«Quiet Nights Of Quiet Stars» di Cannonball Adderley With Sérgio Mendes: Tra hard bop e saudade (Pickwick International, 1962)
Quiet Nights of Quiet Stars» non chiede riabilitazioni tardive: possiede già in sé misura, grazia e autorevolezza. Chi vi ritorni con attenzione scorgerà un lavoro di autentica maturità, nel quale due tradizioni non cercano compromesso, ma scelgono invece il linguaggio più difficile, quello della reciproca mutazione.
// di Aldo Gradimento //
«Quiet Nights Of Quiet Stars», talvolta diffuso come «Cannonball’s Bossa Nova», pone Julian «Cannonball» Adderley in una zona rara della sua vicenda artistica, laddove l’impulso afroamericano del soul-jazz incontra la disciplina ritmica brasiliana senza scadere nell’esotismo di maniera. La seduta del 1962, maturata insieme a Sérgio Mendes, conserva ancora oggi una qualità persuasiva notevole, poiché nessun elemento appare sovrapposto artificialmente, e ogni scelta rivela ascolto reciproco, misura formale e piena consapevolezza linguistica. Ciononostante, il microsolco patì a lungo l’ombra di capitoli più celebrati della discografia di Adderley, tra cui «Somethin’ Else». Tale ridimensionamento critico appare oggi poco fondato, poiché in siffatto contesto agiscono un ascolto reciproco raro, una scrittura esecutiva sorvegliata, una sapienza ritmica di alto rango e un’attitudine all’incontro interculturale che molti progetti coevi poterono soltanto imitare.
Adderley, spesso associato a una pronuncia sassofonistica espansiva, incisiva e venata di blues, qui modula il proprio fraseggio con sorprendente tatto. L’emissione si fa più raccolta, la dinamica predilige mezze tinte, l’accentazione alleggerisce il peso sul battere e lascia respirare la sincope brasiliana. Non si tratta di rinuncia identitaria, ma di raffinata trasmutazione del proprio lessico. Il suo alto conserva nerbo, calore e sostanza corporea, e tuttavia accetta una diversa distribuzione delle energie, quasi che il fraseggio impari a piegarsi alla cadenza del portoghese musicale. Il contributo di Sérgio Mendes merita considerazione particolare. Il pianoforte evita qualsiasi funzione ancillare e preferisce disseminare cellule ritmiche, accordi mobili, risposte laterali e discreti richiami percussivi. Si avverte una formazione salda, nutrita tanto dalla modernità nordamericana quanto dalla matrice carioca. Taluni voicings, asciutti e ben distanziati, richiamano Horace Silver, ma la mano di Mendes ricerca maggiore levigatezza lineare e una diversa elasticità del tempo interno. Il complesso dei Bossa Rio sorregge l’intera pagina con precisione e leggerezza, qualità raramente concomitanti. Il confronto con Stan Getz s’impone quasi naturalmente, benché vada maneggiato con prudenza. Getz privilegiò una linea di canto vaporosa, di seta melodica, spesso immersa in una luminosità quasi impressionistica. Adderley procede altrove. Il suo suono possiede grana più terragna, una pressione emotiva più manifesta, una scansione che proviene direttamente dal linguaggio hard bop. Ne deriva una bossa nova meno diafana e più incarnata, meno contemplativa e più nutrita di impulso ritmico.
«Clouds», firmata da Durval Ferreira e Maurício Einhorn, offre uno dei vertici lirici dell’album. La melodia procede con malinconia trattenuta, mentre Adderley dosa vibrato e legature con rara finezza. La linea improvvisativa non invade il tema, lo illumina dall’interno. Qualcosa della pittura tonale di certi paesaggisti brasiliani del Novecento affiora nella cura delle sfumature e nel rapporto tra luce e velatura acustica. «Minha Saudade», attribuita a João Donato e João Gilberto, condensa in breve durata un equilibrio ammirevole tra nostalgia e mobilità ritmica. Il termine saudade, tanto abusato fuori contesto, trova corrispondenza musicale autentica grazie a un andamento che oscilla fra prossimità affettiva e distacco elegante. «Corcovado», nella sua celebre veste internazionale «Quiet Nights Of Quiet Stars», reca la firma di Antônio Carlos Jobim. Pochi interpreti non brasiliani hanno compreso con tale misura la natura di questa partitura. Adderley non enfatizza, non sentimentalizza, non cerca il colpo d’effetto. Lascia invece che la melodia dispieghi la propria curva naturale, sostenuta da un tappeto armonico terso e da una pulsazione quasi tattile. L’intimità nasce dalla sottrazione, non da un languore ostentato. «Batida Diferente» valorizza l’aspetto percussivo dell’insieme. La nozione stessa di batida, cioè il modo in cui il ritmo prende corpo tramite chitarra, pianoforte e percussioni, orienta l’intera esecuzione. Il sassofono vi s’innesta con lucidità, scegliendo incisi brevi e accenti puntuali. Sul secondo lato, «Joy Spring» (Joyce’s Samba) di Clifford Brown rappresenta un’intuizione di notevole intelligenza storica. Trasferire un classico bebop in ambiente sambistico poteva generare un esercizio ornamentale; qui accade il contrario. Le simmetrie nervose del tema browniano trovano nuova circolazione ritmica, e il materiale melodico acquista un differente peso gravitazionale. Bebop e samba non vengono giustapposti: si riconoscono. «Once I Loved» (O amore Em Paz), ancora di Antônio Carlos Jobim con Vinícius de Moraes, possiede una nobiltà quasi cameristica. Il gruppo ne custodisce il profilo armonico con sobrietà, lasciando emergere la qualità delle progressioni interne. «Sambop» dichiara sin dal titolo il proprio programma poetico. Il lessico bop vi compare trasfigurato da un diverso centro di gravità metrico. Gli accenti sfuggono alla quadratura consueta, le frasi si piegano alla danza, e la velocità non diventa mai esibizione atletica. «Groovy Samba», siglata da Sérgio Mendes, chiude con vivacità controllata, quasi un congedo sorridente dopo tanta finezza. «Quiet Nights Of Quiet Stars» non chiede riabilitazioni tardive: possiede già in sé misura, grazia e autorevolezza. Chi vi ritorni con attenzione scorgerà un lavoro di autentica maturità, nel quale due tradizioni non cercano compromesso, ma scelgono invece il linguaggio più difficile, quello della reciproca mutazione.

