«Zec» di Claudio Cojaniz & Antonino Puliafito: dialettica cameristica, elegie e tensioni instabili (Caligola Records, 2026)

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Il valore di «Zec» va individuato nella capacità di ridefinire lo spazio cameristico quale luogo di sottrazione e di radicale onestà intellettuale. La convergenza tra la tastiera e l’arco non cerca la magniloquenza della fusione timbrica, ma la nettezza di un confronto in cui il silenzio possiede la medesima rilevanza della nota pronunciata.

// di Irma Sanders //

Il dialogo tra il pianoforte e il violoncello affonda le proprie radici storiche in una nobile tradizione speculativa, inaugurata quando la letteratura cameristica ha inteso emancipare lo strumento ad arco dal mero ruolo di sostegno del basso continuo per elevarlo a interlocutore paritetico della tastiera. Le pietre miliari di questo percorso si rinvengono nelle cinque sonate di Ludwig van Beethoven, composizioni che hanno ridefinito la logica strutturale del duo, scardinando la subalternità settecentesca a favore di un contrappunto serrato e di una comune fisionomia espressiva. Tale orizzonte linguistico ha trovato successivi e fecondi sviluppi nel solco del Romanticismo e del Novecento storico, basti pensare alle densità polifoniche di Johannes Brahms o alle trasparenze geometriche della sonata di Claude Debussy, pagine musicali in cui la fluidità del fraseggio e la ricerca sul colore sonoro hanno scosso le fondamenta della prassi esecutiva occidentale. Nel panorama della contemporaneità, questa illustre dizione strumentale si rigenera e si interfaccia con l’idioma improvvisativo, dimostrando come l’eredità colta europea costituisca un serbatoio di forme ancora aperto a inedite metamorfosi formali.

In seno all’idioma jazzistico, il connubio tra la tastiera e il violoncello rinnova questa nobile dialettica cameristica modificandone i presupposti formali, laddove l’esigenza estemporanea costringe lo strumento ad arco a ridefinire la propria natura melodica e percussiva. Una simile traiettoria speculativa trova un punto di svolta fondamentale nelle storiche incisioni di Fred Katz all’interno del quintetto di Chico Hamilton alla fine degli anni Cinquanta, episodio in cui il violoncello abbandona la rigidità della prassi colta per integrarsi nella polifonia del jazz moderno. Questa ricerca sul profilo timbrico-dinamico ha conosciuto sviluppi di straordinario rigore formale attraverso le traiettorie tracciate da figure quali David Darling, abile nel far dialogare il silenzio e la risonanza, o Abdul Wadud, il cui magistero al fianco di pianisti come Julius Hemphill o Anthony Davis ha dimostrato la fattibilità di un contrappunto totale, in cui l’arco si fa portatore di un’urgenza ritmica e blues di solida formazione. Non meno rilevante appare la lezione europea di Ernst Reijseger nel solco della musica improvvisata d’avanguardia, punto di riferimento per chiunque intenda la trama espressiva del duo non quale accostamento ornamentale, bensì quale indagine rigorosa sulla geometria del suono e sulla duttilità della frase.

La ventesima prova discografica del pianista friulano Claudio Cojaniz per la Caligola Records, intitolata «Zec», sigilla un sodalizio artistico ultra-ventennale improntato alla continuità speculativa ed a una comune via di ricerca. Il titolo del disco, derivato dal lessico uzbeko, allude alla figura del prigioniero proteso nello sforzo drammatico di recidere i propri vincoli, metafora che si traduce in una condotta esecutiva tesa e priva di compiacimenti accademici. Il modulo del duo, assetto esecutivo storicamente prediletto da Cojaniz e già declinato in seno a passate interazioni dialettiche con il trombone di Giancarlo Schiaffini, le ance di Francesco Bearzatti e i contrabbassi di Franco Feruglio e Alessandro Turchet, trova qui una fisionomia sonora inedita tramite l’inclusione del violoncello di Antonino Puliafito. La presenza dello strumento ad arco non si limita a sostenere il disegno musicale, ma propizia un ritorno ideale del pianista verso i territori della propria nativa formazione classica, integrando il rigore costruttivo della tradizione con la libertà estemporanea dell’idioma jazzistico. L’impianto compositivo si articola interamente su pagine musicali autografe e inedite, con la sola eccezione di «L’elegia Malibran», episodio sonoro precedentemente affidato al pianoforte solista e qui ripensato secondo una diversa logica strutturale. La traccia d’apertura, dedicata alle artiste del coro del Teatro La Fenice di Venezia Milena Ermacora e Gabriella Pellos, cela nel titolo un anagramma dei loro nomi e si connota per un’aura fonica di struggente solennità, dove la dizione strumentale del violoncello e il pianismo di Cojaniz conversano in contrappunto, svelando un equilibrio sintattico di raffinata fattura. Ciascuna sezione del lavoro procede sulla scorta di una costante indagine sul colore sonoro, eludendo la rigidità dei ruoli tradizionali di accompagnamento per favorire una densità polifonica in cui le voci si sovrappongono e si distendono con estrema fluidità. Il percorso analitico prosegue mediante l’articolazione formale di «Mixed Funeral» e «Bushman Dance», quadri sonori in cui l’andamento sintattico modula tra la severità del rito e l’urgenza di una pulsione ritmica ancestrale, complessa e stratificata. Nella title-track «Zec (J.D. Temptation)», la geometria timbrica si fa serrata, traducendo l’idea della coercizione e del riscatto in un tracciato fraseologico ricco di tensioni armoniche non risolte, dove il violoncello di Puliafito perlustra registri estremi con assoluta padronanza. La sensibilità intimista riaffiora all’interno di «Little War», composizione dedicata a Gianna e Michele, in cui la fisionomia del suono si fa fragile ed esposta, mentre il respiro melodico di «Black Sea» e la conclusiva scansione di «Venerdì» sigillano l’album in seno a una coerenza procedurale impeccabile, incline a mostrare la maturità espressiva di un autore di solida formazione e la felice intuizione cameristica del duo.

Il valore di «Zec» va individuato nella capacità di ridefinire lo spazio cameristico quale luogo di sottrazione e di radicale onestà intellettuale. La convergenza tra la tastiera e l’arco non cerca la magniloquenza della fusione timbrica, ma la nettezza di un confronto in cui il silenzio possiede la medesima rilevanza della nota pronunciata. Il concept dimostra come la maturità espressiva possa rinunciare alle formule consolidate della dialettica jazzistica per abbracciare un’essenzialità quasi geometrica, priva di ornamenti superficiali. Nel solco di questa rigorosa economia dei mezzi sonori, il duo realizza una sintesi speculativa che ricolloca la prassi estemporanea all’interno delle grandi architetture formali europee, consegnando agli ascoltatori un documento di rara coerenza e di profonda autonomia estetica.

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