«La danza dei cervelli rotti» del Matteo Addabbo Organ Trio: Quindici anni insieme, fra ironia e rigore (Dodicilune, 2026)

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Dietro il gioco linguistico rimane una precisa consapevolezza dell’esperienza maturata dall’Organ Trio, della necessità di preservare un’interazione autentica e della volontà di documentare un momento collettivo senza ricorrere alle consuete pratiche di laboratorio dello studio.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Quindici anni di attività possono diventare, per un gruppo, una semplice ricorrenza oppure assumere il significato di una verifica estetica. Matteo Addabbo sceglie la seconda strada e affida a «La danza dei cervelli rotti» una sorta di ricapitolazione sonora del lungo lavoro compiuto con il proprio Organ Trio, formato da Andrea Mucciarelli alla chitarra e Andrea Beninati alla batteria. Dopo «L’asino che vola», pubblicato da Dodicilune nel 2023, il pianista, organista e compositore senese torna dunque a misurarsi con una formazione che negli anni ha progressivamente elaborato un’identità riconoscibile, fondata sull’ascolto reciproco e sulla familiarità maturata in concerto.

Proprio la genesi dell’album merita attenzione. Addabbo ha scelto di registrare i tre strumenti nello stesso ambiente, senza separazioni acustiche né box insonorizzati e senza ricorrere a tagli o correzioni successive. Una scelta che restituisce alla registrazione una dimensione quasi performativa, affidando al microfono il compito di documentare un organismo già collaudato anziché assemblare in studio una successione di prestazioni individuali. L’interplay acquista così un valore concreto, poiché ogni emissione dell’organo, ogni intervento della chitarra e ogni variazione della batteria divengono immediatamente materia d’ascolto per gli altri due componenti. La registrazione non corregge l’interazione, la conserva. In una simile prospettiva l’Hammond di Addabbo assume una funzione centrale, senza tuttavia fagocitare la presenza degli altri strumenti. Il rapporto con la chitarra di Mucciarelli permette di evitare quella tradizionale gerarchia dell’Organ Trio nella quale l’organo tende a occupare quasi per intero lo spettro armonico e la chitarra finisce relegata a una funzione ornamentale o subordinata. Qui la sei corde può intervenire come controvoce, superficie melodica, sostegno accordale o elemento di frizione armonica, mentre Beninati agisce sulla pulsazione con una libertà che consente alle due componenti armoniche di modificare continuamente il proprio peso. La batteria, in tale dispositivo, non fornisce soltanto un sostegno ritmico, poiché partecipa alla definizione delle proporzioni dinamiche e alla respirazione fraseologica dell’insieme.

Il titolo «La danza dei cervelli rotti» dispensa inoltre una componente ironica che attraversa l’intero progetto senza ridursi a semplice trovata nominale. L’espressione possiede anzitutto una matrice autobiografica e autoironica, riferita alle vicende di quindici anni di attività condivisa, ma allarga il proprio campo semantico fino a intercettare l’assurdità del presente. La «danza» suggerisce movimento, circolarità, coordinazione; i «cervelli rotti» alludono invece a una condizione di disordine mentale collettivo. La musica risponde a questa contraddizione con una forma di razionalità non moralistica, affidata alla capacità dei tre musicisti di ascoltarsi e di reagire istantaneamente. «Brain Upgrade», collocata in apertura, sottolinea già nel titolo una delle caratteristiche più interessanti dell’album, vale a dire la propensione di Addabbo a trattare la composizione con una vena ludica che non compromette la precisione della scrittura. L’idea di un «aggiornamento del cervello» possiede una evidente ascendenza tecnologica, quasi appartenesse al lessico dei sistemi operativi, ma trasposta nell’ambito dell’improvvisazione assume un significato più sottile. L’upgrade non riguarda soltanto il materiale tematico, ma la disposizione mentale richiesta al musicista quando una formazione raggiunge un livello elevato di reciproca conoscenza. Dopo quindici anni, ascoltare l’altro significa anche prevederne le intenzioni senza anticiparle, riconoscere una possibilità armonica prima ancora che venga pienamente enunciata e reagire alla deviazione senza perdere il centro. La componente umoristica raggiunge un’altra gradazione con «Hamburger Vs Kebab», titolo che appartenere quasi alla grafica di una competizione gastronomica, ma che musicalmente può essere letto come una provocazione nei confronti delle categorie identitarie. L’uso di due cibi divenuti simboli globali, appartenenti a tradizioni differenti e ormai entrambi pienamente assorbiti dalla cultura occidentale, introduce una piccola parabola sulla convivenza e sulla sovrapposizione delle abitudini contemporanee. Il mood di Addabbo funziona proprio perché non pretende di trasformarsi in teoria. La musica conserva il carattere giocoso del titolo e lo lascia agire come stimolo percettivo.

«Spy Movie» porta invece il progetto verso un immaginario cinematografico nel quale il ritmo assume inevitabilmente una funzione narrativa. Il riferimento al film di spionaggio suggerisce sequenze, inseguimenti, attese, improvvise accelerazioni e cambi di prospettiva. In un Organ Trio, simili suggestioni possono trovare un corrispettivo naturale nella capacità della batteria di modificare la pulsazione mentre organo e chitarra alterano il profilo armonico senza interrompere la continuità dell’episodio. La musica cinematografica offre qui un riferimento interessante proprio perché il jazz può assorbirne le tecniche narrative senza trasformarsi in colonna sonora mimetica. La title-track concentra poi il senso complessivo dell’operazione. «La danza dei cervelli rotti» assume l’idea del movimento come principio regolatore e la collega alla condizione contemporanea evocata da Addabbo. Il termine «danza» introduce una componente corporea che contrasta con l’immagine del cervello, organo associato alla razionalità, alla memoria e alla facoltà di giudizio. L’accostamento produce una figura ironica nella quale il disordine non coincide necessariamente con l’assenza di forma. Al contrario, proprio la musica dimostra come una pluralità di impulsi possa trovare un equilibrio senza perdere la propria individualità. «Dançando Falando» porta il discorso verso una dimensione differente, suggerita già dalla lingua portoghese del titolo. Ballare e parlare appartengono a due modalità diverse della comunicazione, una prevalentemente corporea e l’altra verbale, ma entrambe dipendono da ritmo, accento, pausa e intenzione. La relazione fra fraseggio musicale e linguaggio parlato costituisce del resto uno degli aspetti più fertili della tradizione jazzistica. Nell’organo di Addabbo, nella chitarra di Mucciarelli e nella batteria di Beninati questa analogia assume una consistenza quasi prosodica, con le frasi che si interrompono, si prolungano, rispondono e modificano reciprocamente il proprio peso.

«A Little Ballad For Joey» apporta una parentesi lirica che amplia la tavolozza del progetto. La ballad, nella storia del jazz, costituisce uno dei luoghi privilegiati nei quali la qualità dell’emissione e il controllo della dinamica diventano più importanti della semplice brillantezza tecnica. L’organ trio permette ad Addabbo di lavorare sul registro dell’organo con maggiore parsimonia, lasciando che la chitarra assuma un rilievo melodico e che la batteria operi per sottrazione. Il risultato può così essere interpretato come una pausa riflessiva all’interno di un programma caratterizzato da una notevole varietà di sollecitazioni. «Pour Michel» immette un ulteriore elemento memoriale, mentre «Fuga A Due Voci» porta l’attenzione sul terreno della scrittura contrappuntistica. Già il titolo dichiara una volontà di confronto con una tradizione compositiva nella quale due linee melodiche procedono secondo rapporti di imitazione, risposta e indipendenza. Trasportare una simile idea nel linguaggio dell’Organ Trio significa sottoporre l’improvvisazione a una disciplina più stringente, lasciando che la relazione fra le parti generi un equilibrio nel quale nessuna voce possa funzionare come semplice accompagnamento. L’interesse della pagina risiede dunque anche nella possibilità di osservare quanto il pensiero contrappuntistico possa fertilizzare il jazz contemporaneo senza assumere atteggiamenti accademici o filologici. «African Revenge» amplia ulteriormente il campo semantico del disco e richiama una dimensione ritmica nella quale il rapporto fra pulsazione, sincope e stratificazione percussiva può assumere un ruolo centrale. Il termine «revenge» aggiunge un elemento narrativo e quasi teatrale, conferendo alla matrice ritmica una valenza drammatica. L’evocazione africana, se intesa con prudenza, non dovrebbe ridursi a una generica ricerca di esotismo, bensì essere considerata come possibile riferimento a concezioni della pulsazione nelle quali il ritmo nasce dalla relazione fra cellule differenti e dalla loro sovrapposizione. L’album si conclude con «My Ideal Doctor», altro titolo nel quale l’ironia torna a svolgere una funzione determinante. Dopo il gioco tecnologico di «Brain Upgrade», l’immaginario cinematografico di «Spy Movie», il confronto gastronomico di «Hamburger Vs Kebab» e la dimensione più meditativa di «A Little Ballad For Joey», Addabbo riconduce il percorso verso una figura personale e quasi surreale. Il «doctor» del titolo può essere letto come una figura simbolica, qualcuno in grado di curare una mente contemporanea afflitta dalle proprie contraddizioni. La risposta, secondo la prospettiva dichiarata dal musicista, rimane affidata alla musica, intesa non come medicina in senso letterale, bensì come pratica capace di restituire relazione, ascolto e misura.

La vera chiave di lettura di «La danza dei cervelli rotti» risiede dunque nella distanza fra l’ironia dei titoli e la serietà del lavoro musicale. Addabbo non utilizza l’umorismo per alleggerire una materia povera, ma per sottrarre la composizione alla retorica della gravità. Dietro il gioco linguistico rimane una precisa consapevolezza dell’esperienza maturata dall’Organ Trio, della necessità di preservare un’interazione autentica e della volontà di documentare un momento collettivo senza ricorrere alle consuete pratiche di laboratorio dello studio.

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