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Valentin Parnakh

// di Guido Michelone //

Nella storia del jazz afroamericano, come si sa, le origini non sono documentato su disco: benché l’industria fonografica esista già da fine Ottocento per ameno tre ragioni i primi grandi jazzmen, come i cornettisti Buddy Bolden e Freddie Keppard (e poco più tradi Bunk Johnson) non lasciano traccia su 78 giri, o meglio niente per Bolden, solo incisioni minori per Keppard (materiali insomma che non restituiscono il valore dell’artista), album negli anni Quaranta per Johnson, fuori tempo massimo per giudicare l’esatta filologia neworlinsese.

Lo steso discorso vale per le origini del jazz, tra gli anni Dieci e Venti del XX secolo, negli altri Paesi (soprattutto europei), con il vantaggio, però, che sul finire dei Twienties quando ormai con un lustro di ritardo rispetto alla bianca Original Dixieland Jazz Band, anche i neri trasferitisi a Chicago (i primissimi geni quali King Oliver, Jelly Roll Morton, Louis Arsmtrong, Sidney Bechet e appena dopo, a New York Duke Ellington e Fletcher Henderson) registrano capolavori assoluti, persino molti jazzisti francesi, italiani, tedeschi, britannici, scandinavi iniziano a entrare negli studios e a rifarsi ai modelli d’Oltreoceano. Anche la Russia, in procinto di diventare Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) grazie alla Rivoluzione d’Ottobre (1917), comincia a interessarsi al jazz: c’è persino una data ufficiale – il 1° Ottobre 1922 – riguardante il primo jazz concerto sovietico, ma di cui non si sa nulla a livello di repertorio. Resta dunque ancora nel mistero il nome del primissimo brano suonato (e di quelli a seguire) di un evento memorabile di cui occorre parlare, anche per ricordare la geniale eccentrica figura del protagonista Valentin Parnakh. Quest’anno ricorre il 75° anniversario della scomparsa di Valentin Yakovlevich Parnakh, nato il 15 luglio 1891 a Taganrog (sul Mar Nero, oggi vicino alla contesa Mariupol’) e scomparso, sessantenne, appunto il 29 gennaio 1951, a Mosca: figura centrale della cultura russo-sovietica in quanto poeta, traduttore, ballerino, coreografo, leader di un quotato gruppo letterario parigino, va però ricordato in quanto pioniere del jazz tra i bolscevichi, per quanto il polacco Krzysztof Wiernicki (1947-2019) nel libro Dal divertimento dei nobili alla propaganda. Storia del jazz in Russia (1991) sostenga che talune forme di ritmo sincopato siano gradite alla corte degli zar già prima della Rivoluzione d’Ottobre che, a sua volta, fa piazza pulita del corrotto regime feudale-imperialista. Dunque a Mosca il 1° ottobre 1922, si tiene un concerto di un ensemble chiamato «La prima orchestra jazz eccentrica RSFSR di Valentin Parnakh».

Va subito notato che lo scopritore o inventore del jazz russo non è propriamente un jazzman, benché lo ascolti presto, vivendo in Francia tra il 1913 e il 1921, dove si dedica in prevalenza alla letteratura. L’allora ventiduenne Parnakh, venendo presto eletto presidente della «Camera dei Poeti di Parigi», diventa parte dell’élite della Ville Lumière, un autentico boulevardier parigino che stringe amicizia con Jean Cocteau e Pablo Picasso, i quale gli dipinge l’unico ritratto dell’epoca: un disegno in cui vengono immortalati i tratti distintivi del giovane scrittore, dal viso stretto e ispirato, labbra sottili e serrate e occhi freddi e determinati, insomma l’immagine di un uomo che sa guardare molto lontano, soprattutto nel mondo dell’arte. Questi contatti gli servono anche a sviluppare una cultura musicologica nei confronti del nuovo sound al punto che Parnakh risulta il primo a scrivere di jazz in russo, grazie a un articolo intitolato “Jazz Band” pubblicato nel numero di marzo 1922 della rivista berlinese Veshch (Cosa), edita dal poeta e giornalista Ilya Ehrenburg. E Valentin compone anche la prima poesia futurista che menziona il jazz – «Ci hanno privato del jazz / Oh, bara! / Un soffio di furia / Dopo un silenzio da incubo / Pentole che improvvisamente tremano. / Sistemi audio bizzarri! / I gong tremavano sull’asta, / Voci ansimanti si intensificavano, razze / Indomabili da qualsiasi cosa!» – edita sulla su Svezhaya Gazeta. Kultura il 24 ottobre 2019. Ovviamente Parnakh assapora il jazz per la prima volta a Parigi attorno al 1919, quando può ascoltarlo su dischi originali e dalle orchestre a seguito dell’esercito statunitense in un clima di dominanza artistica fortemente progressista (per non dire di estrema sinistra, tra anarchia e marxismo) a sfidare con audacia, fantasia, permissivismo le cosiddette arti tradizionali. Nella centro cosmopolita d’Oltralpe, tra Montmarte, Montparnasse, Quartier Latin, Rive Gauche, gli spontanei movimenti creativi permeano di novità soprattutto la letteratura, il teatro, la pittura, il cinema e la musica. Valentin è dunque in prima linea nel movimentismo libertario ed éngagé, fino a dedicarsi, con successo non solo alla poesia ma anche alla danza teatrale. Naturalmente, la nuova sonorità emergente, nella capitale francese, incisa negli Stati Uniti su dischi a 78 giri a partire dal febbraio 1917 (Livery Stable Blues dell’Original Dixieland Jazz Band) ed eseguita da musicisti afroamericani in visita all’Hexagone (Jim Europe e via via Sidney Bechet e Joséphine Baker), non possono sfuggire all’attenzione della poliedrica personalità dell’intellettuale russo.

Parnakh viene insomma attratto dal jazz sia per l’insolita eccentricità della musica, sia per l’esotismo nel (rap)-presentarlo, da come si evince attraverso la descrizione di un concerto di un gruppo di musicisti neri, da lui stesso redatta: «Il batterista della jazz band salta continuamente sulla sedia. Fa movimenti da seduto, come un arabo che cavalca un cammello. Si picchietta. Un manichino elastico. Lancia e riprende le bacchette mentre suona. Le incrocia. Tira la testa verso le spalle e la tira indietro di scatto. Da seduto, inciampa con la spalla espressiva. Mira e colpisce il gong con la bacchetta, facendo crollare il corpo, inarcando il polso. Il sassofonista alza in alto lo strumento, squarciando l’assalto delle sincopi con un sottile contro-suono. Il corpo del pianista afroamericano è reclinato all’indietro; le sue spalle raggiungono il culmine dell’espressività; una spalla è protesa in avanti, le dita si agitano sulla tastiera. I tocchi istantanei corrispondono alle esplosioni di molecole musicali. I distinti geroglifici dell’orchestra imitatrice sono asciutti, levigati, taglienti, fulminei nell’azione, rivelando progressioni di sentimenti diversi, tra cui nuovo pathos, gioia, ironia, nuova tenerezza». Nei contesti europei, all’epoca, l’espressione jazz band è tradotta come orchestra caotica, terminologia importata dal Nord America bianco. Evgenij Gabriolivić (1899-1993), che in seguito diventa famoso quale romanziere e drammaturgo, suona il pianoforte nell’eccentrica orchestra, fino a conoscere Parnakh da vicino, collaborando con lui a lungo ed essendo perciò l’unico a poterne ricordare i dettagli; e racconta di come il primo concerto jazz in Russia si svolga in una sala che, a quegli anni, era teatro dei più accesi dibattiti letterari e artistici, dove, tra scompiglio e caos, opinioni e critiche tutti si scontrano in battaglie verbali che rovesciano dogmi e pregiudizi. Valentin stesso, in precedenza estraneo alla musica, viene attratto dal jazz soprattutto per la sua novità, modernità, unicità e persino per il suo carattere scandaloso.

Nel 1922, Parnakh, molto ricettivo a ogni sorta di iniziativa rivoluzionaria, si lascia facilmente influenzare dagli slogan provenienti dalla madre patria sulla costruzione di un inedito mondo socialista e dunque ritorna in Russia, nella speranza di continuare le proprie esplorazioni creative; decide quindi di portare il jazz anche a Mosca e, prima di lasciare Parigi, porta con sé una bizzarra serie di strumenti musicali, principalmente a percussione. Oggi è impossibile stabilire cosa suoni l’eccentrico ensemble di Valentin al concerto del 1° ottobre 1922; persino in seguito, dopo diversi anni di varia attività, il gruppo non realizza alcuna registrazione; il primo disco jazz sovietico (Halleluja e Seminolla) viene inciso solo nel 1928 dall’orchestra di Alexander Tsfasman. È del tutto possibile che l’ensemble di Parnakh proponga una musica simile a quella eseguita dalla formazione di Galkin, Palkin, Malkin, Chalkin e Zalkind descritta da Il’ja Arnol’dovič Il’f e Evgenij Petrovič Petrov nel romanzo Le dodici sedie (1928) da cui regista americano Mel Brooks nel 1970 trarrà il film comico Il mistero delle dodici sedie. Nel libro si parla di un quintetto che suona con bottiglie e tazze di Esmarch, mentre si sa che il sestetto di Parnakh è composto da tromba, trombone, sassofono, pianoforte, banjo e strumenti a percussione. Inoltre, Valentin, sotto la pressione dell’esibizionismo scenico del primo jazz di inizio secolo, cerca altresì di presentare al concerto l’esotismo esteriore della nuova arte ad esempio facendo sedere, sul palco, in prima fila, Alexander Kostomolotsky truccato di nero e con un abito coloratissimo e con un enorme fiocco vistoso sul petto, intento a swingare sul una batteria attorniata da vasto assortimento di sonagli, tamburelli, maracas, campanelli e nacchere.

Parnakh tiene inoltre a Mosca la prima conferenza divulgativa sulla cosiddetta musica sincopata, trattando le leggendarie origini e le principali caratteristiche del jazz, recitando alla fine le proprie liriche, accompagnato alla musica ed eseguendo la famosa pantomima L’idolo a forma di giraffa: si tratta di una danza con salti agili e con passi meccanici, simile a quella di un manichino, tra cadute a terra, giochi ritmici delle gambe, piroette brevissime, movimenti ondeggianti, sospinte del corpo improvvise e decise. Lo stesso Valentin dice: Battevo le costole in modo armonioso. E questo ballo diventa un’immagine scenica ironica, rimanendo una sorta di auto-rappresentazione quasi celebrativa, anche per il fatto che fisicamente Parnakh appare ciò che oggi verrebbe definito ‘post-human’. Ad assistere all’antesignana performance moderna – di cui occorre ribadirlo non esiste borderò e quindi non esistono notizie circa i brani in scaletta – vi sono illustri personalità del mondo artistico, tra cui il coreografo Goleizovsky, i registi Eisenstein, Forreger e Meyerhold e il ventisettenne Lazar Weissbein, che, come Leonid Utesov, verrà poi improvvisamente soprannominato, negli anni Trenta, ‘inventore del jazz sovietico’, come accadrà ad ulteriori musicisti, forse più ligi ai diktat, giacché, la Parnakh Jazz Band suscita, fin dal primo concerto, un vero e proprio putiferio tra gli addetti ai lavori. Alcuni accusano la nuova musica di volgarità, pretenziosità, futilità , altri l’acclamano come una tappa necessaria alla storia dell’arte in progress. In tal senso il celebre direttore d’orchestra Nikolai Malko scrive che vanno riposte grandi speranze nel jazz, poiché aveva scoperto un regno di timbri in cui la musica avrebbe dato molto in futuro: opinione condivisa all’epoca da Mikhail Gnessin, educatore rinomato, musicista insigne e figura pubblica nella Russia bolscevica. Anche il grande Vsevolod Meyerhold accoglie con entusiasmo il concerto della jazz band di Valentin: ne individua uno spirito affine e invita subito il gruppo al proprio teatro sperimentale, dove l’ensemble lavora, assieme ad attori e scenografi, per circa quattro anni. Ad esempio, nell’allestire la pièce D.E. (Dateci l’Europa) di Ilya Ehrenburg, Meyerhold sfrutta appieno la sfarzosità visiva e lo spettacolo circense del gruppo musicale, deliziando e al contempo scioccando il pubblico con il loro aspetto e la loro sonorità. La jazz band di Parnakh diventa rapidamente di moda, venendo invitata a concerti pubblici, serate danzanti e persino a ricevimenti diplomatici: e nel 1924, i musicisti suonano per i delegati del V Congresso del Comintern.

Nonostante gli impegni jazzistici, Valentin, ormai riconosciuto figura centrale della vita culturale moscovita, continua a scrivere poesie e articoli, a curare coreografie e a tradurre opere letterarie. Nel 1925 parte ancora alla volta di Parigi per un viaggio d’affari, dove rimane per sei anni, pubblicando su riviste russe per emigrati e francesi, dando alle stampe le proprie opere letterarie e continuando a tradurre autori spagnoli; tornato a Mosca, si sposa e si stabilisce definitivamente nella capitale sovietica rinunciando inspiegabilmente alla musica e al teatro per impegnarsi in esclusiva nelle traduzioni letterarie dal francese e dal castigliano. Tuttavia, continua a frequentare le figure di spicco del mondo dello spettacolo e nel 1934 appare in un piccolo ruolo nel film I compagni allegri (meglio noto come Tutto il mondo ride), primo importante musical russo diretto da Grigorij Aleksandrov (già fondamentale collaboratore di Ejzenstejn). Nel 2011 il regista Mikhail Basov, durante le riprese del documentario Valentin Parnakh. Non qui e non ora scopre dai fotogrammi de I compagni allegri che il volto di Panakh è schiarito, non si sa per quali motivi. Durante la seconda guerra mondiale, Valentin in quanto membro dell’Unione degli Scrittori, viene evacuato nella remota cittadina di Chistopol, nel Tatarstan, dove lavora come guardarobiere nella mensa del Fondo Letterario. Per inciso, la grande poetessa Marina Cvetaeva tenta di ottenere il lavoro di lavapiatti nella stessa azienda, ma è respinta: qualche settimana dopo, si suicida.

Parnakh muore nel 1951: sepolto dall’Unione degli Scrittori nel cimitero di Novodevichy, nella categoria più bassa secondo la gerarchia del dipartimento di letteratura, verrà a posteriori definito ‘un titano senza aureola’. Negli anni Ottanta, in sua memoria, lo storico del jazz, Alexei Batashev organizza festival e concerti jazz, rimarcando: «Ci sono molti oblio simili a quello di Parnakh. E ogni volta, si verifica un’eclissi solare nel firmamento culturale: i raggi sono visibili, ma il sole non c’è. Inoltre, nel caso istruttivo di Parnakh, l’eclissi e l’oblio non sono solo causati dal nostro crudele regime, ma dalle persone migliori e più talentuose del nostro secolo». Nel 2000, a Mosca, vengono finalmente pubblicate una raccolta di poesie e una selezione di articoli di Parnakh, a cura di Evgeny Arenzon. Nel 2012, è inaugurata una targa commemorativa sulla casa natale di Valentin Parnakh a Taganrog, città che da allora può vantare un’orchestra jazz a lui intitolata. Oltre gli scritti, sopravvivono di Parnakh tre sole immagini una fotografia del 1925, mentre balla, uno schizzo grafico dello stesso periodo e il citato fotogramma ritrovato da Basov. Per restare al jazz non occorre esagerare l’importanza di Parnakh nel contesto sovietico: grazie a lui nel 1923 appare la Leonid Varpakhovsky Orchestra, due anni dopo le formazioni di Nikolai Forreger e Yuli Meituse nel 1926 l’AMA-Jazz di Alexander Tsfasman primo ensemble jazz professionale del paese e primo a registrare un disco a 78 giri (a cui seguiranno moltissimi altri), per non parlare di Leonid Utesov ‘inventore’ di una sorta di world jazz già nel 1929, uno stile poi ripreso dai neri di New Orleans.

Post scriptum. Il Valentin Parnakh di Francesco Martinelli

Per ragioni di completezza si riporta qui ciò che il critico Francesco Martinelli scrive all’inizio dell’articolo Jazz in Russia per i Quaderni del Jazz in concomitanza con la diciassettesima edizione del festival «Vicenza Jazz» (2012) avente quale tema «Alla Fiera dell’Est. Sulle rotte di Marco Polo e Thelonious Monk». E nella Russia ancora in transizione degli anni Venti sembrava esserci spazio non solo per l’arte d’avanguardia, ma anche per la sua funzione sociale rivoluzionaria. Il multiforme talento di Valentin Parnakh, appena tornato da Parigi, pubblicò nel 1922 sulla rivista Zrelishche (Spettacolo) un articolo intitolato La nuova arte eccentrica: vi si trova la parola «jazz» usata in Russa per la prima volta in questa forma; precedentemente veniva scritta yatztz. Egli scrisse: «I nostri tempi hanno portato inaspettati sentimenti, movimenti e suoni. Ci aspettiamo una musica che non suoni familiare alle nostre orecchie. Ora in America è emerso un tipo di orchestra destinata a creare confusione: la ‘jazz-band’. Nello stesso anno Parnakh creava on gruppo dal laborioso nome di Pervyj v RSFSR ekscentriceskij orkestr djaz-band Valentina Parnacha ossia ‘Prima Jazz-band Orchestra Eccentrica della RSFSR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa)’ che dette il suo primo concerto il 1° ottobre alla Casa del Teatro e della Stampa di Mosca. In origine si trattava di un sestetto con trombone, piano, banjo, batteria, e un sacco di attrezzi rumorosi come tubi musicali, percussioni di legno, nacchere, fischietti eccetera. Parnakh fu un pioniere della teatralizzazione dell’orchestra; ai suoi artisti assegnava non solo parti musicali ma anche da recitare. Lui leggeva i suoi testi sull’arte eccentrica, e la band forniva lo sfondo musicale. Non sono state finora trovate registrazioni di questa prima fase del jazz sovietico, ed è possibile che non ne esistano; la maggior parte della musica dell’orchestra sembra essere stata di natura rumoristica. All’epoca erano infatti di moda le orchestre «di materiali produttivi» per cui ad esempio l’orchestra dei metalmeccanici suonava pezzi di acciaio, blocchi e lastre di ferro, e così via. Parnakh venne attaccato come imitatore dei futuristi italiani, e la sua musica bollata come frastuono. Un critico scrisse: Il jazz deve essere fermato prima che sia troppo tardi’. Era già troppo tardi: il gruppo crebbe di numero e diventò talmente popolare da partecipare nel 1923 a una parata del Primo Maggio. La stampa annotò con fierezza che ‘per la prima volta nel mondo una jazz band ha preso parte a una festa nazionale, cosa che non era mai avvenuta neppure all’Ovest».

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