Siamo di fronte al tipico fenomeno di inculturazione tra musica brasiliana, jazz ed influenze eurocolte dal carattere quasi cameristico ed elementi contigui ai certi compositori classici come Ravel, Mahler, Debussy, Schoenberg e Chopin.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Da lungo tempo il Brasile costituisce una particolare giunzione tra il jazz ed alcun tipologie ibride di musiche e canzoni, sovente intrise di spunti eurodotti, divenendo così (idealmente) una forma di «quarta via» facilmente percorribile, soprattutto grazie all’ingente giacimento musicale che questo «grande paese» possiede: un universo di suoni, ritmi e contrasti etnico-culturali, da cui molti attingono. Scegliere il Brasile come motivo ispiratore e raccordo tra mondi sonori possibili è già una precisa scelta di campo. Da qualche giorno, è disponibile sul mercato, prodotto dall’etichetta pugliese Dodicilune, «Homenagem Ao Brasil» del chitarrista-compositore berlinese – bolognese di adozione – Matthias Hopf. Sostenuto nel suo excursus espositivo dal contrabbassista Andrea Lamacchia e dal clarinettista Gabriele Mirabassi, che funge da magnificatore di alcune tracce. Il musicista tedesco offre una visione del Brasile, quale terra ricca di contraddizioni e di contrasti che costituisce, nonostante la sua grandezza territoriale, un’enclave sonora rispetto a tutto il resto del continente Centro-Nord-Americano. Il Brasile ha subito meno l’influenza dell’Africa ed in maniera diversa, se paragonato a tutto il resto delle Amerindie; la sua musica possiede delle matrici marcatamente europee; ha adottato una lingua diversa ed unica, il portoghese che, quando usata, produce un cantato più morbido e flessuoso, a tratti più vicino al francese, fatto di languori, atmosfere malinconiche e chiaro-scuri emotivi. Dice Hopf: «Il suo fascino (quello del Brasile) per me è dovuto alla strana combinazione di melodie e armonie europee dal sapore spesso malinconico con l’elemento ritmico vitale della musica africana, una apparente contraddizione».

Il Brasile si muove in un ampio range sonoro che va dal tropicalismo al samba carnevalesco, passando per le raffinate atmosfere bossa nova, per non parlare dei tanti sottogeneri o forme espressive locali, come la tradizione ancestrale delle religioni afro-baiane, legate a particolari strumentazioni, regioni o comunità di questa sconfinata terra estesa come un continente. Lo stesso Matthias Hopf, nelle note di copertina del disco sostiene: «L’incontro tra Europa e Africa in un continente terzo – forse sta in questo il nucleo del fascino che la musica brasiliana ha sempre avuto su di me e che mi ha portato a scrivere questo «Homenagem ao Brasil», progetto inconsueto per un compositore di musica classica contemporanea. L’essenza di questo incontro è in gran parte una storia di violenza e ingiustizia – gli africani deportati dagli europei come schiavi per sfruttare le terre rubate alla popolazione indigena del Sud America colonizzato. Ma la musica brasiliana è proprio una prova del fatto che anche dalle circostanze peggiori possano nascere espressioni artistiche di grande bellezza». L’album sintetizza l’incontro tra mondi e culture e si realizza nel modo più sorgivo possibile. Il lavoro di Hopf pone infatti in relazione tre musicisti con le loro esperienze ed il loro variegato quadro emozionale, i quali pur attingendo linfa ispirativa, prevalentemente, da un repertorio che ben rappresenta quello brasiliano, apportano un contributo esperienziale che guarda verso altri punti cardinali dello scibile sonoro. «Gli arrangiamenti dei brani brasiliani – precisa il chitarrista – sono sempre preceduti da introduzioni composte da me. Ho avuto la grande fortuna di essere accompagnato in questo progetto da due eccellenti musicisti e dal mio amico e grande esperto di musica brasiliana Luca Lombardi, a cui devo la conoscenza della maggior parte dei brani arrangiati.» Il Brasile è una terra ricca e complessa dal punto di vista musicale, non meno degli USA con cui ha in comune le radici della primigenia musica ritmica. Nel coso dei decenni, il Brasile ha fornito al jazz molti assist, influenzandone talune forme ibride che, a partire dagli anni ’60, hanno incontrato il plauso internazionale dei cultori di musica tout-court. Non a caso quattro brani contenuti nell’album sono originali e sei riguardano arrangiamenti piuttosto elaborati di autori brasiliani, quali Guinga, Jean Charnaux, Tom Jobim e Yamandu Costa. Siamo di fronte al tipico fenomeno di inculturazione tra musica brasiliana, jazz ed influenze eurocolte dal carattere quasi cameristico ed elementi contigui ai certi compositori classici come Ravel, Mahler, Debussy, Schoenberg e Chopin.

Hopf, sulla scorta del genetico e territoriale melting-pot brasiliano, ama giocare sul terreno della mescolanza e dell’ibridazione, creando all’interno del disco una serie di ambientazioni, talvolta, come egli stesso dice, di «apparente contraddizione», a cui la perfetta interazione strumentale fa da contraltare: in fondo il Brasile è una giostra di colori a volte accesi, altre volte tenui e crepuscolari. A tal fine, le parole del chitarrista berlinese risultano alquanto eloquenti: «Il mio è un omaggio molto personale attraverso quattro brani interamente composti da me e sei arrangiamenti piuttosto elaborati di autori brasiliani, in particolare di Guinga, Jean Charnaux, Tom Jobim e Yamandu Costa. Si tratta di un misto di musica brasiliana, jazz e musica classica moderna con un carattere quasi cameristico, con elementi del mio modo di comporre ma anche con piccoli omaggi ad autori a me cari – Ravel, Mahler, Debussy, Schoenberg, Chopin. «Canto esquecido» significa «canto dimenticato» ma anche «angolo dimenticato» ed è dedicato a Guinga, che ho avuto il piacere di conoscere a una master class. «Menino sonhador» (il ragazzo sognatore) è interamente basato su un motivo pentatonico tipico del canticchiare dei bambini che pervade tutto il pezzo. «Samba de Orfeo» è un omaggio al nostro duo «Rua Orfeo» (chitarra e contrabbasso) e un’allusione alla strada di Bologna dove abitiamo tutti e due (Via Orfeo). «Valsa melancolica» nasce dalla mia venerazione per Maurice Ravel con un vago riferimento nell’introduzione al quinto movimento del «Quatuor pour la fin du temps» di Olivier Messiaen». Al netto di ogni valutazione tecnio-estetica, «Homenagem Ao Brasil» di Matthias Hopf potrebbe essere quel viaggio appassionante in un «altro Brasile», quello che non hai fatto e che invece hai sempre immaginato, magari con la fantasia.

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