«Out Of Gravity» di Michele Papadia: il jazz come atlante contemporaneo della black music (A.MA Records, 2026)
Con «Out Of Gravity», Papadia non si limita a una sommatoria delle varie influenze, ma modella piuttosto un hub di collegamento che accoglie la pluralità, valorizza la differenza e invita l’ascoltatore a riconoscere nella complessità un principio di coesione.
// di Francesco Cataldo Verrina //
«Out Of Gravity» di Michele Papadia nasce da un’idea di emancipazione che si riflette nel titolo e nel contenuto musicale. L’immagine della gravità rimanda ai vincoli sociali, alle convenzioni che comprimono l’espressione individuale e spingono verso un appiattimento identitario. Papadia reagisce a questo scenario con un repertorio originale che ruota attorno a libertà, condivisione e spiritualità, sostenuto da un linguaggio che attinge al jazz contemporaneo e ne amplia i confini attraverso groove, funk, afrobeat, elettronica e improvvisazione estemporanea.
Il progetto s’inserisce in un percorso artistico che ha portato Papadia a sondare molteplici declinazioni della Black Music, grazie a collaborazioni con Gianluca Petrella, Bobby Previte, Lars Danielsson, Manu Katché, Joe Bonamassa, Brian Auger, Eric Gales, Robben Ford e Kirk Fletcher. L’esperienza emerge in ogni episodio del disco, non come citazione diretta, ma quale sedimentazione profonda. Per «Out Of Gravity» il pianista riunisce un quintetto di altissimo livello – Fabrizio Bosso, Francesco Bearzatti, Francesco Ponticelli e Stefano Tamborrino – arricchito da presenze internazionali come Kokayi, Deshawn «D’Vibes» Alexander, Angela Esmeralda e Kalifa Kone. L’incontro tra musicisti provenienti da tre continenti genera un tessuto sonoro che riflette un’idea di collaborazione ampia, aperta, priva di gerarchie rigide. La scrittura di Papadia alterna sezioni costruite con rigore a spazi di improvvisazione, dove l’interazione diventa motore creativo. Le progressioni armoniche si muovono spesso in territori modali, favorendo un fraseggio mobile e interiormente articolato. L’Hammond dispensa un colore caldo e tellurico, mentre i sintetizzatori disegnano geometrie timbriche che sostengono la narrazione senza invaderla. Jazz, funk, afrobeat ed elettronica non vengono fusi in un sincretismo generico, ma disposti come elementi complementari di un impianto compositivo che si espande con coerenza. La dimensione spirituale evocata dal titolo non si traduce in un misticismo dichiarato, ma in una tensione che punta all’alleggerimento, liberandosi dai vincoli della chiusura formale. Ogni episodio sembra mirato in direzione di un punto di sospensione, come se la materia acustica cercasse un equilibrio instabile capace di suggerire un altrove. La libertà, tema centrale del progetto, non coincide con assenza di regole, ma con la possibilità di ridefinire continuamente il rapporto tra invenzione e progettazione, tra collettivo e individuale, tra radice e movimento.
La title-track «Out Of Gravity» fissa, in apertura, le coordinate del viaggio con un metro irregolare sorretto da una precisione elastica, mentre la voce di Kokayi irrompe come forza portante: il fraseggio inventivo, la dizione ritmica e l’abilità nel modellare il testo secondo una scansione rigorosa ne fanno un atto di emancipazione, dove parola e suono dialogano con pari intensità. «Afrolution» rappresenta un primo snodo significativo. Papadia attinge alla pentatonica minore per costruire un basso che entra sul secondo quarto, generando uno slittamento percettivo che richiama la vitalità dei linguaggi africani senza indulgere a un’esotizzazione superficiale. Il groove, il riferimento al funk degli anni Settanta e la pulsazione tribale affiorano alla stregua di componenti di un disegno musicale che si espande progressivamente, preparando il terreno per «A New Beginning», dove il Ngoni di Kalifa Kone porta con sé una memoria culturale ampia e stratificata. Il rinnovamento evocato dal titolo si traduce in una soluzione armonica che apre varchi, come se la musica cercasse di passare a una dimensione più luminosa. In questo flusso s’innesta «Miss Arrow» – episodio dedicato alla moglie del compositore – modellato come un jazz waltz dalla melodia cantabile e dalla fisionomia europea. L’influenza dell’impressionismo francese affiora nella cura delle sfumature e nella gestione delle velature acustiche, mentre l’armonia apporta deviazioni che ampliano il respiro del componimento, trasfigurandolo in un luogo dove la scrittura rivela una dimensione più intima e cameristica.
La chiarezza di «Freedom To Live» riporta l’album verso un registro più diretto, sostenuto da un beat ipnotico e da una melodia essenziale. La ciclicità apparente si appoggia a una trama accordale tutt’altro che prevedibile, mentre il testo di Mia Cooper amplifica il tema della libertà personale, facendone una sorta di dichiarazione identitaria. Da qui si passa a «Balanced Entropy», che incarna la filosofia musicale del pianista-leader: un equilibrio tra istinto e razionalità, tra varietà di interessi e rigore costruttivo. La prima sezione, radicata nel jazz, convive con una seconda parte più ciclica e mutevole, fino a sfociare in una coda psichedelica in cui la voce di Angela Esmeralda, il Wurlitzer e il Moog liberano un ambiente modale di forte intensità. «Flowing Soul» conforma una dimensione più morbida, nutrita dalla Nu Soul e dall’Hip Hop, con un fraseggio che richiama la scuola di D’Angelo e Erykah Badu. La melodia donata da Dvibe, arricchita da un background vocale istintivo e da un qualità emotiva, si integra naturalmente alla tessitura dell’impianto. La spiritualità acquista una forma più esplicita in «Freedom To Pray», componimento scritto di getto e affidato al pianoforte acustico in dialogo con la tromba di Fabrizio Bosso. Il duo crea un clima raccolto, quasi liturgico, illuminandosi sul parte finale grazie all’ingresso degli altri musicisti. «In My Soul» riprende un’idea nata anni prima e la trasforma in costrutto più fluido, sostenuto da un 4/4 che permette alla melodia di distendersi con continuità. L’introduzione soul-gospel e le successive modulazioni delineano un ambiente acustico che oscilla tra malinconia e solarità, celebrando la dimensione umana della musica afroamericana. Il percorso si conclude con «Peace of Mind», ballad registrata in duo con Francesco Bearzatti, in cui il Rhodes dispensa un profilo acustico caldo e avvolgente. La coda improvvisata introduce una sfumatura Nu Soul che si integra con coerenza nel procedimento collettivo, come se l’intero album trovasse in questa quiete vigile il proprio punto di approdo. Con «Out Of Gravity», Papadia non si limita a una sommatoria delle varie influenze, ma modella piuttosto un hub di collegamento che accoglie la pluralità, valorizza la differenza e invita l’ascoltatore a riconoscere nella complessità un principio di coesione.

