«Introducing Antonio Scannapieco»: equilibrio sintattico tra istinto e costruzione nel solco della tradizione (EMME Records, 2026)
«Introducing Antonio Scannapieco» rappresenta un buon inizio, in grado di imporsi non solo per la perizia strumentale dei suoi interpreti, ma soprattutto per la chiarezza di una visione estetica che sa guardare al passato con spirito critico e innovativo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il disco di debutto di Antonio Scannapieco, pubblicato dalla EMME Record Label, segna l’ingresso ufficiale del trombettista salernitano nel novero dei giovani compositori dotati di una fisionomia sonora – sia pure non compiutamente delineata – sorretta da basi solide, fatte di studio, impegno e conoscenza. L’album, intitolato significativamente «Introducing Antonio Scannapieco», si avvale della collaborazione di un interessante sodalizio artistico, che vede Pasquale Geremia al sax tenore, Guglielmo Santimone al pianoforte, Giulio Scianatico al contrabbasso e Angelo Gregorio alla batteria. Tale organico oltrepassa il mero ruolo ancillare di supporto, cooperando alla definizione di un impianto coesivo in cui l’interplay si manifesta come elemento cardine della narrazione. Il profilo compositivo del leader, vincitore del Premio Massimo Urbani, si staglia nel solco di un hard-bop rigenerato, dove la logica strutturale presiede a ogni scelta estetica. La relazione tra i musicisti appare improntata a un equilibrio sintattico che permette alla materia sonora di fluire senza mai smarrire il rigore narrativo, modellando una trama espressiva che rifugge da sterili esibizionismi tecnici.
L’opener «Morningless», palesa immediatamente un’aura fonica nitida, dove la tromba di Scannapieco traccia linee melodiche di estrema lucidità, mentre il pianismo di Santimone tesse un supporto armonico che richiama, per trasparenza, certe soluzioni spaziali della pittura di Vasilij Kandinskij. Segue «Little Roy», composizione in cui il ritmo impresso da Gregorio e Scianatico favorisce una progressione dinamica di grande efficacia, permettendo al leader di esporre un fraseggio musicalmente eloquente e interiormente articolato. In «Pio’s Mood», l’assetto narrativo si fa più meditativo; il dialogo fra la tromba e il sax tenore di Geremia si sviluppa mediante una velatura acustica soffusa, in cui le tensioni armoniche si risolvono in virtù di un’accorta gestione dei silenzi e delle dinamiche. L’episodio successivo, «Song For Cami», si distingue per una sensibilità melodica che parrebbe alludere a una dimensione quasi cameristica. La fisionomia del suono di Scannapieco si ammanta di una coloritura lirica, sostenuta da un disegno armonico del pianoforte che ne esalta la purezza timbrica. Con «Red House Street», il quintetto ritorna a un andamento sintattico più serrato; l’impalcatura tematica viene frammentata e ricomposta attraverso un’organizzazione molecolare che stimola l’invenzione dei solisti, confermando la solida formazione e l’abilità tecnica di ogni componente del gruppo. L’ascolto prosegue con «I’ll Miss You», una composizione che si segnala per la profondità della sua impronta linguistica. In questo passaggio, il trombettista modella il suono con una cura quasi artigianale, riuscendo a connettere le memorie del jazz classico con un’intenzione comunicativa moderna e priva di sovrastrutture.
«To G» si muove invece su un piano di maggiore astrazione formale; le geometrie timbriche si fanno più audaci e il supporto della sezione ritmica diviene essenziale nel sostenere un equilibrio instabile che dona all’ordito tematico un fascino peculiare. In «Double Face», l’interlocuzione tra gli strumenti a fiato raggiunge un vertice di coerenza formale, dove il contrappunto tra tromba e sax delinea spazi acustici stratificati e complessi. Il disco trova la sua degna conclusione in «Rays», un componimento che riassume la logica procedurale dell’intero progetto, in cui l’energia esecutiva risulta costantemente mediata da una consapevolezza teorica e da un rigore esecutivo di matrice quasi architettonica. «Introducing Antonio Scannapieco» rappresenta un buon inizio, in grado di imporsi non solo per la perizia strumentale dei suoi interpreti, ma soprattutto per la chiarezza di una visione estetica che sa guardare al passato con spirito critico e innovativo. Antonio Scannapieco s’appalesa come un un giovane musicista ancora in divenire, ma consapevole, la cui scrittura non cerca il consenso immediato tramite artifici retorici, ma per mezzo di una solidità compositiva. Il lavoro collettivo del quintetto testimonia una comunione d’intenti che trasforma l’album in un organismo vivente, confermando come il jazz contemporaneo possa ancora trovare linfa vitale in una prassi che coniughi sensibilità individuale e disciplina formale, pur guardando, a tratti, nello specchietto retrovisore.

