«Di Sera» di Rino De Patre: la quiete che risuona, tra rigore e intimità (Abeat Records, 2026)
Un luogo in cui fermarsi che acquista valore passo dopo passo, dove la musica non descrive la sera, ma la abita con discrezione, la ascolta e le consente di affiorare, mentre la chitarra di De Patre assume un ruolo quasi pittorico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Di Sera», da Abeat Records, inaugura una tappa significativa nel percorso di Rino De Patre, chitarrista e compositore. La sua ricerca procede da anni con una disciplina che unisce rigore formativo, immaginazione improvvisativa e un’attenzione costante per le risonanze mediterranee. In questo lavoro la chitarra classica diventa un luogo di pensiero, un mezzo attraverso cui il suono prende corpo con una naturalezza che non indulge mai nell’enfasi.
Il titolo dell’album rimanda a un momento della percezione in cui il giorno arretra lasciando spazio a una dimensione più crepuscolare e raccolta. De Patre implementa un ambiente acustico che respira con lentezza, si distende con misura e invita a un ascolto privo di urgenze. La chitarra non impone direzioni, preferisce suggerire linee, delineare profili, far scorrere il suono come un pensiero che si forma mentre viene pronunciato. La chitarra diventa così un laboratorio di micro-sfumature. Le corde basse proiettano un colore caldo, quasi materico, mentre le vibrazioni acute disegnano filamenti sottili che attraversano lo spazio con una chiarezza luminosa. Il timbro non rimane mai uniforme: si inclina, si ispessisce e si assottiglia. La scelta di un tocco misurato permette di percepire la grana del suono, la sua vibrazione più intima, la sua attitudine di trasfigurare un intervallo in un passaggio narrativo. In tal modo «Di Sera» trova la sua vera identità proprio nella chitarra: non un semplice veicolo melodico, ma un organismo vivo, atto a generare un paesaggio acustico che rimane nella memoria per la qualità del dettaglio, per la cura del fraseggio, per la finezza con cui ogni nota viene liberata andare senza enfasi, lasciando sospesa la risonanza dello strumento, come se il legno continuasse a vibrare anche dopo l’ultimo tocco. L’impressione è quella di un suono che rimane in ascolto di sé stesso, come se lo strumento custodisse ancora un’eco non pronunciata. Il disco si chiude così, con una vibrazione che non pretende di durare, ma che resta impressa per la qualità del dettaglio, per la cura del gesto, per la precisione con cui l’ultima nota si deposita nell’aria. La chitarra dispensa quasi un filo d’aria che aderisce al silenzio circostante come se il legno trattenesse un’eco minima, pronta a dissolversi.
Alfredo Paixão al basso e Pasquale Fiore alla batteria e alle percussioni cooperano alla calibrazione di un quadro esecutivo fondato sulla naturalezza del colore acustico. I loro interventi dialogano con la chitarra, generando un’impronta acustica che permette al procedimento in atto di distribuirsi equilibratamente. Le presenze di Bob Sheppard al sax soprano e di Luca Aquino tra tromba e flicorno aggiungono una velatura che amplia la gamma espressiva del disco, apportando sfumature discrete, simili a riflessi che tagliano la superficie di un’immagine. «Landscape» apre il lavoro con un andamento contemplativo. L’asseto armonico-dinamico si distende come un paesaggio che si lascia osservare mentre la luce muta, mentre la chitarra procede con un fraseggio che predilige la delicatezza alla definizione netta. «Spring Wind» dispensa un moto più leggero, simile a un soffio che sfiora la superficie della composizione. Le proiezioni melodiche scorrono con grazia, mentre la sezione ritmica modula tra accenti discreti e aperture armoniche che suggeriscono un senso di rinnovamento. «Concepito» affiora come un canto di raccoglimento. La chitarra dialoga con il silenzio, lo interroga e lo lascia risuonare. La struttura tematica procede per frammenti, come se il pensiero musicale si formasse per gradi, trovando la propria direzione nel rapporto tra suono e pausa. La rilettura del «Notturno op. 9 n. 2» di Fryderyk Chopin sancisce una parentesi che non mira a fondere linguaggi, ma preferisce far affiorare affinità profonde: la gestione della sospensione e la cura del fraseggio. De Patre illumina il nucleo poetico del Notturno e lo lascia riverberare in un ambiente armonico che ne amplifica la finezza. La title-track «Di Sera» raccoglie l’essenza del progetto. La chitarra osserva la luce mentre si ritrae, come se il suono potesse trattenere l’ultimo bagliore prima della notte. La composizione non punta a un culmine, preferisce una progressione che si distende con naturalezza, lasciando affiorare un clima di quiete che custodisce una complessità sottile.
La registrazione presso gli Artesuono Recording Studios sotto la guida di Stefano Amerio conferisce al disco una qualità acustica limpida. La resa sonora permette di percepire la fisionomia dell procedimento strumentale, la vibrazione delle corde, la grana del legno, la delicatezza delle percussioni. L’immaginario visivo costruito dalla fotografia di Isabella Missio e dal design di Marina Barbensi completa il quadro con un’estetica coerente, fatta di penombra e di un’intimità che non indulge nel sentimentalismo. «Di Sera» si staglia sulla scia di una dimensione quasi cinematografica, ciononostante il concept di De Patre non sembra indirizzato verso immagini esterne, ma preferisce generare visioni interiori, simili a frammenti lirici che si depositano senza pretendere interpretazioni univoche. «Di Sera» diventa così un luogo in cui fermarsi che acquista valore passo dopo passo, dove la musica non descrive la sera, ma la abita con discrezione, la ascolta e le consente di affiorare, mentre la chitarra di Rino De Patre assume un ruolo quasi pittorico. Le corde non delineano semplici linee melodiche, ma modellano un corpo sonoro che vibra con una precisione rara. Ogni nota porta con sé la traccia del tocco, la pressione del polpastrello, la risonanza della materia, un modus operandi che si schiude, si ritrae, si abbandona con una naturalezza che non ha bisogno di sottolineature.

