First Meeting: Gonzalo Rubalcaba, Chris Potter, Larry Grenadier ed Eric Harland alla Casa del Jazz, 14 luglio 2026. È tutto oro quello che luccica?
Mi trovo davanti a un gruppo perfetto, ma questa perfezione mi lascia indifferente. Ascolto da osservatore attento le trame sonore, ma tra le loro pieghe non fa capolino la pelle d’oca; il rigore formale e la costruzione degli assoli non producono scariche di adrenalina.
// di Marcello Marinelli //
Ennesima formazione di all stars alla Casa del Jazz. Questa band, che comprende Gonzalo Rubalcaba al piano, Chris Potter al sax tenore, Larry Grenadier al contrabbasso ed Eric Harland alla batteria, ricorda quella del luglio 2024 in quanto a potenza di fuoco. Allora sul palco c’erano Chris Potter al sax tenore, Brad Mehldau al pianoforte, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria, formazione che incise l’album «Eagle’s Point». Quel concerto del 2024 fu per me una delusione in quanto a emozioni. Memore di quella serata, torno alla Casa del Jazz per ripropormi davanti a una band stellare, desideroso di testare le mie reazioni e di confrontarle, visto che l’approccio alla materia musicale è simile. Mentre scrivo queste righe, ascolto il disco inciso dal vivo al Dizzy’s Club nel 2022: il repertorio, se non identico, è molto simile al concerto romano per poter pesare le mie sensazioni. Questi musicisti sono di statura mondiale, ognuno nell’ambito del proprio strumento e per le collaborazioni storiche che hanno alle spalle. Il concerto inizia sulla falsariga del live del 2022, fatte salve le peculiarità stilistiche dei singoli. Perfezione formale, tecnica ineccepibile, equilibrio nei reparti (mutuando il termine dal mondo del calcio), ma… c’è un ma.
Secondo il mio personale punto di vista tutto questo non basta; almeno per me, non basta. Oltre a quello che ho scritto or ora, quello che manca in modo assoluto è l’emozione che questa musica dovrebbe far scaturire. Mi trovo davanti a un gruppo perfetto, ma questa perfezione mi lascia indifferente. Ascolto da osservatore attento le trame sonore, ma tra le loro pieghe non fa capolino la pelle d’oca; il rigore formale e la costruzione degli assoli non producono scariche di adrenalina. Certo, l’emozione assoluta è merce rara in musica e nella vita, e quindi non mi aspetto di sobbalzare dalla sedia a ogni concerto, ma rimanere impassibili e a tratti annoiati non mi piace. Per verificare questo, però, bisogna andare ai concerti e prendere nota delle proprie sensazioni. Mi sembra la copia del concerto del 2024: mancanza assoluta di emozioni. Ora, per mia natura non sono un osservatore categorico né intransigente, né tantomeno ipercritico, ma purtroppo l’effetto che mi fa questa serata è quello che ho appena descritto. Avere un pensiero negativo su un concerto suonato da musicisti di tale levatura mi fa persino dubitare di me stesso; potrei essere io la causa del mancato apprezzamento, per qualche ragione a me sconosciuta. Sono solo un signor nessuno che esprime pareri e idee sul mondo in cui vive – in questo caso il mio mondo musicale – e non ho la certezza che la mia sia l’unica chiave interpretativa valida. Probabilmente la sera del 14 luglio non mi sono connesso cerebralmente con questo gruppo: mancava la connessione, non c’era campo.
Mentre scrivo, sto apprezzando un brano che scorre sui solchi del disco del 2022: si tratta di «Eminence», a firma Chris Potter. Un pezzo energico, urlato, che sfiora il free, in pieno stile Quartetto di Coltrane, che Potter qui evoca magistralmente. Se la memoria non mi inganna, non è stato eseguito nel concerto romano, o sicuramente non con lo stesso feeling. Ecco, forse quello che è mancato dal vivo è stata la scintilla, l’innesto, la ruvidezza; il concerto è stato tutto molto composto, delicato, senza scossoni. È mancata la cazzimma, nell’accezione prettamente positiva della celebre parola napoletana. L’assolo che sfodera Eric Harland nel disco non è stato replicato dal vivo, così come l’ispirazione degli altri musicisti. «Eminence» non può non essere un tributo alla grande Eminenza, Sua Maestà John Coltrane: il brano rimanda a quel magico mondo di un tempo che fu e che in questo pezzo è ancora. Peccato che questo groove io non l’abbia sentito alla Casa del Jazz. Ma forse sono io che non l’ho percepito; forse c’era e mi è sfuggito, non l’ho colto. Però so con assoluta certezza che l’intensità di questo brano al Dizzy’s Club non è stata replicata. Della serie: «io me la canto e io me la suono», diciamo che navigo nelle mie stesse contraddizioni. O forse faceva troppo caldo, e il caldo fa brutti scherzi; l’effetto meteorologico non è mai da sottovalutare. Ancor non ho pronunciata la celeberrima parola interplay, ed è ora che la pronunci. Quello che è mancato al concerto romano è stato l’interplay emotivo: il gruppo si è limitato a un interplay troppo controllato. Da musicisti così bravi mi aspetto di più, sarò troppo esigente, ma non mi accontento di interpretazioni puramente calligrafiche. Ma chi sono io per pretendere qualcosa? Non sono nessuno, ma come dice Umberto Galimberti: «Nessuno è il nome di tutti». Si fa tanto per parlare e confrontare le opinioni, quindi, se qualcuno ascoltando questo gruppo ha avuto altre risposte uditive, sarei lieto di ascoltarle.
Comunque, il tocco vellutato di Gonzalo Rubalcaba, seppur nei limiti che il mio soggettivismo ha evidenziato, è sempre degno di nota. Peccato solo che Cuba, paese natale del pianista, non sia uscita con tutto il suo fragore nel concerto romano, mentre compariva in tutto il suo splendore nel live del 2022 a New York. «Santo Canto» ne è l’esempio perfetto nel disco che sto ascoltando. Il concerto dal vivo al Dizzy’s Club batte tre a zero il concerto alla Casa del Jazz. Può capitare che esecuzioni dello stesso gruppo provochino reazioni diverse tra gli spettatori e tra gli stessi musicisti; niente di preoccupante, fa parte della casistica. A Roma questa straordinaria potenza di fuoco non ha fatto divampare l’incendio. Sottotono è il nome di un duo rap degli anni ’90, ed è stata anche l’atmosfera del concerto del 14 luglio. È mancata l’intensità fisica straripante ma, fedeli al motto che nulla si ripete mai uguale a se stesso, accettiamo di buon grado le fluttuazioni sonore. «Con Alma», il celebre standard di Dizzy Gillespie eseguito in entrambi i concerti, narra l’incontro avvenuto nel 1985. Rubalcaba a quel tempo aveva solo 22 anni e il trombettista afroamericano si trovava a Cuba per il Festival Jazz Plaza. Girando per i club dell’Avana, Dizzy si imbatté in questo pianista dalla tecnica scintillante. Se ne innamorò all’istante e, visto che allora vigeva il rigido embargo americano verso Cuba (che tuttora persiste), non poté portarlo con sé negli States, ma registrò con lui un disco: «Gillespie en La Habana» (pubblicato originariamente dall’etichetta di stato cubana Areito/EGREM). Successivamente, per motivi artistici, Gonzalo Rubalcaba fu costretto a trasferirsi nella Repubblica Dominicana per agevolare i suoi spostamenti musicali, per poi stabilirsi definitivamente a Miami.
Il suo legame con Cuba, però, è rimasto intatto e, quando il clima di totale chiusura si è ammorbidito, è potuto tornare in patria, accolto come un eroe dai suoi vecchi amici. Per le nuove generazioni di musicisti cubani, Rubalcaba è il simbolo vivente di ciò che un artista nato sull’isola può fare se riesce a far dialogare la propria cultura con il resto del mondo. Anche con le autorità dell’isola caraibica i rapporti, seppur altalenanti, non sono mai sconfinati nella rottura: il pianista non ha mai rinnegato la sua madrepatria né ha mai vissuto la sua vita in Florida come un esule politico o un traditore. Troppo comunista per gli esuli radicali di Miami e troppo poco comunista per le autorità cubane. La sua diplomazia tessuta sul filo del rasoio e il suo magistero pianistico hanno messo tutti a tacere. Quando la musica aiuta le relazioni diplomatiche e sostiene il dialogo. «Cuba è dentro di me, non importa dove io decida di svegliarmi la mattina o dove si trovi il mio pianoforte». (Gonzalo Rubalcaba). Con questa frase non posso che concludere con un Viva Cuba, Viva la Musica Cubana e Viva il Jazz.

