EnricoCarniato

// di Guido Michelone //

Il giovane jazzman mantovano Enrico Caniato si è di recente autoprodotto l’album Camelia alternandosi fra tromba, flicorno, voce, in quartetto con Stefano Caniato (pianoforte), Loris Leo Lari (contrabbasso) e Davide Bussoleni (batteria). Canta un evergreen (You Taught My Heart To Sing di Tyner e Cahan) e omaggia tre jazzmen a lui molto cari (i flicornisti Mangione e Wheeler rispettivamente con Bellavia ed Everybody’s Song But My Own, e il pianista Hersch di Valentine) non senza cimentarsi in cinque proprie composizioni (A Hidden Gem, Crepuscule, Shy Boy, Vertigo e la title track che apre il disco) con suadente mainstream style. L’intervista èin sclusiva per Doppio Jazz.

D. In tre parole chi è Enrico Caniato?

R. Enrico Caniato in tre parole è curiosità, creatività ed eccentricità.

D. Il suo primo ricordo della musica da bambino?

R. Difficile dirlo, perché ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di musicisti e quindi la musica mi ha accompagnato in ogni momento. Uno dei ricordi più vividi è quando da piccolo ero in macchina con i miei genitori e a un certo punto mio padre ha messo su della musica di Elvis Presley. Mi colpì fin dal primo istante e così gli chiesi chi fosse. Mi rispose “il re del rock” e da lì ho iniziato ad amarlo; ancora oggi è uno dei miei idoli musicali.

D. E la sua prima memoria del jazz in assoluto?

R. Mio padre stava lavorando a un arrangiamento di It’s all right with me di Ella Fitzgerald per big band e io, catturato dal ritmo, l’ho accompagnato con una pentola e un mestolo usati a mo’ di tamburo.

D. Perché la scelta della tromba quale strumento?

R. Ho scelto la tromba grazie a Louis Armstrong. Mi avevano colpito la potenza del suo suono e l’allegria che trasmetteva.

D. Possiamo parlare di lei anche come polistrumentista, visto che suona il flicorno e canta?

R. In realtà mi diletto anche al pianoforte, quindi mi piace pensare di sì! Fa parte della mia componente curiosa, mi piace molto spaziare tra generi e strumenti…

D. Ci racconta come nasce e si sviluppa il suo album ‘Camelia’?

R. ‘Camelia’ nasce come omaggio alla mia città natale, Mantova, una perla rinascimentale ricca di arte e cultura. Mi hanno sempre affascinato gli affreschi e le architetture degli edifici simbolo della città quali Palazzo Te e Palazzo Ducale, quindi la mia ricerca artistica si è ispirata all’equilibrio tra forma e spirito alla base del Rinascimento. Il fiore della camelia simboleggia la bellezza ideale e per questo l’ho scelto come titolo dell’album (e della title track). Il suo significato riecheggia nei brani del disco, principalmente composizioni mie e di mio padre, che cercano l’introspezione attraverso l’armonia e la proporzione degli elementi.

D. Per lei ha ancora un senso oggi la parola jazz? Se sì, perché?

R. Sì, la parola jazz ha ancora un senso, perché, nonostante abbia attraversato periodi e correnti estremamente diverse, continua a veicolare il suo messaggio di fondo: contaminare e personalizzare in nome della libertà creativa.

D E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste per lei qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?

R. Sì, penso si possa parlare di ‘jazz italiano’, come di qualsiasi altra nazionalità. L’aspetto che rende questo genere peculiare è il suo essere camaleontico, che gli permette di attraversare confini e culture molto diverse tra loro e di prendere qualcosa da ognuna. Nel caso dell’Italia, ci sono stati tanti artisti che hanno lasciato elementi della loro terra nel loro modo di concepire il jazz.

D. Esiste la possibilità di emergere oggi per voi giovani jazzmen italiani?

R. Sono cambiate tante cose a livello economico e socio-culturale, penso che attualmente sia molto difficile emergere in quasi tutti i campi artistici. La globalizzazione da un lato ha aperto a tante possibilità e risorse importanti, dall’altro ha aumentato a dismisura la concorrenza. A mio parere, è relativamente facile emergere in contesti locali, ma per fare il grande salto e raggiungere livelli più alti le occasioni mi sembrano più limitate e vanno colte al volo.

D. Cosa distingue appunto l’approccio al jazz di americani e afroamericani rispetto a noi europei?

R. Fino al secolo scorso avrei detto che americani e afroamericani, rispetto a noi europei, avevano una tradizione jazzistica più radicata e sentivano più da vicino le emozioni e le sensazioni legate a questa musica, visto che l’avevano vista nascere loro stessi o comunque persone vicine a loro. In realtà adesso, sia europei che americani fanno parte di generazioni troppo giovani per questo discorso, per cui secondo me non c’è molta differenza al giorno d’oggi. Ciò che cambia è l’approccio individuale, ma si tratta di un qualcosa di estremamente soggettivo e non legato alla provenienza.

Enrico Carniato

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