Miles Davis fotografato: brevi riflessioni sui ritratti al trombettista
Miles Davis Bologna 1973
«Forse le foto di Kelley del 1958 – sostiene Cosgrove – non sono mai state pubblicate su «Life» perché vedere e ascoltare grandi del jazz in una qualsiasi serata era una cosa così comune a New York all’epoca (…). Forse le foto di un giovane maestro rivoluzionario non erano qualcosa per cui agitarsi».
// di Guido Michelone //
Miles è sicuramente tra i personaggi più fotografati nell’intera storia musicale: il volto fotogenico scurissimo ben si presta a scattista a colori sia in bianco e nero, anche quando cela lo sguardo sotto pesanti occhialoni neri. A parlare di fotografia, riferito a Miles, è il critico d’arte che, oltre la passione per la pittura contemporanea, rivela ottime credenziali nell’analisi tra arti figurative ed estetiche rock (capitolo Copertina). Invitato al convegno Miles Davis Rewind dopo la copertina di Bitches Brew e conseguenti divagazioni affronta un’altra cover, basata sul ritratto in bianco e nero dell’artista Irving Penn per l’album Tutu (capitolo Penn).
Davis viene immortalato da fotografi di grido già da giovane, quando muove i primi passi nel bebop: benché piccolino di statura e molto nero il carnagione, ha un viso bellissimo (che non sfiorisce nemmeno quando invecchia) ideale per gli scatti di una macchina fotografica: e di immagini si riempiono via via pubblicità, copertine, riviste specializzate e poi anche rotocalchi popolari. Molti sostengono che i fotografi di spicco che riescono a catturare l’ésprit del trombettista sono soprattutto cinque con diverse nazionalità: l’americano Herman Leonard, con uno stile in bianco e nero affine al bebop, ritrae un solista giovanissimo già nel 1949; il francese Guy Le Querrec della Magnum che lo ritrae in concerto nell’anno di svolta 1969 al Paris Jazz Festival; il newyorchese Glen Craig che lo immortalata durante gli allenamenti di boxe tra il 1970 e il 1971 alla newyorchese Gleason’s Gym; lo svizzero Michel Comte con i primi piani del 1989 (peraltro ispirati a Penn); il giapponese Toshiya Suzuki, il quale a Tokyo, negli anni Ottanta, scatta spesso foto intime e ravvicinate del jazzman mentre suona la tromba, direttamente nell’obiettivo.
Ma c’è un altro fotografo che a distanza di moltissimi anni desta oggi la curiosità del giornalista Ben Cosgrove della prestigiosa testata «Life»: si tratta di Robert W. Kelley il quale scatta alcuni rullini durante un intimo concerto il 14 maggio 1958, evidentemente senza particolari entusiasmi da parte sua e dei redattori. Kelly all’epoca Kelley fornisce scarse notizie per che descrivere la soirée: solo data, città e nome del soggetto, Miles Davis, scarabocchiati sul piccolo fascicolo d’archivio contenente le foto risultanti. Il motivo per cui le immagini che immortalano il Divino, allora appena trentunenne, alla guida della small band in un localino di New York di cui non si conosce il nome, non vengono pubblicate rimane pure adesso un mistero insoluto (benché qualcuno ora risalga al Cafè Bohemia, dove negli anni Cinquanta si suona hard bop).
In quel momento cruciale della carriera, il Principe delle Tenebre sta consolidando una nuova iterazione del proprio sestetto, come si sa, con John Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans, Paul Chambers, Jimmy Cobb: meno di due settimane dopo lo scatto delle foto Kelley, quella straordinaria formazione inizia a provare e a registrare negli Studios della Columbia, e nel marzo successivo i sei sono già al lavoro sull’album jazz più venduto e probabilmente più influente di tutti i tempi: Kind of Blue. Anche artisti rock, quindi al di fuori del jazz sticto sensu, come ad esempio Duane degli Allman Brothers Band o Richard Wright dei Pink Floyd, citano Kind of Blue come fonte di ispirazione. Nel frattempo Quincy Jones, amico e collega di Miles subito dichiara: «Suono Kind of Blue ogni giorno. È il mio succo d’arancia a colazione». «Forse le foto di Kelley del 1958 – sostiene Cosgrove – non sono mai state pubblicate su «Life» perché vedere e ascoltare grandi del jazz in una qualsiasi serata era una cosa così comune a New York all’epoca (…). Forse le foto di un giovane maestro rivoluzionario non erano qualcosa per cui agitarsi».

