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«Beyond Whisper» rappresenta un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio per la carriera di Onori. Il merito principale risiede nell’aver evitato le insidie del crossover commerciale per approdare a una sintesi formale di assoluto rilievo critico.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il disco d’esordio di Luca Onori, «Beyond Whisper», accolto nel catalogo della «WoW Records», pone al centro del dibattito critico la possibilità di una sintesi reale tra la prassi improvvisativa jazzistica ed il rigore strutturale della musica cameristica. Il batterista, che agisce come un costruttore di forma dalla fisionomia intellettuale ben definita, rifugge la tentazione di una semplice sovrapposizione tra generi, preferendo modellare un organismo sonoro in cui il trio jazz e il quartetto d’archi si fondono senza soluzione di continuità. La scelta compositiva si allontana dalle consuetudini del settore, laddove spesso gli archi vengono relegati a un ruolo di puro accompagnamento o di velatura acustica decorativa. Nel lavoro di Onori la scrittura si afferma piuttosto quale l’elemento primordiale che ordina e distribuisce le energie dei sette esecutori, elevando l’impianto formale a protagonista assoluto della narrazione.

La fisionomia del suono esposta da Onori si connota per una gestione degli spazi che risente della lezione della Third Stream, richiamando alla mente le intuizioni pionieristiche di Gunther Schuller. Come nelle visioni di Schuller, il linguaggio del batterista non cerca una mediazione diplomatica tra i generi, ma punta a un’integrazione strutturale in cui la cellula ritmica afroamericana e il disegno armonico europeo s’innestano su un tronco comune. Il titolo stesso della pubblicazione allude a una dimensione fonica che s’origina dal silenzio e ne conserva la memoria, manifestando una tensione controllata che non sfocia mai nella saturazione, ma si nutre di una disciplina espressiva che impone a ogni intervento solistico di giungere al nucleo gravitazionale della pagina musicale. Danilo Blaiotta al pianoforte e Dario Piccioni al contrabbasso non agiscono da semplici gregari, ma s’inseriscono in un tracciato in cui il contrappunto e le linee tematiche condivise rappresentano il cardine di un codice espressivo coerente e creativamente variegato.

Il punto cardine di questa indagine si rinviene nella suite «Tarab», dove il ricordo di un viaggio in Marocco s’interseca un’impalcatura in tre movimenti che scandaglia diverse proprietà materiche. L’inizio della composizione favorisce il colore sonoro degli archi, quasi a voler preparare il terreno per l’emersione di un’improvvisazione collettiva che lambisce i territori del free jazz, per poi risolversi in una danza araba conclusiva. In siffatto contesto, il pianoforte, impiegato con tecniche che ne risvegliano la natura cordofona simile all’Oud, traccia un ponte ideale fra la tradizione magrebina e la ricerca d’avanguardia. Il procedimento non scade mai nell’esotismo di maniera, ma si segnala per un rigore analitico che rimanda alla lezione di Béla Bartók nel trattamento dei materiali etnici, trasfigurati mediante un filtro armonico che ne esalta la modernità intrinseca. L’inclinazione di Onori a far dialogare scale modali e micro-variazioni timbriche allude a quella ricerca di verità sonora che fu propria di George Russell, laddove il concetto di «concetto lidio cromatico» apriva nuove traiettorie alla libertà e all’estemporaneità organizzata. Analoga cura nel modellare la materia acustica si riscontra in «But Breathing», una ballad in cui il tema si dirama mediante una dialettica serrata tra i due nuclei dell’ensemble, per poi approdare a un fugato finale che organizza e modula la cellula melodica secondo procedimenti di matrice barocca. Qui la sensibilità di Onori come arrangiatore emerge con prepotenza, poiché riesce a interfacciare la cantabilità del jazz con la severità del contrappunto senza che l’una prevarichi sull’altra. Gli archi, lungi dal fungere da semplice tappeto sonoro, diventano i vettori di una trasformazione ritmica e melodica che culmina in un finale di estrema limpidezza esecutiva. L’andamento sintattico del componimento si distende con una naturalezza che sottintende un lungo lavoro di lima sulla partitura, ricordando per certi versi le trame cameristiche di Friedrich Gulda, altro grande viandante tra i confini della musica.

La padronanza dei mezzi tecnici si manifesta ulteriormente in «Conceiving Time», dove l’uso di una metrica in sette quarti non viene ostentata come esercizio di stile, ma utilizzata quale matrice ritmica su cui innestare un’elaborazione contrappuntistica dedicata agli archi. Luca Onori dimostra di essere un compositore strutturale accorto, versato nel far dialogare le proprie radici accademiche con l’urgenza dell’atto improvvisativo. Il suo tratto espressivo s’identifica in una ricerca dell’equilibrio che non accetta compromessi con la facilità d’ascolto, pretendendo invece un’attenzione analitica che sappia cogliere le micro-variazioni di una geometria timbrica in costante divenire. L’ordito tematico si evolve a partire da una cellula minima, un nucleo generatore che si espande e si contrae seguendo una logica organica, in cui la ripetizione non si presenta mai identica a se stessa ma s’arricchisce progressivamente di nuovi dettagli. In virtù di tale complessità, il concept s’impone come un documento significativo della vitalità del jazz italiano contemporaneo, capace di guardare oltre i confini del genere per abbracciare un orizzonte culturale più vasto. All’interno del disco, anche la rilettura di pagine classiche, come l’«Intermezzo» di Mascagni, o di standard quali «My Funny Valentine», assume un significato nuovo, venendo riassorbita in un assetto narrativo che ne giustifica la presenza non come citazione colta, ma quale materiale plastico da modellare sulla scorta della propria fisionomia sonora. Ciascun brano contribuisce a definire un’aura fonica coerente, in cui la registrazione stessa della «WoW Records» esalta la trasparenza e la profondità spaziale degli strumenti, evitando ogni opacità acustica.

Luca Onori si afferma dunque non solo come batterista dotato di solida tecnica, ma piuttosto come un artigiano del suono che utilizza l’ensemble quale laboratorio di sperimentazione linguistica. La sua ricerca sull’equilibrio timbrico si accompagna a una visione poetica che allude a una realtà oltre il sussurro, un luogo della mente dove la musica si spoglia delle etichette per farsi puro pensiero vibrante. L’assetto esecutivo del settetto, sorretto da una preparazione accorta di ogni singolo componente, permette alla struttura formale di respirare senza costrizioni, trovando ampiezza in una dimensione temporale che si distribuisce elasticamente attorno alle idee del bandleader. «Beyond Whisper» rappresenta un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio per la carriera di Onori. Il merito principale risiede nell’aver evitato le insidie del crossover commerciale per approdare a una sintesi formale di assoluto rilievo critico. L’album non si limita a presentare una serie di episodi sonori, ma propone un vero e proprio discorso sulla musica, sulla sua capacità di unire mondi apparentemente inconciliabili e sulla necessità di un ritorno alla composizione intesa come atto di responsabilità intellettuale. Attraverso questo tracciato, Luca Onori ci ricorda che la vera avanguardia non risiede nella rottura fine a se stessa, ma nella capacità di riabitare le forme della tradizione con una consapevolezza nuova, tesa a far vibrare le corde della sensibilità moderna nel solco di una ricerca che non conosce confini predefiniti.

Luca Onori
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