TerraceMartin

Terrace Martin

Peace – Passion – Purpose – Perspective – 2026 Sounds of Crenshaw

//di Marcello Marinelli //

Mettetevi comodi, non sarò breve. Predisponetevi alla lettura e all’ascolto, ascoltando contemporaneamente la musica in rete, perché non c’è nessun supporto diverso dalla musica in piattaforma per questi mini dischi. Vado al distributore di Spotify e ordino un pieno di Terrace Martin, quello della quadrilogia del 2026. Chi si spaventa della lunghezza può andare oltre e «scrollare», che detto così sembrerebbe una parolaccia, per via dell’assonanza con un altro termine desueto dei miei tempi, «sgrullare», che significa altro e che in questa sede non è il caso di approfondire. «Jazz or not jazz, this is the question», o se preferite «Jazz is dead or jazz is not dead», oppure «Di che cosa parliamo quando parliamo di jazz?».

Con questo artista, che ho imparato ad amare nel tempo, cerco di perlustrare i territori di confine tra i generi, dove i generi s’incontrano e si scambiano il segno della pace. Per par condicio e per non essere tacciati di eccessivo maschilismo, oltre ai generi si incontrano anche le nuore, perché un tocco di femminilità non guasta mai. Ora fate finta di non aver letto questa battuta e andate oltre: era solo per sdrammatizzare e per predisporre l’eventuale e ipotetico lettore che, in preda a una visione ortodossa della musica, potrebbe essere tentato da una risposta aggressiva verso tutto ciò che non rientra in un principio identitario musicale definito storicamente. Cari amici, «We need peace». Il nostro eroe a cavallo tra i generi — lasciamo perdere le nuore adesso — inizia il suo primo mini album, Peace, con la frase «We need peace». La frase è declamata probabilmente da Cornel West, il filosofo, politico e attivista afroamericano, con una voce perentoria e per niente rassicurante, su una base di voci polifoniche, reali o campionate non si sa, che fanno da sfondo per trenta secondi alla ricerca di una pace. Il disco inizia con «Peace in» e finisce con «Peace out». E in mezzo? In mezzo ci sono una serie di frammenti di solo piano che, per associazione libera — che non è un’analisi comparata della struttura musicale — mi ricordano Erik Satie con le sue Gymnopédies, o il disco Charles Mingus Plays Piano (Spontaneous Compositions and Improvisations, 1963, Impulse!).

Se qualcuno ritenesse questi accostamenti azzardati, tranquilli: le mie sono suggestioni, non teoremi da dimostrare. Non produrrò nessuna petizione da firmare. I miei accostamenti potrebbero essere «campati per aria» e «morti per terra»: si fa tanto per giocare con le parole. Ho provato a combinare il disco di Mingus con quello di Martin e l’effetto non era male: erano sovrapponibili. Oltre all’intro e all’outro e ai bozzetti sonori brevi e minimalisti, c’è anche il brano più lungo del disco e qui, senza tentennamenti, riconosciamo il jazz inteso storicamente: Community Research, in quartetto, con il leader al sax alto, Paul Cornish al pianoforte, Ben Williams al contrabbasso e Ronald Bruner Jr. alla batteria. La ricerca comune (Community Research) complementare alla ricerca individuale. È un pezzo lento, d’atmosfera: nessun virtuosismo e il lirismo del sax alto è scevro da qualunque tentazione virtuosistica. Ho ascoltato un disco jazz? Direi di sì, ma qui si potrebbe aprire un dialogo dall’esito incerto e per niente scontato. Diciamo che, se non è jazz, è fortemente «imparentato» col jazz. E qui, per fortuna, non ci sono «parenti serpenti» come nei contesti familiari.

Per chi non lo avesse mai sentito nominare, Terrace Martin è un cantante, produttore, compositore, tastierista e sassofonista di Los Angeles. È membro del collettivo jazz di Los Angeles noto come West Coast Get Down. Ha co-fondato il progetto Dinner Party insieme a Kamasi Washington, Robert Glasper e 9th Wonder. La quadrilogia continua con Purpose. Le brevissime «Purpose in» e «Purpose out» sembrerebbero uscite dalla penna di Ornette Coleman in Civilization Day, ma è solo un’eco venuta dal subconscio. Il mini disco è in comproprietà con Marcus Gilmore, batterista e nipote del celebre Roy Haynes, presente in numerose collaborazioni nel mondo jazz e oltre. Il suo stile originalissimo fonde tradizione e innovazione. Non scorgete innovazione in questo drumming? Ascoltatelo attentamente. Il suo stile minimalista, composto da metriche e poliritmie complesse, è straordinario. Il suo ispiratore è Milford Graves e considera il suo drumming non solo ritmico ma anche melodico. Non scorgete la tradizione? Ascoltate attentamente: dietro a un’elasticità incredibile di groove, composto da molteplici fonti come la musica indiana, ritmi afrocubani, il funk e tradizioni nordafricane, trasuda la grande tradizione della storia del drumming: Tony Williams, Elvin Jones e Roy Haynes. Il suo incedere è metronomico e incredibilmente complesso. A causa della sua precisione e puntualità ritmica sembrerebbe più uno svizzero del cantone tedesco che un afroamericano, ma pare che il batterista non sia noto per la sua neutralità: prende sovente posizione contro le storture americane, e «No Ice Please» è una testimonianza sonora, immaginando che il titolo richiami alle famigerate squadre I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement). Questa mia idea non è verificata ma è molto plausibile, visto l’impegno politico e civile dei due musicisti.

E Martin dove è finito? Sta affacciato sul «terrace» — scusate, è più forte di me fare battute di bassa lega — spero che apprezziate, altrimenti vi ho dato un assist per impallinarmi. Sulla base ritmica di Marcus Gilmore, Terrace Martin ricama tappeti sonori prodotti dalle sue molteplici tastiere: Fender Rhodes (Rhodes Electric Piano), Nord Stage / Nord Electro, Moog (soprattutto Sub 37 e Voyager), Sequential Prophet (Prophet-6 / Prophet-08), Yamaha Motif e workstation simili, software synth (DAW). Il mondo armonico e melodico è una tavolozza di colori e ambientazioni sonore, ora rilassate ora cupe. Poi sopra all’armonizzazione compare il sax alto con un suono filtrato dalle diavolerie elettroniche che lo rendono così originale. Mi piacciono in particolare le note lunghe del sax, che contribuiscono al sound generale: nessun virtuosismo inutile e ostentato. È un approccio alla composizione musicale da laboratorio artigianale elettronico. Poi le voci campionate, care anche a Kamasi Washington, e l’uso della voce trasfigurata tramite vocoder, talk box, synth pad e auto-tune al servizio della creazione. Compare in Perspective of Purpose anche il trombettista Keyon Harrold, che con il suo suono cristallino e rarefatto rende l’atmosfera del brano sognante e lirica. In Integrity vs Engagement compare anche Taylor McFerrin all’elettronica, figlio del grande Bobby McFerrin. L’algoritmo di Spotify starà impazzendo e anche i cultori integerrimi della tradizione non riusciranno a decifrare questi suoni. Anche io, che penso di ascoltare jazz, non ne sono così sicuro: in realtà sento una musica straordinariamente moderna con il jazz come substrato.

Azzardo una teoria: è un’evoluzione possibile della grande tradizione. Ma non mi impiccherei sulla pubblica piazza se qualcuno non fosse d’accordo. Non so con precisione cosa sto ascoltando, come tante volte mi succede su Spotify, ma «I like it». Gli elementi certi sono l’improvvisazione, la musica strumentale, un drumming sperimentale e qualcosa di diverso rispetto allo swing della «golden age» del jazz. Il sax spaziale e le tastiere futuristiche di Terrace Martin mi ammaliano e ora che mi sono «ammaliato» mi devo anche curare. Ascolto prevalentemente jazz ma non sono jazzcentrico: mi abbevero ad altre fonti e quando ho sete di musica saccheggio i territori di confine dove stazionano questi musicisti allo stato brado. Mi piace la contaminazione e la fusione, ma non tutti i tipi di fusione e intrecci; ad esempio la fusione che fece Ornette Coleman con i Prime Time nel jazz elettrico non mi è piaciuta per niente. Ogni opera è un’opera a sé: si apprezza o non si apprezza la singola opera, non l’attitudine. A questo punto rischio l’abbandono dei lettori e non potrei biasimarvi per questo, ma l’urgenza espressiva mi fa andare avanti come un treno (A) (Take the A Train), per sempre fedele al Duca. Passion è il terzo mini disco della quadrilogia. Qui c’è il solo Terrace Martin e un solo featuring vocale principale, Blxst in «Once I Say», che è l’unico pezzo che assomiglia vagamente a un brano dance. Visto che siamo rimasti in pochi e può darsi che anche «m’hanno rimasto solo», continuo con il soliloquio. È un progetto molto più vicino a un beat tape/sketchbook jazz-hip hop e con Soulection il tappeto sonoro del leader richiama le atmosfere hip-hop californiane della West Coast. Ai tempi, visto che sono anche un appassionato di hip-hop (lo so, ce li ho tutti i difetti), preferivo la West Coast proprio per queste sonorità alle tastiere, pur amando anche la East Coast. Questi tappeti sonori sono buoni anche per nasconderci la polvere sotto o per fare un giro osservando l’umanità dall’alto — parlavo dei tappeti volanti. Qui l’atmosfera è diversa dai due dischi precedenti e la vedo dura convincervi che questo sia jazz, ma è talmente imparentato che al mio capezzale potrebbero avanzare legittime eredità i parenti serpenti. Le atmosfere si alternano tra onde placide e onde anomale: lo yin e lo yang dell’elettronica e dello sketchbook jazz-hip hop. E alla fine di questo percorso frammentato, quasi a voler tirare le somme senza davvero chiuderle, arriva Perspective, che non chiude nulla ma riapre tutto.

Conclude la quadrilogia Perspective. Sono in confusione totale: sento ode di schizzi jazz che si incuneano nei beat soulful. Non è soul classico, stile Motown o R&B tradizionale: è una soul moderna filtrata attraverso il jazz e la produzione hip-hop. C’è improvvisazione, odo la modernità nel suo incedere, ma non è jazz, non è R&B, non è soul, non è hip-hop. Ma cos’è? Odora di rosa ma rosa non è. Certo che Terrace Martin ce l’ha messa tutta per confondere l’algoritmo, mescolando le carte come un mago musicale qualsiasi, ma temo che l’algoritmo non si lasci manipolare. Scruta, investiga, indaga, viviseziona i generi, continua a scomporli e ricomporli, e a un certo punto li ridistribuisce. Io le prendo volentieri e mi lascio coinvolgere dal gioco del suono, dal groove ignoto che anche l’algoritmo fatica a catalogare. Per finire, una promessa per chi è arrivato fino a qui: giuro che la prossima volta non farò un post sui generi, ma solo sulle nuore. Ma temo che le nuore siano più complicate dei generi. We need peace!

Terrace Martin

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