«The Lost Drummer» di Bob Salmieri Duets, Trios & Quartets: estetica della sottrazione e rigore espressivo
La rinuncia alla percussione convenzionale non si traduce in un vuoto, ma nell’istituzione di un nuovo rigore esecutivo, dove la fluidità del fraseggio e l’espressività lineare del sassofono si pongono quali elementi cardine dell’intera architettura compositiva.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Duke Ellington sosteneva che «non esiste orchestra migliore del suo batterista». Dichiarazione che dal punto di vista semantico si presta a molte interpretazione. In sintesi, il Duca intendeva dire che la batteria, per quanto fondamentale – e talvolta necessaria – può essere ingombrante, fuorviante e condizionante. Vi siete mai domandati perché Miles Davis per «Kind Of Blue» scelse Jimmy Cobb? In quella circostanza il trombettista aveva necessità di un sostegno ritmico essenziale e misurato, non debordante o affetto da protagonismo. Storicamente, l’omissione della batteria all’interno della prassi esecutiva del jazz non rappresenta un mero artificio sperimentale, ma una precisa opzione teorica che attraversa la storia della musica improvvisata. Già nel corso degli anni Quaranta, le formulazioni cameristiche del trio di Nat King Cole e, successivamente, le geometrie contrappuntistiche del quartetto di Jimmy Giuffre misero in discussione la necessità del fulcro percussivo tradizionale, privilegiando una ripartizione del tempo agogico fondata sul dialogo lineare tra gli strumenti melodici e il contrabbasso. In questo solco speculativo, la figura di Lennie Tristano si pone quale fondamentale punto di svolta critico. Il pianista di Chicago manifestò una radicale ritrosia nei confronti dei batteristi dell’epoca, di cui deprecava l’invadenza fonica e la tendenza a imporre una scansione metrica rigida, considerata un ostacolo insormontabile allo sviluppo del contrappunto e alla totale libertà dell’improvvisazione simultanea. Per Tristano, il tempo doveva essere interiorizzato dai singoli solisti, e l’eventuale presenza percussiva – come nel caso dei lavori pionieristici con Denzil Best – veniva confinata a un ruolo di metronomo sussurrato, quasi incorporeo. A questa tradizione di rigore espressivo e sottrazione formale si collega idealmente il nuovo progetto di Bob Salmieri, che elegge la rinuncia della sezione ritmica convenzionale a principio cardine della propria ricerca estetica.
Il profilo compositivo enunciato in «The Lost Drummer» rivela una meditata rinuncia formale, la cui valenza estetica risiede nell’assoluta sottrazione della batteria. Tale scelta, lungi dall’apparire una mera privazione timbrica, ordina un quadro formale in cui la fisionomia del suono riacquista una trasparenza quasi cameristica. La materia sonora si dispiega lungo traiettorie fraseologiche fluide, facendo leva su un assetto esecutivo che spazia dal duo al quartetto, teso a illuminare la dimensione lineare e l’intrinseca cantabilità delle pagine selezionate. L’assenza del consueto supporto percussivo favorisce un equilibrio sintattico in cui il silenzio e il respiro melodico assumono il ruolo di veri e propri costruttori di forma. In taluni episodi sonori, la funzione metrica viene demandata all’apporto accorto di congas o bongos, i quali delineano un ordito ritmico minimale, privo di rigidità geometriche. L’ascoltatore si trova al cospetto di un disegno musicale che evoca la purezza espressiva delle incisioni di correnti storiche del jazz colto, pur conservando un’identità fonica autonoma, vicina alle coerenze strutturali della musica d’arte europea. Le composizioni, oscillanti tra storiche interpretazioni della tradizione e componimenti nati dalla penna del leader, mostrano un rigore costruttivo fondato sulla complicità di un nucleo di collaboratori di solida formazione. L’esplorazione della tracklist rivela un andamento sintattico di notevole coerenza espressiva. L’opener, «I’m A Fool To Want You», mostra una complessa geometria timbrica, dove il sassofono tenore di Salmieri dialoga con la chitarra di Roberto Pentassuglia, il contrabbasso di Maurizio Perrone e le congas di Carlo Colombo. La transizione verso l’essenzialità del duo si compie in letture storiche quali «I loves You, Porgy», «Here’s That Rainy Day» e «You’ve Changed», episodi sonori nei quali l’interazione con Alessandro de Angelis fa affiorare una velatura acustica raccolta, priva di ridondanze. La medesima logica strutturale presiede al rifacimento di «Spartacus (Love Theme)», in cui lo strumento di Salmieri incontra la chitarra di Pierluigi Colangelo, tesa a tracciare una linea argomentativa nitida, vicina alle soluzioni formali del misticismo musicale novecentesco.
La seconda metà del lavoro conferma la ricchezza di tensioni insita nel progetto. Componimenti celebri come «Skylark» ritrovano la quadratura del quartetto, mentre l’orizzonte linguistico si restringe nell’ascesi di «Lonely Woman», affrontata in trio con chitarra e contrabbasso per esaltare l’equilibrio sintattico delle voci. La ricerca sul colore sonoro prosegue mediante la collaborazione con Danilo Gambardella al pianoforte in «What Are You Doing The Rest Of Your Life?», preludio alle battute conclusive affidate nuovamente a De Angelis in «Never Let Me Go» e alla ripresa del trio in «Soul Eyes». Il lavoro si connota complessivamente per un’organizzazione molecolare in cui ogni frammento melodico sembra fluttuare in un equilibrio instabile, per poi dissolversi con la leggerezza propria di un pensiero figurativo. La rinuncia alla percussione convenzionale non si traduce in un vuoto, ma nell’istituzione di un nuovo rigore esecutivo, dove la fluidità del fraseggio e l’espressività lineare del sassofono si pongono quali elementi cardine dell’intera architettura compositiva. In quest’ottica, la scelta di ridefinire il ruolo del tempo musicale eleva il silenzio a elemento strutturale, permettendo alle singole voci di stagliarsi con assoluta chiarezza e di declinare un lirismo asciutto, distante da qualsiasi compiacimento retorico. L’album si qualifica in definitiva come una rigorosa riflessione sulla purezza della linea melodica e sulla flessibilità del tempo acustico. Bob Salmieri ha saputo delineare un manifesto artistico di rara coerenza, dimostrando come la sottrazione di un elemento apparentemente imprescindibile possa, al contrario, schiudere prospettive espressive inedite e restituire al jazz una dimensione cameristica di nobile e duratura compostezza.

