Il concerto di Frankie Hi-Nrg MC, a Pietrafitta-Perugia, una pagina di storia del rap italiano riletta per sola voce e batteria
Frankie Hi-NRG MC
L’appuntamento di Pietrafitta, inserito nel programma di Moon In June, manifestazione itinerante, diretta da Patrizia Marcagnani, conferma così la statura artistica di Frankie Hi-Nrg MC, musicista che continua a interrogare la lingua italiana con identica lucidità a oltre trent’anni dall’esordio.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Giovedì 16 luglio, all’anfiteatro di Pietrafitta, Frankie Hi-Nrg MC – l’inventore del rap italico, figura di raccordo tra old-school americana e la scena peninsulare – porta sul palcoscenico una delle vicende artistiche più significative dell’hip-hop italiano. Il rapper alterna le esecuzioni a racconti autobiografici, soffermandosi sulla nascita di «Fight da faida», pubblicata nel 1991 e concepita come risposta a un’urgenza espressiva allora priva di modelli consolidati. L’idea di declamare il rap nella nostra lingua, quando il genere guardava ancora quasi esclusivamente agli Stati Uniti, assunse il valore di una scelta culturale prima ancora che musicale. Quella stagione pionieristica appare oggi lontana, mentre una parte consistente della produzione contemporanea, spesso sedotta dall’immediatezza del consumo e dalla ripetizione di formule prive di autentica elaborazione linguistica, sembra aver smarrito proprio quella tensione intellettuale che aveva alimentato le origini del movimento.
Il rapper ora sessantenne, ripercorre le tappe della carriera attraverso la rilettura di tutte le perle della sua discografia – «Libri di sangue», «Generazione di mostri», «Faccio la mia cosa», «Autodafè e batteria», «Fight da faida», «Potere alla parola», «Pedala e batteria» – mostrandosi maturo e disinvolto, a tratti teatrale, ma padrone assoluto della scena. Lontano da qualsiasi tentazione celebrativa, il musicista sceglie una formula ridotta all’essenziale, affidando l’intero sviluppo del concerto al dialogo serrato tra la propria voce, la batteria di Donato Stolfi Quella sottrazione di materia sonora non nasce da esigenze di economia esecutiva, quanto dalla volontà di riportare il rap alla sua dimensione originaria, nella quale la parola torna a occupare il centro dell’impianto compositivo e il ritmo diventa l’unica infrastruttura destinata a sostenerne il peso semantico. Il tutto concentra inevitabilmente l’attenzione sull’articolazione del testo, sulla scansione ritmica e sulla precisione dell’emissione vocale. Donato Stolfi non svolge una semplice funzione di accompagnamento, bensì costruisce una trama percussiva di straordinaria elasticità, nella quale dinamica, accentazione e pause diventano elementi strutturali dell’andamento fraseologico. Ogni intervento della batteria dialoga con la metrica del rapper secondo una logica quasi contrappuntistica, sostenendo il flusso verbale senza irrigidirne l’andamento e lasciando che le parole conservino la propria autonomia espressiva.La voce Frankie, divenuta più matura nel tempo, aggiunge senso e spessore semantico, oltre che estetico, ai suoi testi che sono un effluvio di espressioni mai banali, anche quando il calembour sembrerebbe prendere sopravvento. Il suo rapping a volte sferzante, fatto di giochi fonetici, allitterazioni, rime interne, arriva costantemente a destinazione guidato dai lumi della ragione.
Fin dalle prime battute il musicista richiama il valore liberatorio del ballo, componente storicamente fondativa della cultura hip-hop. La dimensione corporea, tuttavia, non esaurisce mai il significato della sua produzione: frasi e concetti vengono srotolati in forma quasi prosodica, un antitesi a ogni forma di costrizione, di potere, di banalità quotidiana e di sopraffazione. Certi messaggi – sia pure datati nel tempo – risultano pressoché attuali, poiché intagliati su un umanità incapace di cambiare e di evolversi. Il mondo degli uomini appare immutato e immobile nelle sue contraddizioni, nelle sue manie belligeranti e nelle forme di consumismo più deleterio: dalla TV al Web, tra guerre mediatiche e derive comunicative, tanto che il rapper riesce a coglierne, con arguzia, ironia e sarcasmo, gli aspetti più buffi ed aberranti, quanto una forma di analisi civile che trova nella musica il proprio veicolo privilegiato.
Il concerto rappresenta la naturale estensione del progetto discografico «Voce e batteria», pubblicato anche in vinile, lavoro che assume una posizione quasi controcorrente rispetto alle tendenze dominanti della produzione italiana contemporanea. In un periodo caratterizzato da stratificazioni elettroniche, elaborazioni digitali e costruzioni sonore spesso orientate alla ricerca dell’impatto immediato, Frankie sceglie la via opposta, facendo leva su un rigoroso processo di sottrazione. Rimangono soltanto la voce, la batteria e gli interventi di Dj Stile, chiamati a ridefinire l’identità delle composizioni senza alterarne il nucleo espressivo. Quella che l’autore definisce una «sintesi estrema» trova piena giustificazione nella solidità delle pagine originarie, il cui impianto compositivo regge senza difficoltà l’eliminazione di qualsiasi elemento accessorio. Il disco evita inoltre qualsiasi inclinazione monotematica e celebrativa grazie alla partecipazione di ospiti provenienti da esperienze differenti. La presenza di Jovanotti, Tiziano Ferro, Elisa, Emma, Diodato, Fabri Fibra e Raiz potrebbe suggerire un avvicinamento verso territori pop, eppure il progetto conserva una sorprendente compattezza linguistica proprio perché ogni collaborazione accetta la disciplina imposta dalla riduzione strumentale. L’appuntamento di Pietrafitta del 16 luglio, inserito nel programma di Moon In June, manifestazione itinerante, diretta da Patrizia Marcagnani, conferma così la statura artistica di Frankie Hi-Nrg MC, musicista che continua a interrogare la lingua italiana con identica lucidità a oltre trent’anni dall’esordio. Privato di qualsiasi artificio strumentale, il suo repertorio rivela una solidità compositiva rara, fondata sull’equilibrio fra ritmo, pensiero e parola. Proprio questa essenzialità, anziché impoverire il materiale musicale, ne illumina l’ordine interno, lasciando emergere la qualità di una scrittura che continua a dialogare con il presente senza perdere la propria autonomia critica.

