La parola cantata: l’esegesi poetica di Alden Nowlan in «We Might Not Tell Everybody This» del collettivo Stranger Still (All-Set! Records, 2026)
L’architettura armonica dell’album si muove su un doppio binario, preservando la purezza evocativa del plainsong e delle radici celtiche, ma contaminandola con un’instabilità spettrale che eleva la narrazione territoriale a una riflessione universale sulla solitudine e sul legame indissolubile con il territorio.
// di Irma Sanders //
Il recente lavoro discografico del collettivo Stranger Still, «We Might Not Tell Everybody This», si conforma come un’operazione di rigorosa esegesi musicologica e letteraria, volta a trasporre in partitura l’universo poetico di Alden Nowlan. Attraverso una sapiente fusione tra stilemi del folk rurale e moduli compositivi della scuola d’avanguardia, il compositore Pete Johnston realizza un saggio sonoro sulla memoria e sull’identità geografica della costa atlantica canadese. L’album stabilisce una corrispondenza biografica e culturale tra l’autore delle liriche e il compositore, entrambi originari della contea di Hants nella Nuova Scozia, trasformando il legame territoriale in un principio formale ordinatore. Dal punto di vista strutturale, composizioni quali «Warren Pryor» esemplificano la capacità del progetto di tradurre la metrica letteraria in tensioni armoniche complesse, evitando le convenzioni della ballata tradizionale a favore di una frammentazione melodica che accentua il realismo drammatico del testo. Allo stesso modo, brani come «Day’s End» e «The Dog Returns from the Woods» evidenziano un uso colto del silenzio e della rarefazione strumentale, dove l’arrangiamento non si limita ad accompagnare la parola, ma ne amplifica l’isolamento esistenziale e la crudezza paesaggistica.
La specificità filologica di «We Might Not Tell Everybody This» risiede nella risoluzione di un’apparente aporia formale: la rigidità metrica della versificazione di Alden Nowlan e l’instabilità armonica della scrittura di Pete Johnston. I testi di Nowlan, esemplificati dalle stanze regolari e fortemente scandite di liriche come «Warren Pryor», poggiano su una metrica prosastica ma serrata, erede del realismo rurale canadese, in cui il ritmo narrativo riflette la durezza dei lavori agricoli e l’alienazione provinciale. Johnston non si limita ad adagiare questi versi su una griglia ritmica convenzionale, ma applica una decostruzione strutturale mediante l’uso di contrappunti medievali e schemi minimalisti. Dal punto di vista armonico, la trasposizione aggira le progressioni tonali tipiche della tradizione folk della Nuova Scozia, introducendo modulazioni metriche e soluzioni vicine alla modalità antica e alla musica scandinava. Le voci di Mim Adams e Randi Helmers intonano linee vocali tese che si muovono su un tappeto strumentale guidato dal contrabbasso di Rob Clutton e dalla chitarra acustica dello stesso Johnston, dove gli accordi non fungono da mero accompagnamento ma creano costanti sospensioni tonali. Questo approccio genera una dissonanza cognitiva nello spettatore: la linearità descrittiva della parola di Nowlan viene frammentata da progressioni armoniche aperte e polifonie che riflettono, sul piano sonoro, il subbuglio emotivo e la «rabbia repressa» dei personaggi descritti nei testi.
L’architettura armonica dell’album si muove quindi su un doppio binario, preservando la purezza evocativa del plainsong e delle radici celtiche, ma contaminandola con un’instabilità spettrale che eleva la narrazione regionale a una riflessione universale sulla solitudine e sul legame indissolubile con il territorio. L’opera, distribuita dall’etichetta All-Set!, si impone dunque nel panorama contemporaneo come un lucido manifesto di archeologia culturale, finalizzato a dimostrare come la ricerca d’avanguardia possa rivitalizzare il patrimonio letterario regionale senza cedere a derive nostalgiche, ma elevandolo a una dimensione di universale rigore estetico.

