«Europeo» di Christianne Neves (ft. Amilton Godoy, Daniela Spalletta), quando la musica colta europea incontra il jazz brasiliano (AlfaMusic, 2025)
«Europeo» diventa un punto di luce che si afferma nella vasta terra evocata dall’etimologia greca: un luogo in cui le culture si incontrano senza gerarchie, dove la voce si intreccia con il pianoforte, il jazz con la tradizione colta, il Brasile con l’Europa. Europa come terra ampia. Musica come lingua universale. «Europeo» come gesto che unisce continenti attraverso il suono.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’album «Europeo» nasce da un impulso linguistico che si trasforma immediatamente in intuizione estetica: un termine che affiora con naturalezza, con quella vocale conclusiva che trattiene un’eco iberica, un riflesso di radici condivise. L’indagine etimologica apre un varco inatteso: il termine «europeo» attraversa lo spagnolo, il latino, il portoghese, e in questo tragitto rivela una genealogia culturale che coincide con il percorso musicale di Christianne Neves. La sua lunga frequentazione della tradizione classica della penisola iberica – de Falla, Turina, Mompou, Albéniz, Granados – non rappresenta un semplice repertorio di riferimento, ma un territorio vissuto, modellato negli anni come Direttore Musicale del Balletto di Ana Esmeralda, dove la scrittura pianistica si annodava con il flamenco, traslando ogni pagina in corpo danzante.
La radice spagnola, tuttavia, non esaurisce il raggio d’azione del progetto. La parola Europa si apre a un’altra derivazione: eurys, la terra dell’ampiezza. Un’ampiezza che non è soltanto geografica, ma armonica, storica, immaginativa. In questo spazio dilatato, Christianne individua autori che hanno generato una tradizione capace di espandersi nel mondo e di dialogare con linguaggi lontani. Satie, Bartók, Mompou, Turina, Bach: figure che offrono strutture permeabili, predisposte alla reinvenzione, alla libertà interpretativa, alla possibilità di far convivere rigore e improvvisazione. L’album diventa così un laboratorio di attraversamenti, dove la musica europea filtrata attraverso la sensibilità brasiliana, il jazz come strumento di metamorfosi, la tradizione come materia viva.
L’apertura con «O Polichinelo» di Villa-Lobos dispensa subito una traiettoria obliqua. Villa-Lobos, brasiliano, porta la sua opera a Parigi, assorbe la lezione bachiana, intreccia forme preclassiche e materiali popolari, costruisce un ponte tra Brasile e Lipsia. La scelta di questo pezzo non rappresenta un gesto laterale, ma un’affermazione poetica: l’Europa come luogo che accoglie il Brasile, il Brasile come spazio che rilegge l’Europa. La figura di Pulcinella, evocata dalla somiglianza con il Polichinelo villalobiano, aggiunge un ulteriore livello: la commedia dell’arte italiana, i burattini che scattano in movimenti irregolari, la teatralità che diventa ritmo. Il dialogo tra Amilton Godoy e Christianne Neves – due pianoforti, due prospettive e due storie – costruisce un doppio timbrico che porta il Brasile nel cuore dell’album, come un preludio alla sua geografia espansa. L’arrivo in Italia apre un nuovo capitolo. L’incontro con Amedeo Ariano e Dario Rosciglione offre una base jazzistica solida, elastica, capace di sostenere e amplificare le elaborazioni di Christianne. Le opere di Bartók, Turina, Bach, Satie e Mompou trovano in questo trio una dimensione inedita: la pulsazione mediterranea, la precisione ritmica, la capacità di creare spazi in cui il pianoforte può muoversi con assoluta libertà. Ciascun componimento diventa un campo di improvvisazione controllata, dove la scrittura originaria si apre a deviazioni, sospensioni e ripensamenti. La presenza di Daniela Spalletta introduce un’altra direzione luminosa. La sua voce, radicata nel Mediterraneo e capace di timbri molteplici, incontra «Ponto de Luz», una composizione di Christianne che qui assume il ruolo di nucleo simbolico dell’intero progetto. «Sacromonte», già presente in «Eyin Okan», porta nell’album un ritratto dell’Andalusia filtrato da una formazione strumentale inusuale: flauto, percussioni mediterranee, basso elettrico, pianoforte e mallets. Qui la scrittura di Turina si apre a una dimensione quasi cinematografica, dove la danza gitana si trasforma in paesaggio sonoro. La geografia dell’album si completa con le sessioni registrate a Roma, Los Angeles e San Paolo: tre città, tre continenti, tre modi di ascoltare e restituire la musica. «Europeo» diventa così un atlante, un viaggio che non cerca una sintesi ma una convivenza, una pluralità di accenti che si riconoscono nella stessa vibrazione.
«O Polichinelo (take 1)» mette subito in scena una figura nervosa, quasi marionettistica, modellata da colpi di pianoforte che ricordano un piccolo teatro di legno. Le due tastiere dialogano come sagome illuminate da una lampada laterale, con un’energia vivida che conserva un’ombra di ironia, simile a un sorriso trattenuto dietro una maschera. «Invention 4 in D Minor» porta l’ascolto dentro una costruzione limpida: le linee si incastrano con rigore, come ingranaggi lucidati, mentre contrabbasso e percussioni sostengono un ritmo regolare che dona equilibrio all’intero disegno. Ogni gesto sonoro appare calibrato, come se la struttura respirasse con una logica interna impeccabile. «Boating» cambia atmosfera: il pianoforte suggerisce l’andatura lenta di un’imbarcazione che sfiora un’acqua immobile, mentre la sezione ritmica crea un’oscillazione morbida, quasi meditativa. La luce sembra filtrare da un mattino pallido, con un chiarore che si posa sulle superfici senza fretta. «Europeo (Punto di luce)» porta un bagliore più ampio, in cui la voce entra come un raggio che si espande, sostenuta da un trio che lascia spazio all’aria, permettendo alla melodia di distendersi con naturalezza. La linea vocale si muove con grazia, come un filo luminoso che attraversa una stanza in penombra. «Suite Turina: Danzas Fantásticas – Danzas Gitanas» introduce colori più intensi: il pianoforte guida una materia vibrante, con tonalità calde e un ritmo che alterna slanci e sospensioni. Contrabbasso e batteria sostengono un andamento deciso, generando un paesaggio sonoro ricco di sfumature. «Musica Callada» emana un clima rarefatto, in cui il pianoforte dispone le note con una delicatezza misurata, come se ogni suono fosse scelto con attenzione assoluta, mentre la ritmica rimane discreta, quasi sospesa. La composizione sembra respirare lentamente, come un pensiero che si forma senza fretta. «Sacromonte» amplia la scena con nuovi timbri: flauto, percussioni e basso elettrico costruiscono un ambiente più opulento, animato da progressioni che si intrecciano in direzioni diverse mantenendo però un equilibrio interno saldo. La tessitura sonora evoca un paesaggio vivo, pieno di dettagli che emergono e scompaiono. «Avant-dernières pensées» sancisce un momento più intimo, dove il pianoforte marca una traiettoria essenziale, asciutta, sostenuta da un trio che rimane in punta di piedi, senza appesantire la scrittura. Tutto rimane raccolto, come un pensiero che affiora e poi rientra. «O Polichinelo (take 2)» richiama la vitalità iniziale, ma con un carattere più ampio: la figura teatrale ritorna con un gesto più disteso, completando il percorso con un ultimo scatto luminoso che richiama l’inizio e allo stesso tempo lo rinnova. In sintesi, «Europeo» diventa un punto di luce che si afferma nella vasta terra evocata dall’etimologia greca: un luogo in cui le culture si incontrano senza gerarchie, dove la voce si intreccia con il pianoforte, il jazz con la tradizione colta, il Brasile con l’Europa. Europa come terra ampia. Musica come lingua universale. «Europeo» come atto che unisce continenti attraverso il suono.

