// di Gianni Morelenbaum Gualberto //

Internet ha dato un colpo mortale alla critica specializzata (in non so bene che cosa), ma ancora non ha saputo darsi una vera e densa specificità. Purtroppo, le pubblicazioni specializzate (sia quelle italiane, ma non solo) oggi non hanno nulla da offrire, se non a volte una mancanza di conoscenze persino superiore a quella dei loro lettori. Quanto al giornalismo musicale, sorvoliamo per carità di patria. Nel jazz, soprattutto, è venuta a mancare una musicologia costantemente e indiscutibilmente autorevole e, comunque, diventa difficile operare creativamente in un contesto dove gli stessi musicologi aspirano al paludamento accademico, alle sovrastrutture intellettualistiche di facciata, al “ruolo” istituzionale (magari con onori e senza oneri) o salottiero che è stato a lungo appannaggio di certa critica musicale. Diciamo che i giovani, in Italia, a parte una nicchia fortemente acculturata o specializzata al punto dell’intransigenza, i giovani riflettono la debolezza delle strutture culturali, informative e divulgative in Italia. Di fronte a una scuola in cui la musica (e non solo) latita, ad un’università sempre più incline a somministrare “infarinature”, a dei mezzi d’informazione inetti o maldestri, formarsi se non attraverso la propria volontà e la propria capacità individuale non è facile. D’altronde, è comprensibile: siamo in un Paese dove si tiene famiglia e dove, altrettanto comprensibilmente, anche il talento più brillante si stanca di lottare contro i mulini a vento o di rimanere in quel limbo permanente che è il precariato. Si aspira al posto fisso, all’insegnamento universitario o conservatoriale, non tanto per desiderio di qualità strutturale ma come raggiungimento di una meta sociale. Inoltre, la “musicologia jazzistica” in Italia ha sofferto di un complesso d’inferiorità tutto provinciale ancorché giustificato, nei confronti della musicologia accademica: il jazz è diventato così atroce banco di prova per una gara di ismi che doveva legittimare il ruolo intellettuale del critico, spesso travisando completamente il senso di molta della storia e della cultura africano-americane. A ciò si aggiunga il retaggio ideologico di un contesto culturale che è sempre stato appannaggio, e giustamente, della Sinistra, ma che della stessa Sinistra, a fronte della vacuità culturale pretenziosa e pretestuosa della Destra nostrana, ha conservato il velleitarismo, la vecchiezza, i pregiudizi, le chiusure, lo sciocco senso automatico di superiorità morale nei confronti anche di quella cultura americana che viene letta e riletta con un approccio, erede di un terzomondismo ormai fuori tempo, che rappresenta una vera e propria, indecorosa forma di neo-colonialismo.

Non stupisce perciò la sopravvalutazione artificiosa dell’eurocentrismo e di tutte le sue creature più o meno valide, più o meno pallide. Il pubblico, alla fine, è la vera vittima di certi ircocervi. E oggi si affida ben poco alle pubblicazioni cosiddette “specializzate”. Il che non è necessariamente giusto ma, purtroppo, è molto logico. In ogni caso, si tratta di un pubblico che in parte, è vittima del meccanismo perverso che anima una ampia fetta del concertismo italiano, frutto (anche) di camarille, di veti incrociati, di conflitti di interesse, di pressioni di talune case discografiche, di taluni agenti, di taluni promoter, di taluni artisti, e vittima anche di programmazioni che derivano da tutto ciò. È ovvio che vi sono manifestazioni più integre, che lavorano duramente e con molti sacrifici ai loro cartelloni, spesso anche con risultati che sono il frutto di notevole inventiva, ma stanno diventando sempre più esigue, sia per carenze di finanziamenti, sia perché non partecipano a determinate spartizioni, lasciando perdere il fatto che vi sono, in questo Paese, almeno una decina, se non più, di direttori artistici che sarebbero stati in grado di dare maggiore dignità alla spesa (in parte pubblica, e in una congiuntura economica drammatica) fatta, ad occhio e croce, certo potrei sbagliarmi, direi che il direttore artistico fa da foglia di fico ad una piccola logica spartitoria fra alcune realtà locali. Per carità, le iniziative di casa non vanno strozzate, ma si poteva pretendere una qualità meno claudicante. Si è invece puntato a una robusta dose di panem et circenses, per una bella e buona captatio benevolentiae fatta di concerti gratuiti (il che è svilente, invece, per quelle realtà che, al contrario, debbono esigere un prezzo del biglietto per far quadrare faticosamente i conti). Alla fine, la vittima, inconsapevole o meno, è sempre il pubblico. D’altronde, mi fa anche sorridere la vetusta acclamazione della nostra scena musicale, spesso esaltata con toni da autarchia fascista, in un’ipotetica quanto improbabile “gara” con i talenti (veri e presunti) americani. È vero, vi sono molti talenti di pregio nel jazz italiano: quanti di loro, però, lavorano veramente e con profitto, al netto dei molti laudatores di professione? Pochi, pochissimi. E’ altrettanto vero, però, che tali talenti andrebbero maggiormente incoraggiati: il finanziamento pubblico sarebbe dovuto servire anche a questo. Perché detti talenti esistono ma devono avere la possibilità di maturare.

Il jazz in quanto tale, come Canone, forse non esiste più, tant’è che alcuni artisti, come Marsalis, già vi intravedono da tempo, pur fra polemiche non sempre azzeccate (Marsalis va inquadrato nell’ambito di un certo nazionalismo africano-americano), le possibilità insiste nella “classicità” di un repertorio, che va da Louis Armstrong sino a Charles Mingus. Esiste ancora un mainstream, e persino molto avanzato, ma più che foriero di novità è afflitto e benedetto da una veste strumentale di straordinario virtuosismo, in cui l’idiomaticità africano-americana predomina incontrastata. Rimane però lontano anche dalle masse africano-americane ed è tornato ad essere un linguaggio quasi completamente di nicchia, una sorta di “asset” turistico per gli Stati Uniti, dove tale linguaggio, oltre a essere dato pressoché per scontato, gode, come dicevo, di poca attenzione da parte del pubblico locale. Ma non direi che questo sia un fenomeno nuovissimo, piuttosto è un fenomeno che si ripete, che va ad ondate. In un certo senso, la presidenza Obama ha siglato, in modo simbolico e risonante, la fine del ciclo culturale segnato dal predominio WASP, ed in cui hanno operato, con diversi gradi di difficoltà, generazioni di africano-americani e anche di italiani e di ebrei d’origine europea. Oggi si vanno formando, assecondando pure i diversi flussi migratori, generazioni di musicisti provenienti dal Medio e dall’Estremo Oriente, dall’America Latina, anche di diversa estrazione ed ascendenza, che propongono nuove sintesi linguistiche. Al contempo, il jazz, come “tool” espressivo, ha dato la stura ad una molteplicità di esperimenti, sincretici o meno, che dal jazz assimilano ma che non si riconoscono, se non molto parzialmente, nel Canone musicale d’origine africano-americana. In questo ambito inserirei anche certi estetismi del Nord Europa, che per alcuni anni hanno trovato nell’ECM una sorta di sopravvalutato araldo. Né si può tacere del fatto che il jazz ha subito molteplici trasformazioni anche dal sempre più frequente interscambio fra musicisti di diversa provenienza ed estrazione, dato che fino alla fine degli anni Sessanta era difficilmente plausibile. Direi che il panorama musicale odierno è, in ogni genere e linguaggio, ricchissimo come mai in precedenza, una fase tumultuosa e magmatica che è però ai suoi esordi per tanti versi e che fa fatica a stabilizzarsi, a cristallizzarsi in un ambito formale definito, anche per la velocità dei plurimi mutamenti che vanno susseguendosi e sovrapponendosi.

Il problema non è l’intrinseco valore del mainstream, nel quale africano-americani e americani esercitano un dominio quasi assoluto (certo, da latinoamericani come Arturo Sandoval o Paquito D’Rivera o Diego Urcola o Claudio Roditi, o da taluni artisti europei, che si chiamino Alan Skidmore o Martial Solal o altri ancora, vi sono anche vie non-americane allo sviluppo e all’ammodernamento del mainstream, però rimangono per certi versi marginali o, comunque, ispirati largamente, anche se non sempre, dal modello americano). Piuttosto, è il fatto che l’attuale mainstream è, come dire?, “marinista” in molte delle sue principali manifestazioni. Laddove, ad esempio, l’hard bop portò al mainstream una serie di riallacci fortissimi alla tradizione africano-americana, nonché un patrimonio compositivo di eccezionale valore, a partire dai cosiddetti “young lions” fino ai nostri giorni l’attuale mainstream si è avvalso di eccezionali strumentisti spesso tiepidi nella capacità di rileggere e sviluppare il linguaggio improvvisativo “tradizionale”. E questo pur disponendo di talenti strumentali di assoluto rilievo, da Wynton Marsalis fino a Walter Smith III o Ambrose Akinmusire o Jeremy Pelt o Christian McBride o Jimmy Greene e un’altra pletora di interpreti di diversa età, inclusi fenomeni di interesse più specifico come, che so, tanto per citare, Orrin Evans, Terell Stafford o il purtroppo sfinito Bobby Watson. Come si vede, cito nomi di diversa estrazione e generazione, e potrei citarne decine e decine di altri (viviamo in un periodo storico in cui il talento, sotto varie forme, abbonda e straripa). Più che un vero e proprio “brodo di coltura” come è stato per decenni, oggi il mainstream ha assunto le vesti di una straordinaria (e anche, per certi versi, indispensabile) palestra, di una fucina in cui hanno preso e prendono corpo le personalità di artisti che il più delle volte si dimostrano eccezionali, sofisticatissimi virtuosi (e nel mucchio, se si vuole, potrei inserirvi anche raffinati esploratori del linguaggio contemporaneo come Jerry Bergonzi, George Garzone e un vero e proprio gigante come David Liebman), non necessariamente in grado di delineare svolte -come dire?- “epocali”. E’ vero, si tratta, ormai, di un linguaggio che va sviluppandosi per mutamenti prospettici progressivi e che va sedimentandosi poco a poco ma che non sembra più in grado di recepire la tradizione per “rilanciarla” successivamente sotto nuove vesti decisive. Ma, ripeto, questo ha anche a vedere con i mutamenti del contesto, in una nazione dove, come già detto, si affacciano alla ribalta improvvisatori etnicamente più lontani dalla tradizione africano-americana. Il prossimo mainstream, dunque, difficilmente potrà fare a meno di certi contributi che si distaccano in qualche modo dai tradizionali e storicizzati modelli africano-americani (ed in cui da tempo emergono, comunque, allacci a forme apparentemente di “rottura” come il rap e l’hip hop).

Per concludere, in Italia, trovo abbastanza delirante il modo in cui si è sempre più voluto mettere da parte il jazz americano. Il mainstream viene accolto con sufficienza, i musicisti americani interessanti (che so, Jason Moran, Christian Scott, Ambrose Akinmusire…) si prendono un trafiletto e poco più, sparare su Wynton Marsalis è prassi comune e frequente, ma se sollevi perplessità sul progetto “The Franco Califano Songbook” di un clarinettista di Pontestazzemese (LU) ti trovi presto accerchiato dal clarinettista, dal discografico e dai sodali e si passa rapidamente dal “sei invidioso” al “ti rigo la macchina”. Insomma, il provincialismo incalza. Colpa del pubblico, della critica, di entrambi? É una forma di neo-colonialismo violento ed aberrante, che si nutre di perbenismo peloso e di pregiudizi forse inconsapevolmente, dettati da “ismi” di provenienza vetusta e para-ideologica, un modo perverso di derubare gli africano-americani, e gli americani stessi, di una loro primogenitura culturale.

Gianni Morelenbaum Gualberto

(Riflessioni sempre valide e attualissime tratte da “Aperitivi e Concerti: intervista a Gianni Morelenbaum Gualberto, del 10 aprile, 2012, apparsa su Free Fall Jazz.)

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