I tre musicisti sanno come sedurre il fruitore, attirarlo nelle loro spirali fatte di note multicromatiche e renderli rapidamente partecipe di certi stati d’animo a volte onirici, sospesi, e chimerici.

// di Francesco Cataldo Verrina //

A volte la necessita di classificare la musica, soffocarla in compartimento specifico o stritolarla in una definizione potrebbe essere comodo, ma al contempo azzardato: «Traveller’s Ways», l’album di Somsen, Pieranunzi e Mirabassi, edito dalla Challenge Records, va oltre i limiti di una facile e conveniente catalogazione e, quando si arriva in fondo, i confini sono ancora sfumati ed impalpabili. Come recita il titolo, trattasi di un viaggio appassionante verso destinazioni ignote e, senza dubbio, tutte da esplorare. Per contro, il flusso melodico trascina subito l’ascoltatore in un habitat percettivo rassicurante emanando un’aura fiabesca ed evocativa, non dissimile ad una narrazione filmica. Si potrebbe affermare senza tema di smentita, che i tre pards abbiano agito sulla scorta del desiderio di creare una colonna sonora calata in una dimensione olistica, tale da coinvolgere sensi ed intelletto in maniera circolare superando perfino la percezione audiotattile tipica del jazz straight-ahead, talvolta più corporale e materico. «»

Il bassista olandese Jasper Somsen e Enrico Pieranunzi erano stati correi in duo per un disco in comproprietà: «Voyage In Time». Va ricordato anche che gli stessi Somsen e Pieranunzi avevano già giocato in tre assieme al batterista catalano Jorge Rossy per l’album «Common View» del 2020. E mentre – come dicevamo – ritorna il tema del viaggio, in tale circostanza la squadra si arricchisce di un’altra firma prestigiosa del jazz italiano: il clarinettista Gabriele Mirabassi, che con il suo duttile strumento arricchisce le trame di «Traveller’s Ways», dando maggiore fluidità al concept melodico-armonico e conferendo ai singoli brani una piacevole aura di leggerezza. Al netto di ogni difficile collocazione spazio-temporale, se non di una «terza via», per fissare comunque dei punti di ancoraggio, potremmo parlare di un jazz dilatato ed influenzato dalla musica da camera, il quale si distingue per il suo disegno giocoso e le ariose architetture melodico-armoniche, dove la musica sembra a volte zampillare dal piano di Pieranunzi ed involarsi attraverso il soffio di Mirabassi, mentre il preciso walking di Somsen indica le linee guida: composizioni come «Jigsaw» o «Crossroads» ne sono la perfetta rappresentazione scenica. I tratti somatici della composizione eurodotta emergono in maniera preponderante in «Leap Of Faith», locupletato dall’ammaliante «voce» del clarinetto di Mirabassi che, in questo brano assume il ruolo guida. Per contro, emerge un’atmosfera più jazz nella dinamica «Free Spirit» o nell’iniziale «The Road Less Traveled», vivacizzata dal dirompente fraseggio, mai prevedibile, di Mirabassi e dello scuotere le note come aria e vento da parte di Pieranunzi, caparbiamente sostenuto dal basso di Somsen. L’aggiunta di una batteria avrebbe portato questo progetto sonoro davvero sul tetto del mondo, ma non si può avere tutto. In compenso «Twin Flames», forte della precisione di Pieranunzi, della direzione calda e melodica impressa da Mirabassi e della vigile pulsazione di Somsen, diventa uno dei brani di spicco dell’album ed una piccolo case-study in tema di minimalismo strumentale, suscitando una ridda di vibrazioni con la ricchezza e la completezza di un’orchestrazione assai più articolata.

Le liner notes rivelano che tutte gli undici brani, nove composti da Somsen e due scritti congiuntamente dai tre sodali, trattano il tema del viaggio, attraverso le sensazioni che si provano nel dover o voler partire per destinazioni sconosciute, ma soprattutto riflettono sul desidero e sulla appagante sensazione che si avverte nel saper di poter tornare a casa. Tutte i componimenti s’irradiano nell’aria con una precisa espressività comunicazionale e con la bellezza di una narrazione cinematica, divenendo letteralmente un invito a viaggiare fra universi incantati e incantevoli, sia pure sulle ali della fantasia, nonché un divorante desiderio di escursione assai conclamato in «Traveller’s Tale», un componimento che sembrerebbe condensare elementi e simboli provenienti dai quattro punti cardinali della musica. Gli strumenti hanno una sonorità vivida e adamantina: pianoforte e clarinetto sono sempre ben orientati e legati dal basso che funge sistematicamente da raccordo. I tre musicisti sanno come sedurre il fruitore, attirarlo nelle loro spirali fatte di note multicromatiche e renderli rapidamente partecipe di certi stati d’animo a volte onirici, sospesi, e chimerici: «A New Dawn» ne è un dimostrazione lampante.

Un trio clarinetto, contrabbasso e pianoforte non è il formato più diffuso in ambito jazzistico o para-jazzistico, ma in tale circostanza la sinergica complicità fra Somsen, Pieranunzi e Mirabassi tocca livelli elevatissimi. Tre musicisti di spessore mondiale i quali non hanno nulla da dimostrare, se non svelare l’arcano del mero piacere di far musica al fine di regalare l’armonioso incanto delle emozioni, lontani dagli eccessi e dai virtuosismi fini a se stessi; tanto che un album come «Traveller’s Ways» diventa l’epitome di una costruzione piena di padronanza compositiva, un’elegia di sensazioni evocative ed a fior di pelle, ma soprattutto un’opera di grana sottile, non priva di una certa grazia.

Pieranunzi / (Somsen / Mirabassi

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