«Trama Latina» di Paolo Fresu, David Linx e Gustavo Beytelmann: la materia migrante del suono, tra riscrittura e memoria (Tǔk Voice, 2026)

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«Trama Latina» s’impone come un lavoro di notevole coerenza formale e profondità interpretativa, nel quale la pluralità delle voci non genera dispersione, quanto piuttosto una sintesi dinamica, sostenuta da una visione artistica lucida e condivisa.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’incontro tra Paolo Fresu, David Linx e Gustavo Beytelmann si muove all’interno di una traiettoria artistica che rifugge ogni intento celebrativo convenzionale, spingendosi piuttosto verso una riflessione, ampiamente sedimentata, sulla circolazione dei linguaggi musicali in ambito transcontinentale. «Trama Latina» si mostra dunque come un dispositivo di memoria attiva, nel quale la matrice sudamericana non viene semplicemente rievocata, ma rielaborata sulla base di una logica di continua rifrazione culturale.

La scrittura vocale e testuale, distribuita fra i tre protagonisti ed arricchita dall’intervento di Celsa Vilafora e Famke Sinninghe Damsté, si organizza sulla scorta di un principio di mobilità linguistica che trova nella pluralità idiomatica non un ornamento, quanto un vero e proprio asse strutturale. Lingua sarda, portoghese, inglese, olandese e spagnolo convivono all’interno di una tessitura espressiva che fa della traduzione un atto creativo, nel solco di una poetica che riconosce nel passaggio tra codici differenti un modulo di espansione semantica e timbrica. L’apporto di Gustavo Beytelmann si pone in una linea di continuità con l’eredità di Astor Piazzolla, non per via imitativa, quanto piuttosto sulla una rielaborazione consapevole del tango come sistema accordale aperto, suscettibile di innesti e deviazioni. La sua scrittura pianistica, di solida formazione ed al contempo inventiva, distribuisce le voci con rigore costruttivo, lasciando emergere una geometria timbrica nella quale il gesto ritmico si fa elemento propulsivo e narrativo.

La vocalità di David Linx, già ampiamente riconosciuta per la duttilità e per una dizione strumentale di rara precisione, si dipana lungo un arco espressivo che coniuga controllo tecnico e impronta acustica. Il fraseggio, musicalmente eloquente, modula tra registri contrastanti senza mai indulgere in soluzioni manieristiche, facendo affiorare un ordito melodico che si radica tanto nella tradizione jazzistica europea quanto in una più ampia costellazione afroamericana. L’intervento di Paolo Fresu, con tromba e flicorno integrati da dispositivi elettronici, apporta una dimensione di espansione dello spazio acustico. Il suono, riconoscibile per una velatura acustica che tende alla sottrazione più che all’enfasi, s’innesta nel tessuto del line-up come elemento di risonanza e di sospensione controllata, contribuendo a plasmare un equilibrio sintattico dove ciascun intervento solistico si relaziona con l’insieme secondo una procedura di ascolto reciproco.

L’intero progetto si regge su un impianto coesivo che individua nel rapporto tra parola e musica il proprio fulcro generativo. Le composizioni selezionate, che includono pagine di Armando Manzanero, Pablo Milanés, Milton Nascimento, Carlos Gardel e Atahualpa Yupanqui, vengono sottoposte a un processo di rifunzionalizzazione che ne ricalibra l’assetto armonico-dinamico senza comprometterne l’identità originaria. In siffatto contesto, la nozione di diaspora musicale si trasfigura in una pratica concreta di riscrittura, in cui ogni materiale tematico viene interrogato e restituito sulla base di un’inedita configurazione espressiva. Una particolare attenzione merita la dimensione visiva del progetto, suggellata dalla scelta dell’opera «Passaggio di segni» di Juan Carlos Pineda. L’immagine, lungi dal costituire un semplice apparato decorativo, si pone in risonanza con la trama narrativa del disco, suggerendo una corrispondenza tra gesto pittorico e la prassi musicale, tra stratificazione cromatica e organizzazione molecolare del suono.

L’ascolto restituisce un’ambientazione funzionale dove la componente tematica si srotola secondo una traiettoria introspettiva, priva di compiacimenti retorici. Ciascun episodio musicale si configura come frammento di un discorso più ampio, in cui la memoria individuale e quella collettiva si riflettono reciprocamente, dando luogo a una forma di temporalità circolare, nella quale il passato non si limita a essere evocato, ma continua a operare come principio attivo di trasformazione. «Trama Latina» si impone, in tal senso, come un lavoro di notevole coerenza formale e profondità interpretativa, dove la pluralità delle voci non genera dispersione, quanto piuttosto una sintesi dinamica, sostenuta da una visione artistica lucida e condivisa.

Paolo Fresu David Linx Gustavo Beytelmann

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