EarTrio

«Earache» nasce da una successione di intuizioni che soltanto in seguito ha trovato un disegno unitario. La sua peculiarità consiste nella capacità di raccogliere situazioni eterogenee sotto un medesimo principio d’indagine, affidando all’organico del trio la possibilità di passare dall’ironia domestica all’immaginazione cosmologica senza rinunciare alla coerenza del linguaggio.

// di Cinico Bertallot //

Tre musicisti, un pianoforte, un basso elettrico e una batteria, un territorio d’indagine nel quale la scrittura rinuncia alle rassicurazioni delle appartenenze codificate per misurarsi con l’instabilità del suono. Michele Scucchia, Nicola Pazzi e Manuel Giovannetti affidano all’Ear Trio un’esplorazione che procede dalla materia acustica, dalle sue frizioni e dalle possibilità di un dialogo strumentale capace di oltrepassare la semplice ripartizione dei ruoli. L’album d’esordio «Earache», pubblicato da EMME Records, si dipana seguendo un’idea compositiva maturata secondo un procedimento inconsueto, nel quale i titoli non precedono le musiche come coordinate programmatiche, bensì emergono successivamente, fino a suggerire una fisionomia complessiva riconoscibile soltanto a posteriori.

L’immagine delle costellazioni, richiamata dagli stessi autori, offre una chiave interpretativa feconda. Singoli episodi sonori, nati senza un disegno tematico preliminare, finiscono per stabilire relazioni reciproche, generando una costellazione concettuale fondata sull’esperienza del fastidio, dell’imprevisto e dello squilibrio. Il mal d’orecchie evocato dal titolo non si limita alla dimensione fisiologica, poiché diviene metafora concreta di una condizione percettiva scomoda, capace di mettere in discussione le abitudini d’ascolto e le certezze dell’interprete. La zona di sviluppo prossimale, mutuata dal lessico pedagogico, trasferisce nel progetto una riflessione sulla crescita individuale e collettiva, intesa come possibilità di apprendimento dentro circostanze che sottraggono sicurezza e comfort. La gestazione del disco, segnata da difficoltà e dall’incertezza del periodo storico nel quale il gruppo ha trovato la propria direzione, affiora dunque in una successione di situazioni quotidiane, talvolta grottesche, talvolta prossime all’immaginario onirico. Una stanza troppo fredda o eccessivamente calda, un insetto da eliminare, un incubo strumentale e l’immensità cosmica diventano nuclei narrativi destinati a sollecitare differenti risposte musicali. L’unitarietà dell’organico non annulla la varietà degli scenari, poiché ciascuna composizione ricorre a un lessico specifico, affidando all’interazione fra i tre esecutori la continuità del progetto.

«Bassist Nightmare» trova nell’armonia modale dilatata una condizione d’instabilità percettiva. Il sostegno del pianoforte e del basso, mentre i soli si dispiegano, può suggerire un’esperienza priva di coordinate immediatamente rassicuranti, nella quale la successione degli eventi rinuncia alla prevedibilità della sintassi tonale funzionale. La modalità, sottratta a una direzionalità cadenzale stringente, consente di mantenere l’ascolto in una regione ambigua, dove l’episodio onirico non necessita di effetti descrittivi espliciti, ma prende forma dalla permanenza di un campo armonico dilatato. «Scutigera Coleoptrata» sposta l’attenzione verso un’ironia di natura quasi cinematografica. L’accelerazione riproduce la fuga precipitosa del miriapode, mentre la successiva sezione dei break traduce in termini ritmici l’intervento risolutivo della ciabatta contro il muro. Qui la batteria acquista una funzione narrativa precisa, sostenuta da una scansione che interrompe la continuità del movimento per restituire l’irruzione dei colpi. Il procedimento non si esaurisce nella caricatura sonora dell’animale, poiché l’alternanza fra rapidità e arresto coinvolge il rapporto fra attesa, reazione fisica e sorpresa. «Orion Belt» amplia infine l’orizzonte immaginativo fino allo spazio interplanetario. L’esplorazione cosmica, con le sue implicazioni scientifiche e filosofiche, suggerisce un alternarsi di episodi ritmicamente intensi e passaggi più distesi, nei quali la percezione sembra confrontarsi con la vastità dell’ignoto. L’impulso della ricerca, rivolto alle periferie del Sistema Solare, convive con lo stupore e con l’attesa, mentre l’uomo si misura con una dimensione che eccede la scala ordinaria dell’esperienza. La pagina musicale procede così fra sollecitazione e contemplazione, affidando alla variazione della densità ritmica, alla disposizione degli accenti e all’ampiezza delle frasi il compito di evocare la duplice condizione dell’esploratore, sospinto dalla curiosità e insieme esposto alla sproporzione dell’universo.

In ultima analisi, «Earache» prende corpo da una successione di intuizioni che soltanto in seguito ha trovato un disegno unitario. La sua peculiarità consiste nella capacità di raccogliere situazioni eterogenee sotto un medesimo principio d’indagine, affidando all’organico del trio la possibilità di passare dall’ironia domestica all’immaginazione cosmologica senza rinunciare alla coerenza del linguaggio. Il fastidio, assunto come materia poetica e compositiva, diventa occasione per interrogare il rapporto fra abitudine e rischio, fra controllo esecutivo e imprevedibilità dell’evento sonoro.

Ear Trio

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