«One Mile Away» di Stefano Battaglia: tra scenari urbani e riflessioni esistenziali (EMME Record Label, 2026)

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Un lavoro colto e comunicativo, sofisticato e immediato nel senso più alto del termine. Battaglia si distingue come musicista inventivo e dotato di una voce strumentale riconoscibile incline a connettere ricerca sonora, disciplina compositiva e intensità umana.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Con «One Mile Away», Stefano Battaglia consegna alla discografia un lavoro di notevole mobilità espressiva, nutrita da una scrittura che rifiuta l’uniformità e predilige invece la mutazione continua della materia sonora. L’ascolto procede fra scarti metrici improvvisi, mutazioni d’assetto, aperture improvvisative di ascendenza free e momenti nei quali la linea melodica recupera una cantabilità limpida, quasi necessaria. Il contrabbassista nulla indulge alla giustapposizione casuale, poiché ogni episodio trova misura e coerenza in una regia compositiva accorta, sorretta da mano esperta e da sensibilità pienamente matura.

Pubblicato da Emme Record Label, l’album possiede il respiro delle grandi città e, al tempo stesso, una lucidità interiore rara. La lunga permanenza newyorkese del contrabbassista lascia orme percepibili non come semplice omaggio geografico, ma quale assimilazione linguistica: urgenza ritmica, pluralità idiomatica, rapidità di reazione e disponibilità al rischio. Battaglia non cita un ambiente, lo interiorizza e lo restituisce mediante una sintassi musicale viva, mobile e persuasa dei propri mezzi. L’alternanza fra quintetto e momenti solistici produce una salutare varietà prospettica. Le sezioni d’insieme avanzano con energia concentrata, sostenute da dinamiche nervose e da una distribuzione delle voci sempre vigile; altrove affiorano momenti di intensa concentrazione lirica, nelle quali il fraseggio rallenta, si distende e lascia emergere nuclei melodici di forte evidenza affettiva. In tali passaggi il compositore mostra una dote non comune: saper coniugare tensione narrativa e chiarezza del canto senza cedere né al sentimentalismo né all’astrazione programmatica. Particolare rilievo assumono i componimenti destinati a mettere in evidenza il contrabbasso, territorio nel quale Battaglia manifesta piena padronanza tecnica e immaginazione timbrica. Arco, pizzicato ordinario, armonici pizzicati, trattamento elettroacustico concorrono a una fisionomia del suono cangiante, talvolta ruvida, talaltra rarefatta, sempre sorvegliata da una volontà formale precisa. L’uso della tecnologia non interviene come ornamento, piuttosto amplia il campo risonante dello strumento e mette in dialogo memoria liutaria e sensibilità contemporanea.

La modernità del progetto non coincide dunque con l’adesione superficiale a codici recenti. Battaglia preferisce interrogare la tradizione jazzistica, assorbirne le procedure e piegarle a un lessico personale. In questa prospettiva il contrabbasso abbandona il ruolo ancillare che tanta letteratura gli ha imposto, assumendo invece funzione propulsiva, melodica e talora persino registica all’interno dell’ensemble. Si avverte una concezione quasi cameristica dei rapporti interni, nella quale ogni intervento modifica l’equilibrio complessivo. La presenza di giovani interpreti provenienti dalla scena statunitense conferisce ulteriore vivacità al progetto. Milena Casado al flicorno apporta un colore sonoro duttile e penetrante, in grado di passare dal velluto lirico a pronunce più taglienti; Morgan Guerin al sax tenore apporta una dizione strumentale energica e mobile; Roberto Acosta al pianoforte presidia con intelligenza armonica gli snodi più delicati, e Avery Logan alla batteria assicura impulso, misura e prontezza reattiva. Nessuna presenza ornamentale, poiché ciascun musicista concorre in modo sostanziale alla tenuta dell’insieme. Lungo l’intero album, ogni episodio sonoro mira a suggerire immagini nitide, quasi quadri mentali nei quali esperienza visiva e invenzione sonora si corrispondono. Tale facoltà rimanda a certe poetiche novecentesche dove il suono non descrive il mondo,ma ne riorganizza la percezione. Battaglia sembra muoversi in questa direzione, facendo della musica uno strumento di coscienza prima ancora che di intrattenimento. Il nucleo ideale dell’opera emerge con chiarezza anche nelle parole dell’autore, laddove la felicità viene sottratta all’orizzonte dell’attesa consumistica e ricondotta al tempo presente.

«One Mile Away» propone una successione di titoli che già sul piano nominale suggerisce un itinerario coerente, nel quale ciascun passaggio possiede autonomia e, insieme, contribuisce a una traiettoria complessiva. «Under Construction» inaugura il percorso con una dichiarazione di poetica urbana, all’interno di una struttura nevrotica e funkified. L’idea del cantiere permanente introduce una concezione dell’opera intesa non come manufatto chiuso e immobile, ma quale organismo in continua trasformazione, sottoposto a revisioni, innesti e ripensamenti. Battaglia lascia intuire fin dall’avvio che l’identità artistica, per lui, nasca dal processo più che dal risultato definitivo. Parliamo di una materia in costante assestamento, nuclei motivici che si sviluppano per espansione successiva, cellule ritmiche sottoposte a scarti improvvisi e linee che mutano direzione senza preavviso. La title-track, «One Mile Away», occupa il centro semantico del progetto. Il miglio di distanza allude a ciò che appare vicino e tuttavia viene percepito come irraggiungibile. Tale paradosso, già espresso dall’autore nelle sue note, si traduce in una scrittura fondata su attrazioni sospese, cadenze rinviate, polarità armoniche prossime e mai del tutto pacificate. La prossimità mancata diventa così il fondamento creativo, mentre la distanza che non si lascia misurare soltanto in termini spaziali sposta continuamente il senso un passo oltre la possibilità del contatto. «Rock-D (Homage to Daniele Roccato)» usa il tema del tributo, ma lo fa evitando la celebrazione illustrativa. Daniele Roccato, figura eminente del contrabbasso contemporaneo, rappresenta un modello di ricerca strumentale e di ampliamento tecnico del repertorio. Battaglia non ricorre a una logica imitativa, facendo emergere invece energia percussiva, estensione timbrica, uso plastico delle risonanze e attenzione quasi scultorea alla materia sonora. L’energia si concentra in masse sonore che non cercano levigatezza, ma resistenza, attrito, pressione interna. La memoria del dedicatario agisce da campo di risonanza, non come riferimento celebrativo. «Prelude For A Day Of Light» porta con sé una qualità aurorale. Il termine prelude a una luce che guida verso registri aperti, intervalli chiari, distribuzione ariosa delle frequenze. Idealmente la variazione di chiarore risulta progressiva, alla medesima stregua di una superficie visiva che perde opacità senza raggiungere un punto definitivo di piena esposizione, incuneandosi in una serie di anfratti armonici dissonanti. «Salt & Berries» muta improvvisamente lessico e campo sensoriale. Sale e frutti di bosco implicano contrasto gustativo, acidità e dolcezza, asperità e succosità. Un’aporia che trascina l’ascolto su un piano sonoro, dove la polarità conduce all’accostamento di materiali divergenti: attacchi secchi contro linee cantabili, attriti intervallari accanto a momenti di maggiore consonanza, ruvidità ritmica e morbidezza melodica, in cui Battaglia mostra interesse per la coesistenza di elementi apparentemente inconciliabili.

«CCC» introduce un enigma abbreviativo e uno spazio interpretativo volontariamente aperto. Tre consonanti identiche richiamano reiterazione, scansione e martellamento sillabico applicato alle note, tra nuclei minimi replicati e trasformati, quasi un procedimento di organizzazione molecolare nel quale la piccola unità produce l’intero organismo, fatto di minimalismo, ostinato e variazione continua. «Tracce Delay» appare come un rivelatori dell’essenza battagliana più sotterranea. Il contrabbasso, arricchito da effetti da fa del delay un segno lasciato dal passaggio, conformando una duplicazione temporale, un’eco differita, e un ritorno slittato dell’evento originario. Ne deriva una riflessione sulla memoria come fenomeno sonoro. Ogni nota, grazie al ritardo elettronico, convive con il proprio fantasma. Il tempo lineare si spezza e si piega su se stesso, secondo modalità che trovano analogie tanto nella musica acusmatica quanto in certe esperienze improvvisative post-jazz. «A Bushwick Tale» convoca esplicitamente New York, o meglio uno dei suoi quartieri più stratificati e trasformati. Bushwick porta con sé memorie industriali, migrazioni, arte urbana, gentrificazione e vitalità multiculturale. Un racconto, inizialmente, dall’aria brunita, nel quale i materiali si succedono con un cambio di mood come scene di strada: Ritmi spezzati, figurazioni urbane, improvvisi cambi di prospettiva che restituiscono la pluralità di quel paesaggio umano. «Impromptu #4», in tal caso riservato al contrabbasso, s’iscrive in una tradizione storica nobile, da Schubert sino alle riletture novecentesche del genere improvviso. L’impromptu, per definizione, simula la spontaneità pur richiedendo spesso controllo formale rigoroso. Battaglia si misura con il paradosso dell’immediatezza costruita: libertà apparente sorvegliata da mano esperta. «Waiting For What?» formula la domanda più tagliente del disco. Non attendere qualcosa, ma interrogare il senso stesso dell’attesa. La frase coincide perfettamente con il messaggio dichiarato dall’autore contro il differimento della felicità. «RAGA (Perspective Of The Things That Slowly Move Over A Different Time)» Il riferimento al raga, conduce a una sorta di mutamento lento. Il movimento graduale del contrabbasso insiste su una temporalità altra rispetto all’urgenza occidentale. Questa chiusura sembra proporre un riequilibrio percettivo: non conquistare il tempo, piuttosto ascoltarne la respirazione interna.

«One Mile Away» assume il valore di una meditazione su l’hic et nunc, sull’errore di differire costantemente la pienezza dell’esistenza a un oggetto futuro, a una conquista ulteriore, a un traguardo sempre rinviato. La musica traduce questa intuizione con singolare efficacia: scarti improvvisi, pause, slanci e ritorni sembrano ricordare che la vita accade nell’istante percepito, non nella promessa successiva. Ne risulta un lavoro colto e comunicativo, sofisticato e immediato nel senso più alto del termine. Battaglia si distingue come musicista, inventivo e dotato di una voce strumentale riconoscibile incline a connettere ricerca sonora, disciplina compositiva e intensità umana.

Stefano Battaglia
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