astrudGilberto

Passava ogni giorno di fronte al vecchio Bar Veloso tornando a casa dalla spiaggia, e dalla finestra del bar la vedevano sfilare il compositore Antonio Carlos Jobim e il poeta Vinicius de Moraes.Aveva 17 anni, i capelli bruni, gli occhi verdi come il mare, e si chiamava Heloisa Pinheiro. Ma il mondo ha finito per conoscerla come la Garota de Ipanema, la ragazza “piena di grazia” che Astrud Gilberto ha immortalato in un disco poi passato alla storia per aver inaugurato il genere della bossa nova. Astrud, che con la sua interpretazione in inglese della hit vinse nel 1965 il Grammy Award, il primo assegnato a un’artista brasiliana, è morta l’altra notte all’età di 83 anni.

// di Gianni Morelenbaum Gualberto //

Ho sempre amato questo video di Astrud Gilberto, tratto da un film proto-femminista ma moralista del 1964, “Get Yourself a College Girl”, in cui lei faceva sé stessa e si esibiva con Stan Getz (e un giovanissimo Gary Burton). Non per valore musicale o interpretativo: Gilberto era persino più immobile, rigida e timida del solito, una graziosa bambola apparentemente senza “ghost in the shell”. Ma il brechtiano Verfremdungseffekt era impagabile, con l”evocazione di Rio de Janeiro fra signore americane un po’ procaci e un pizzico scoperte in un albergo arredato come una sauna in un innevato Idaho.

Perché l’immagine di Astrud Gilberto è rimasta indissolubilmente e inevitabilmente legata ai suoni della bossa nova (di cui Lei non è stata certo una delle massime interpreti, ma un simbolo internazionale incomparabile) e a una certa ingannevole immagine del Brasile degli anni Sessanta, sulla soglia invero del golpe e della dittatura. Astrud Gilberto faceva parte di un immaginario collettivo coagulatosi non sul Brasile, ma su Rio de Janeiro e Copacabana, Ipanema, Leblon, quartieri-simbolo di una città che già allora, lungo le “calçada” disegnate da Burke Marx, sfoggiava una luminosa facciata di “cidade maravilhosa” per celare la cupa, violenta e vitale realtà delle “favela”, in cui si svolgevano le scene di un altro film, anch’esso veicolo di un’immagine, ben più drammatica, della città e della musica che ben presto avrebbe fatto il trionfale giro del mondo: “Orfeu negro”, di Marcel Camus, che nel 1959 diffondeva i versi e i testi di Vinícius de Moraes e le musiche di Luiz Bonfá e Antonio Carlos Jobim. Della bossa nova, patrimonio brasiliano sul quale ancora si discute, si è spesso pensato in termini di borghesia effimera, spensierata, da peculiare paradiso dei Tropici in bilico fra Natura e industrializzazione. È a quella immagine che è rimasta legata nella memoria di molti la voce malinconica, da Lolita paradossalmente timida, un po’ calante di Astrud Gilberto (nata Astrud Evangelina Weinert, da padre tedesco e madre brasiliana), priva delle sottili venature di dramma che possedeva l’inconfondibile tratto vocale del marito João Gilberto. Non vi era in lei l’animo protestarario dell’amica Nara Leão o l’afflato incendiario di Elis Regina o la sicurezza statuaria di Elizeth Cardoso, sembrava essere piombata e rimasta (cantante fra le più vendute nella storia della musica popolare) nella Storia per caso, con la sua aria elegantemente vaga, da deliziosa “ingénue”, con quei piccoli difetti (un lieve prognatismo, ad esempio) che pure arricchivano la bellezza di un volto delicato.

Astrud Gilberto ha rappresentato un Brasile di buone maniere, di buona e benestante borghesia, nei cui appartamenti a Rio si riunivano giovani musicisti e intellettuali, da Antonio Carlos Jobim a Roberto Menescal, Edu Lobo, Vinícius de Moraes per disegnare una musica solo apparentemente serena e aggraziata, in realtà percorsa sottopelle da fremiti e inquietudini, da un forte rapporto con la tradizione in cui il ritmo era abbellito da una ricerca armonica inconsueta per la musica popolare delle Americhe. Ma non erano i “tristi Tropici” che la bahiana Astrud Gilberto, la vera ragazza di Ipanema (assai di più della Musa ispiratrice, la bellissima Helô Pinheiro), incarnava, era il Brasile come esso avrebbe forse voluto essere, il Brasile malinconico e festaiolo cui aveva tributato omaggio Walt Disney attraverso Carmen Miranda. Ma i Tropici, meravigliosi nella loro lussureggiante ed erotica vitalità, sono tristi, si sa. Astrud Gilberto forse lo faceva dimenticare. Up to a point. Perché nella sua bamboleggiante voce un po’ fissa ma delicata, che era così tanto piaciuta a Walter Wanderley e a Gil Evans (che la ricordava spesso con stima), si avvertiva la malinconia di una donna perennemente giovane, candida, una Mary Pickford equatoriale sfruttata e maltrattata, anche fisicamente, dai suoi compagni di vita e di lavoro (dal successo di “Garôta de Ipanema” ricevette poco o nulla), e ora scomparsa in una silenziosa solitudine. Tristi Tropici.

Astrud Gilberto With Stan Getz – Girl From Ipanema (1964
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