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L’edizione curata dalla Red Records di Marco Pennisi in formato doppio vinile da 180 grammi rappresenta un’operazione editoriale di assoluto pregio, finalizzata a valorizzare l’opera sia sotto il profilo squisitamente audiofilo sia come oggetto da collezione.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’emancipazione artistica di McCoy Tyner dal magistero coltraniano, consumatasi sul finire del 1965, non ha delineato una semplice transizione di carriera, ma l’atto di nascita di uno dei linguaggi pianistici più autorevoli, autonomi e influenti del Novecento musicale. Abbandonato il celebre quartetto a causa di una direzione estetica orientata verso un free jazz radicale che rischiava di saturare la sua stessa concezione armonica, Tyner ha intrapreso una rigorosa indagine solistica volta a codificare un modernismo solido, geometrico eppure profondamente spirituale.

Questo percorso di rifondazione stilistica trova il suo primo e fondamentale nucleo nel sodalizio con la Blue Note Records, inaugurato magistralmente dall’album «Real McCoy» del 1967. In questo capolavoro, sorretto dall’intesa con Joe Henderson ed Elvin Jones, il pianista enuclea i capisaldi del proprio idioma: l’uso sistematico delle quarte giuste all’interno del voicing, la ricchezza percussiva della mano sinistra e la fluidità delle scale pentatoniche nella destra, elementi capaci di conferire al pianoforte una dimensione quasi orchestrale. La sua scrittura si espande progressivamente verso organici più complessi, come dimostra il nonetto orchestrato in «Tender Moments», o verso suggestioni panafricane e poliritmie audaci che caratterizzano «Time for Tyner» ed «Extensions», dove la lezione del modalismo si sposa con una spinta propulsiva di matrice post-bop. Il passaggio alla Milestone Records all’inizio degli anni Settanta segna l’apoteosi della maturità estetica di Tyner, periodo in cui il musicista estremizza la propria monumentale energia per dare vita a una vera e propria cosmogonia sonora. È l’epoca di «Sahara», un’opera di vasto respiro in cui il pianista sperimenta l’uso di strumenti tradizionali extra-europei come il koto, ampliando i confini del jazz verso un universalismo pan-musicale di straordinaria potenza evocativa. La dimensione dal vivo diviene lo specchio ideale di questa urgenza espressiva, una dinamica testimoniata dalla formidabile performance di «Enlightenment», registrata al festival di Montreux nel 1973, in cui il vulcanico virtuosismo del leader trascina il quartetto in un flusso ininterrotto di tensioni e risoluzioni telluriche, senza mai smarrire una profonda cantabilità lirica. Anche nei successivi capitoli della decade, come nel caso di «The Greeting», Tyner riafferma la propria singolare capacità di governare trame polifoniche dense e complesse, mantenendo intatta la purezza della forma-blues.

I decenni successivi, fino agli anni Novanta e alle più recenti riscoperte archivistiche, hanno consacrato Tyner nel ruolo di custode e continuatore di una tradizione modernista intramontabile. La sua attività si è declinata con pari autorevolezza nel rigore del piano solo, nella flessibilità del trio e nella magniloquenza della big band, confermando una coerenza stilistica impermeabile alle mode effimere. Documenti storici emersi di recente, tra cui spicca l’album dal vivo «The Seeker (Live At Umbria Jazz Festival)» registrato nel 1993, dimostrano come la sua prodigiosa forza d’impatto e il caratteristico muro di suono siano rimasti inalterati nel tempo, continuando a ridefinire il ruolo del pianoforte nel jazz contemporaneo attraverso una sintesi perfetta tra vigore fisico e intuizione spirituale. Proprio in questo panorama di feconda maturità si inserisce a pieno titolo «The Seeker (Live At Umbria Jazz Festival)», un documento sonoro di eccezionale valore storiografico che fissa su supporto fonografico un momento cruciale della parabola tardo-novecentesca del pianista. Registrato il 17 luglio 1993 nella cornice del Teatro Morlacchi di Perugia, l’album cattura l’essenza di un concerto sino ad ora rimasto inedito, restituendo la vibrante urgenza espressiva di un leader nel pieno possesso dei propri mezzi tecnici ed estetici. Per l’occasione, Tyner si avvale di una sezione ritmica di straordinaria empatia telepatica, composta dal contrabbassista Avery Sharpe e dal batterista Aaron Scott, sodali capaci di assecondare le sue repentine impennate dinamiche. A impreziosire la performance interviene, in veste di ospite speciale, il vibrafonista Bobby Hutcherson; il contrasto timbrico tra il lirismo percussivo delle sue lamine metalliche e il tellurico sincretismo pianistico del leader genera una dialettica improvvisativa di rara e fulgida bellezza.

L’edizione curata dalla Red Records di Marco Pennisi in formato doppio vinile da 180 grammi rappresenta un’operazione editoriale di assoluto pregio, finalizzata a valorizzare l’opera sia sotto il profilo squisitamente audiofilo sia come oggetto da collezione. La stampa analogica ad alta grammatura conferisce alla riproduzione una gamma dinamica estesa, indispensabile per restituire la complessità del caratteristico muro di suono tyneriano senza incorrere in fenomeni di saturazione acustica. Le frequenze gravi del contrabbasso di Sharpe acquistano una fisionomia tridimensionale, mentre lo spettro armonico superiore del pianoforte e del vibrafono conserva una trasparenza cristallina. Curata nei minimi dettagli, la veste grafica in edizione limitata e numerata a mano – corredata da un prezioso inserto iconografico – eleva questa pubblicazione a testimonianza definitiva di una notte magica, in cui la tradizione del post-bop si è fusa con la sacralità del modalismo sotto il cielo di Umbria Jazz.

L’impalcatura della tracklist sulle quattro facciate del doppio vinile conforma una vera e propria architettura drammaturgica, studiata per preservare l’integrità delle ampie campate improvvisative tipiche delle esecuzioni tyneriane: il Lato A funge da preludio e si apre con «I Wanna Stand Over There», una composizione che evidenzia immediatamente la propulsione ritmica del trio, per poi deviare verso una dimensione più intima e confidenziale attraverso le repentine letture di «I Should Care» e «Reflections». Quest’ultima, celebre gemma monkiana, viene affrontata con un rigore geometrico che ne decostruisce l’originale andamento melodico; il Lato B è interamente occupato da «Home», una monumentale suite di oltre quindici minuti in cui l’interazione tra il leader e la sezione ritmica si fa serrata, offrendo ad Avery Sharpe e Aaron Scott lo spazio necessario per sviluppare un dialogo poliritmico di matrice panafricana; il Lato C introduce l’apporto timbrico del vibrafono di Bobby Hutcherson, aprendosi con la title track «The Seeker», un brano in cui l’opulenza armonica del pianoforte si scontra e si fonde con la spiccata fluidità melodica del solista ospite. Segue «Peresina», una complessa struttura modale che si dipana attraverso continui scambi di accenti e progressioni per quarte, esibendo una straordinaria tensione edun perfetto equilibrio formale; infine, il Lato D suggella l’opera con un esteso «Medley: How Deep Is the Ocean / Blues Stride». In questo epilogo, Tyner unisce l’esplorazione di un classico della canzone americana a una viscerale celebrazione delle radici del linguaggio jazzistico, riconducendo il flusso sonoro verso l’alveo del blues e dello stride piano, storicamente riletti alla luce della sua indomita modernità.

L’incontro tra McCoy Tyner e Bobby Hutcherson delinea uno dei sodalizi più longevi, fruttuosi e complementari della storia del jazz moderno. Questa alleanza artistica affonda le proprie radici a metà degli anni Sessanta, periodo di massima ebollizione per l’avanguardia legata alla scuderia Blue Note Records. Fu precisamente nel 1966 che i due giganti incrociarono per la prima volta i rispettivi percorsi in sala d’incisione per l’album «Stick-Up!» firmato da Hutcherson, inaugurando un’intesa fondata sulla ridefinizione dei confini timbrici e armonici dei rispettivi strumenti. Lungi dal limitarsi a una sporadica collaborazione tra sidemen, l’affinità elettiva tra i due musicisti si è strutturata come un costante dialogo interiore lungo quarant’anni. Nel 1968, Tyner ha voluto Hutcherson nel fondamentale quartetto di «Time for Tyner», un’opera in cui la fluidità percussiva delle lamine del vibrafono ha trovato il perfetto contraltare nel monumentale chitarrismo pianistico del leader, offrendo una declinazione del modalismo meno austera e più cangiante rispetto alle declinazioni coltraniane. La convergenza tra le due spiccate personalità ha trovato applicazione in contesti orchestrali eterogenei e ambiziosi. Nel corso degli anni Settanta e primi Ottanta, Tyner ha esteso l’invito a Hutcherson per monumentali produzioni destinate alla Milestone Records e alla Columbia, tra cui spiccano «Sama Layuca», «Together» e «La Leyenda de La Hora». In questi lavori, l’estetica afrocubana e le poliritmie ancestrali care al pianista hanno beneficiato della straordinaria flessibilità ritmica di Hutcherson, abile nel destreggiarsi tra la lucentezza del vibrafono e il calore ligneo della marimba. Il vertice della loro simbiosi telepatica è stato raggiunto sia nella dimensione cameristica del duo acustico – culminata nella registrazione di «Manhattan Moods» del dicembre 1993 per la Blue Note – sia nelle estemporanee e incendiarie rimpatriate dal vivo, di cui la recente emersione archivistica di «The Seeker» a Umbria Jazz costituisce un fulgido esempio. Entrambi hanno saputo preservare la veracità della forma-blues pur proiettandola verso astrazioni geometriche d’avanguardia.

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