«Italian Mottetto» di Francesco Chiapperini tra filologia musicale, improvvisazione e ricerca timbrica (Caligola Records, 2026)

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Il quartetto mette in relazione epoche distanti senza forzature, restituendo al patrimonio musicale del primo Seicento una vitalità inattesa. Ne emerge un lavoro capace di parlare tanto all’ascoltatore più attento quanto a chi cerca un’esperienza emotiva immediata: un incontro tra memoria e invenzione in cui ogni gesto sonoro possiede peso, intenzione e significato.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Tra le tensioni espressive della musica del primo Seicento e le libertà timbriche del jazz contemporaneo esiste un territorio comune spesso poco esplorato: quello in cui la dimensione modale diventa spazio di invenzione. Le strutture armoniche della prima monodia italiana, infatti, non si fondano ancora sul sistema tonale pienamente codificato nei secoli successivi, ma su un linguaggio fluido, sospeso tra retaggio modale rinascimentale e nuove esigenze retoriche della parola cantata. In questo contesto l’armonia agisce più come campo di possibilità che come griglia vincolante, lasciando emergere una sensibilità già orientata alla flessibilità e alla variazione. Tale apertura rende possibile un dialogo inatteso con il jazz modale del Novecento, dove la riduzione della funzione armonica tradizionale favorisce la dilatazione del fraseggio, l’esplorazione timbrica e la libertà improvvisativa. In entrambe le esperienze musicali, seppur distanti nel tempo e nelle intenzioni storiche, il materiale sonoro non è rigidamente determinato da progressioni obbligate, ma trova senso nel movimento interno delle linee melodiche, nella qualità del suono e nella relazione tra gli interpreti.

Da questa prospettiva, l’incontro tra repertorio seicentesco e sensibilità jazzistica non appare come un semplice esercizio di contaminazione stilistica, ma come l’emersione di affinità profonde. La sospensione modale, la centralità della linea vocale e la tensione espressiva affidata al gesto interpretativo costituiscono infatti un terreno fertile per nuove letture, capaci di mettere in comunicazione epoche lontane attraverso una comune ricerca di libertà sonora. A cinque anni da «On The Bare Rocks and Glaciers», infatti, Francesco Chiapperini torna a pubblicare per la Caligola Records con «Italian Mottetto», un lavoro affonda le radici nelle pratiche musicali secentesche, segnando una tappa particolarmente matura del suo percorso artistico e progettuale. Il clarinettista sceglie nuovamente una dimensione cameristica – qui affidata a un quartetto – proseguendo una linea di ricerca in cui il concept guida l’intero impianto espressivo. Il disco prende avvio da una fonte storica precisa: alcune pagine di Giulio Caccini, protagonista della stagione medicea del primo Seicento e figura determinante nella transizione dal madrigale polifonico alla monodia.

Nella raccolta «Le nuove musiche», Caccini inaugurò infatti il cosiddetto stile rappresentativo, ponendo la parola al centro dell’esperienza sonora e aprendo la strada alla sensibilità barocca. Spesso sostenuto dai versi di Gabriello Chiabrera, il compositore seppe dare vita a una sintesi raffinata tra declamazione poetica e linea melodica. Su questo terreno Chiapperini innesta la propria visione. In «Italian Mottetto» la materia seicentesca viene riletta alla luce di una sensibilità contemporanea, nella quale convivono suggestioni cameristiche, libertà improvvisativa e riferimenti alla tradizione afroamericana. Non si tratta di una semplice riproposizione del repertorio: la linea vocale originaria resta intatta, ma l’ambiente timbrico muta profondamente, generando una dimensione sonora nuova e sorprendentemente coerente. Accanto al leader operano tre musicisti di estrema finezza: la voce luminosa di Valentina Fin, il violino di Virginia Sutera e il contrabbasso di Andrea Grossi. L’interazione tra i quattro interpreti si distingue per naturalezza e misura, lontana da ogni tentazione decorativa. Il clarinetto basso di Chiapperini indaga registri scuri e profondità timbriche, alternando soffi, linee liriche e improvvisazioni calibrate; il violino di Sutera introduce una tensione narrativa che oscilla tra purezza melodica e sottili increspature espressive. Il contrabbasso di Grossi agisce come fulcro elastico dell’insieme, suggerendo direzioni ritmiche senza irrigidire il flusso musicale. Al centro dell’esperienza d’ascolto resta tuttavia la vocalità di Fin: sospesa, controllata, intensamente comunicativa, capace di mantenere intatto il profilo melodico cacciniano mentre il contesto sonoro attorno si rinnova.

Ne scaturisce un tessuto sonoro raffinato in cui il repertorio seicentesco sembra respirare nuovamente, conservando però la propria aura originaria. Le quindici tracce, tutte di durata contenuta ma ricche di sfumature, delineano un percorso compatto e suggestivo. «Benvenuti a corte» apre il disco con un’eleganza quasi cinematografica; «Lacrime sospese» offre un momento di intensa rarefazione, dove la vocalità si fa strumento e gli strumenti assumono qualità vocali; «Eco di un dolcissimo sospiro» rappresenta probabilmente il vertice espressivo dell’album, sei minuti di sospensioni e micro-dinamiche. La chiusura con «Queste lagrim amare – Pizzicato Reprise» restituisce infine una lettura vibrante e sorprendentemente attuale. Registrato tra il 2024 e il 2025 presso l’InterPlay Recording Studio di Milano con la cura tecnica di Lorenzo Sempio, «Italian Mottetto» testimonia un raro equilibrio tra rigore filologico e libertà creativa. Il quartetto mette in relazione epoche distanti senza forzature, restituendo al patrimonio musicale del primo Seicento una vitalità inattesa. Ne emerge un lavoro capace di parlare tanto all’ascoltatore più attento quanto a chi cerca un’esperienza emotiva immediata: un incontro tra memoria e invenzione in cui ogni gesto sonoro possiede peso, intenzione e significato.

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