Paolo Carù

di Guido Michelone

La mia personale conoscenza di Paolo Carù risale a circa mezzo secolo fa quando dappertutto si sparge la voce che in un’anonima cittadina lombarda – Gallarate in provincia di Varese – c’è un negozio di dischi (allora anche di libri) unico al mondo: un negozio dove si poteva trovare di tutto – a livello di rock, jazz, country, blues, folk – persino l’impossibile, in un periodo in cui, senza internet, di deve ancora richiedere al negoziante di fiducia di farsi arrivare un disco dall’estero: e come minimo passano sei mesi! Oppure si può scrivere direttamente alla casa discografica americana (se piccola e se si riesce a recuperare l’indirizzo, non sempre segnalato sul retro di copertina degli album) e anche qui attendere mesi e mesi. Da Carù, no: trovi sempre quel che cerchi. In un periodo – gli anni Settanta – che vede solo qualche timida ristampa – magari con nuove copertine alla moda, oggi ‘oscene’ rispetto alla bellezza vintage della grafica originaria che copre a mala pena la metà dei grandi album jazz prodotti negli Stati Uniti, da Carù trovi i dischi ‘veri’ perfettamente incellofanati. Ricordo che a metà Seventies si è alla disperata ricerca dei due album Blue Note di Ornette Coleman – MMM – che a Torino e a Milano, nei migliori negozi, non ci sono. Da Carù, sì. Detto questo che aggiungere altro, ad esempio su una rivista come Buscadero che dal 1999 presenta due-tre pagine sui dischi jazz in mezzo al grande rock tanto amato da ogni collaboratore? Lascerei parlare Paolo Carù, che, pur nella telegraficità delle risposte, risulta sempre molto chiaro e molto preciso, anche in un periodo come l’attuale dove l’oggetto disco non è proprio al centro dei gusti e degli interesse della maggior parte dei giovani ai quali tutti – politici, sociologi, insegnanti, artisti – voglio (inutilmente?) richiamarsi.

Così, a bruciapelo, in tre parole, chi è Paolo Carù?

Paolo Carù è fondamentalmente un music lover.

D Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica da bambino?

R Mio padre che mi mostrava i dischi e mi spiegava il valore della musica

D Quali sono i motivi che ti hanno spinto a occuparti di musica a livello prima di negozi di dischi e poi di giornalismo?

R Amo la musica, mio padre aveva un negozio, è stato un passaggio naturale, dalla scuola al negozio. Il giornalismo è arrivato dopo .

D E dunque perché anche il giornalista, addirittura fondando due riviste?

R La voglia di esprimere le proprie idee sulla carta.

D Il tuo nome per molti versi è indissolubilmente legato ai mensili Mucchio e poi Buscadero: ci sveli il tuo pluridecennale rapporto con le due testate?

R Il Mucchio è nato a Gallarate nel 1977, poi siamo stati truffati da un nostro collaboratore e, sempre a Gallarate , abbiamo fondato il Buscadero, tre anni dopo (1980).

D Perché Buscadero invece non ha mai voluto occuparsi di rap, hip-hop, techno, dance, che oggi piacciono tanto ai giovani?

R Nel Buscadero ci occupiamo di quello che ci piace, non di quello che va di moda.

D Esiste ancora un pubblico giovanile che come voi, ragazzi di mezzo secolo fa, ama il vostro rock intriso via via di folk, country, blues e r’n’r?

R Esiste ancora quel tipo di pubblico , forse non tanto tra i ragazzi , anche se alcuni , per via del ritorno del vinile , amano avvicinarsi a quel tipo di musica .

D Ma chi è il lettore-tipo di Buscadero? Quali i gusti musicali? Come si rapporta al jazz?

R Il lettore tipico del Busca è uno che ama la musica, essenzialmente rock, country e blues. Ma non disdegna il jazz .

D Parlando di jazz, tu lo ascolti? Quali jazzmen preferisci?

R Ascolto jazz, sono legato ai grandi nomi, da John Coltrane – il mio preferito ultimamente – a Miles Davis, Eric Dolphy, Gerery Mulligan, Art Blakey, Sonny Rollins, tra i più recenti Bill Frisell, John Scofield e moltissimi altri.

D Sei d’accordo che senza la grande musica afroamericana di oltre un secolo fa – non solo jazz, ma anche blues e spiritual – forse il rock (e quello che è arrivato dopo) non sarebbe esistito?

R Concordo sul fatto che, alla base del rock ci siano il jazz e il blues.

D Tra i ‘milioni’ di dischi che hai ascoltato ce n’è uno a cui sei particolarmente affezionato?

Il mio disco favorito resta Astral Weeks (1968) di Van Morrison.

D E tra i dischi che hai amato quali (5-6 al massimo) porteresti sull’isola deserta?

R Oltre Astral Weeks, Live Dead dei Grateful Dead, Happy Trails dei Quicksilver Messenger Service, Kind of Blue di Miles Davis, My Favorite Things di John Coltrane e Moondance ancora di Van Morrison.

D Qual è per te il top della tua carriera di proprietario/gestore del miglior ‘records store’ in Italia (e tra i più belli al mondo)?

Il momento più bello è quando Van Morrison è entrato nel mio negozio , a momenti svenivo .

R Da negoziante come vedi oggi la situazione dei dischi fisici tra long playing e compact disc?

C’è una massiccio ritorno al vinile, molta gente ormai compra solo vinile, anche se il il CD rimane un prodotto molto venduto.

D Cosa acquistano maggiormente i clienti del tuo negozio a livello di musicisti?

R I vinili più venduti sono i classici, dai Pink Floyd ai Led Zeppelin, dai Beatles agli Stones, da Dylan a Hendrix, nel jazz da Trane a Miles, eccetera, eccetera. Molti giovani si sono avvicinati proprio per il ritorno del vinile .

D Per concludere, un giudizio obiettivo sul mondo delle sette note oggi nel nostro Paese?

R La musica in Italia non sta vivendo un bel momento, manca la cultura di base, non c’è molto amore e, se si tolgono i veri appassionati, c’è ben poco. Non è un bel momento…

Paolo Carù

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *