. Prima della traccia orchestrale Morton ne incide una per piano solo (1924), registrata a Richmond (Indiana), illumina anzitutto il proprio virtuosismo tecnico che viene da lui messo al servizio di una perfetta sintesi tra l’approccio classico del ragtime e quello moderno dell’improvvisazione bluesistica. Tuttavia la versione d’insieme (1926), registrata a Chicago con la propria celebrata formazione, The Red Hot Peppers, incarna visceralmente il segno e l’estetica della polifonia di New Orleans, dove cornetta, clarinetto e trombone intrecciano la melodia principale, guidati da una sezione ritmica incalzante.

E dunque il 16 dicembre 1926: Jelly Roll Morton entra in una sala di registrazione sistemata nel Webster Hotel di Chicago e al pianoforte assieme alla propria band con Omer Simeon (clarinetto), George Mitchell (cornetta), Kid Ory (trombone), Johnny St. Cyr (banjo), John Lindsay (contrabbasso). Andrew Hilaire (batteria) incide alcune tracce, tutti capolavori, ma uno in particolare destinato a essere il simbolo dell’hot jazz in assoluto: appunto l’Original Jelly Roll Blues. Gli altri brani vanno almeno menzionati – Doctor Jazz, Cannon Ball Blues, Someday Sweetheart, Granda’s Spell – per non parlare di quelli immortalati poco prima -settembre Black Bottom Stomp, Smoke-House Blues, The Chant, Sidewalk Blues, Dead Man Blues, Steamboat Stomp – a comporre un’autenitica summa. Tuttavia è su questo ‘originale’ che la figura del protagonista da mitica o leggendaria diventa vera e concreta. Oggi Morton non viene ascoltato assai meno rispetto agli altri due jazzisti – Louis Armstrong e Duke Ellington – che in quel discograficamente fantastico 1926 danno alla luce altre musiche destinate a restare o meglio a proiettarsi nel futuro (ad esempio Heebie Jeebies, Cornet Shop Suey, Big Butter and Egg Man per Armstrong, East St. Louis Toodle-Oo, Immiration Blues per Ellington) , a differenza di Morton, che, sembra chiudere un cerchio; infatti Jelly Roll celebra il presente (e il passato), mentre Louis e Duke guardano avanti. Il modernismo di Morton infatti non apre nuovi orizzonti sonori perché saranno gli altri due, del resto assai più giovani, ad anticipare la cosiddetta classicità del jazz storicamente contetsualizzata tra swing e mainstream. Anche grazie a Original Jelly Roll Blues Morton si mostra quale pioniere consapevole del jazz medesimo, che propaga anche mediante un’esistenza avventurosa, a cominciare dal nome di battesimo Ferdinand Joseph LaMothe e dall’incerta data di nascita, forse il 20 settembre 1890 a New Orleans. Il piccolo Ferdinand cresce in una famiglia creola della middle class che gli consente di strimpellare e poi studiare il pianoforte sin dalla più tenera età: l’educazione musicale comprende lezioni di solfeggio e di pianoforte dotto, che gli forniscono un solido piedistallo tecnico-teorico su ciò che concerne l’armonia classica, benché sia la colorita realtà musicale neworlinese, fra brass band e ballerini di tip tap, a sedurre il giovane Morton, il quale si rende quasi subito conto di come la propria città sia un effervescente crogiolo di culture sonore, ove si mescolano blues, ragtime, vaudeville, gospel, classica, melodramma e musiche ispaniche e africane.

Ferdinand comincia a esibirsi nei postriboli di Storyville, il famoso quartiere a luci rosse (il Red Lights District, per tutti i gusti dai ritrovi lussuosi ai sordidi localacci a bassi prezzi), guadagnandosi da vivere come pianista (e cantante) fino a plasmare un sound distintivo, a sua volta connottato da una combine davvero unica di ritmo, melodia e armonia. Unendo il ragtime dalla struttura rigida sincopata al blues avente melodie più libere e improvvisate, Morton risulta tra i primissimi a utilizzare la cosiddetta forma a tre accordi bluesistica, incorporandola nelle proprie composizioni; a ciò va inoltre aggiunta una notevole abilità come pianista che anticipa l’uso dello stride piano, stile o tecnica in cui la mano sinistra salta tra bassi e accordi: e in tal senso egli contribuirà a definire ed emancipare il suono del jazz pianistico del tempo, almeno fino a quando, già a metà Twenties, Earl Hines con il ‘trumpet style’ fornirà un sound ancora più moderno. Nel 1915, Morton pubblica, come già detto, Jelly Roll Blues: leggendo le note, si può osservare una tipica struttura di dodici battute in chiave blues bluesistica, mentre la linea melodica viene connotata da sincopi con armonie piuttosto semplici poiché l’aspetto più importante resta il ritmo, a rendere il tutto molto dinamico. A quel punto per circa un quindicennio il successo di Morton è inarrestabile anche grazie ai dischi dei quali egli stesso si preoccupa – più di tutti gli altri jazzisti dell’epoca – degli aspetti estetici della registrazione, piegando le tecnologie a fine per così dire espressivi: introducendo l’impiego di correte elettrica in studio, il suono catturato dai microfoni risulta molto più pulito rispetto ai dischi precedenti; e proprio i brani del 1926 possono essere indicati come uno spartiacque nella storia della discografia, tendente da allora a ricercare suoni perfetti, o, ala peggio, sempre più convincenti. Nonostante la popolarità, Morton non è tra i jazzmen (pochi in realtà) che passano indenni gli effetti del crollo della Borsa di Wall Street a Manhattan il 24 ottobre 1929 (noto anche come ‘giovedì nero’) dopo anni di boom azionario; per la prima volta nel mondo, un Paese ricco, senza carestie o mancanza di materie prime, si trova in poche ore ridotto sul lastrico a causa di investimenti troppo rischio; si tratta di una crisi non solo finanziaria ma di conseguenza soprattutto economica che per oltre un lustro vede la working class ridotta alla fame; e fra gli artisti i primi a pagarne le conseguenze sono i neri, in una società fortemente razzista, nonostante l’oasi felice dell’Harem Renaissance destinata anch’essa a soccombere. Jelly Roll Morton continua non incide più dischi, ma continua a suonare in locali di quart’ordine, facendo in parallelo mille altri mestieri fra cui l’albergatore e l’affittacamere.

Il pianista sarà comunque beneficiario del pacchetto di riforme che il nuovo presidente Frankie Delano Roosevelt attua, a partire dal 1933 fino grosso modo al 1940 per sconfiggere la crisi, attraverso il cosiddetto New Deal (letteralmente nuovo corso) che negli Stati Uniti storicamente risulterà il primo e forse unico piano grandioso di riforme economico-sociali di stampo progressista tra welfare e socialdemocrazia. Ideato per far uscire gli USA dalla devastante Grande Depressione, il programma di Roosvelt segna infatti l’abbandono del liberismo economico classico a favore di un intervento attivo dello Stato nell’economia e anche – per quanto riguarda gli ultimi anni di vita di Morton – nella cultura. Va infatti ricordato che le strategie principali del New Deal si articolano su almeno sei fronti: 1) Riforma del sistema bancario, istituendo severi controlli – con la nascita della garanzia federale sui depositi bancari – per limitare la speculazione e salvaguardare i risparmiatori. 2) Lavori pubblici e occupazione, lanciando di massicci progetti infrastrutturali, come la Tennessee Valley Authority,onde creare posti di lavoro per milioni di disoccupati. 3) Regolamentazione del lavoro, approvando leggi (tra cui il Wagner Act) che tutelano i diritti sindacali, la contrattazione collettiva e stabiliscono i primi standard su salari minimi e orari. 4) Sostegno all’agricoltura, emanando provvedimenti (Agricultural Adjustment Act) per limitare la sovrapproduzione, sostenere i prezzi, fornire i sussidi agli agricoltori in difficoltà. 5) Welfare State, creando il Social Security Act (1935) e ponendo quindi le basi per il moderno stato sociale americano, introducendo le pensioni di vecchiaia e i sussidi di disoccupazione. 6) Federal Project Number One (all’interno della Works Progress Administration – WPA) impiegando migliaia di artisti, scrittori e musicisti, sino a trasformare la cultura in un bene pubblico e un’opportunità di lavoro.

Morton è da correlare al Federal Music Project (FMP) che non ha solo il merito di formare orchestre sinfoniche e cori lirici, sia offrendo concerti gratuiti o a bassissimo costo sia istituendo programmi musicali per studenti ed emarginati, ma che può altresì vantare una mappatura dell’intero territorio statunitense con etnomusicologi che fanno ricerca sul campo per valorizzare ogni tradizione popolare e folclorica. In questo modo John e Alan Lomax, padre e figlio, studiosi marxisti esperti nelle culture sonore viaggiano in lungo e in largo gli States con una giardinetta dove al posto dei sedili posteriori viene sistemato un piccolo efficiente laboratorio di registrazione discografica. Ed è così che, quasi per caso, ritrovano il vecchio Jelly Roll Morton disponibilissimo a raccontare a parole, ma pure cantando e suonando il pianoforte la propria vita e soprattutto la sua storia del jazz.

The Red Hot Peppers

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