Morgan On The Beach: Lee Morgan: The Complete Live At The Lighthouse (Blue Note – 2021 / 8 CD box) un cofanetto del 2021 riporta l’attenzione su una delle icone del jazz moderno

0
Live at The Lighthouse_1996_Edition

// di Roberto Biasco //

La Blue Note Records, a quasi mezzo secolo dalla sua tragica scomparsa, nel 2021 ha finalmente reso omaggio a Lee Morgan, una delle grandi trombe della storia del jazz, un artista leggendario e forse per troppo tempo sottovalutato. La pubblicazione del cofanetto di ben 8 CD – The Complete Live At The Lighthouse – (ma era disponibile anche una lussuosa versione di ben 12 LP per gli inossidabili amanti del vinile) comprende la registrazione integrale di tutti i set dei concerti tenuti tra il 10 ed il 12 luglio del 1970 presso il prestigioso Lighthouse Club di Hermosa Beach in California. In realtà queste registrazioni vennero alla luce in maniera parziale su un doppio LP pubblicato dalla Blue Note nel 1971, poi ampliato in una seconda edizione in un cofanetto di 3 CD risalente alla metà degli anni novanta, ormai fuori catalogo. Il Box ci conduce direttamente ad una svolta artistica cruciale della sua carriera: già la foto di copertina ci restituisce l’immagine di un Morgan completamente diverso. I vecchi smoking da sera con cravattino e scarpe di vernice appartengono oramai al passato, Lee è seduto in spiaggia, rilassato, a piedi nudi nella sabbia, indossando una camicia indiana in stile vagamente hippy. Ma è la musica a dirci veramente qualcosa di nuovo. Ma prima di entrare nel merito sarà bene riassumere brevemente le tappe della sua folgorante carriera.

Morgan, classe 1938, è stato un “enfant prodige”. A diciotto anni è già titolare fisso nell’orchestra di Dizzy Gillespie; subito dopo firma il contratto con la Blue Note sfornando nel giro di un anno e mezzo una decina di album come leader; nel ’57, a diciannove anni, partecipa all’incisione del leggendario “Blue Train” di John Coltrane e l’anno dopo capeggia la “front line” dei Jazz Messengers di Art Blakey assieme a Benny Golson prima, e Wayne Shorter poi. Nel 1961 esce dal gruppo ed intraprende una carriera solista che lo porterà a breve ad un successo commerciale tanto inaspettato quanto clamoroso con “The Sidewinder”, un brano “funky” energico e swingante, che, spopolando nei juke-box di tutta l’America, arriverà in vetta alle classifiche. Quel successo paradossalmente offusca la sua immagine di musicista puro ed integro. La casa discografica punta a fare subito il bis, ottenendo che i brani trainanti a dei nuovi album siano sempre più semplici ed accattivanti, mentre i lavori caratterizzati da una produzione più rigorosa e sperimentale vengono inopinatamente tenuti nel cassetto per poi vedere la luce dilazionati nel tempo, arrivando persino ad essere pubblicati postumi. Alcuni dei capolavori di quel periodo furono riscoperti soltanto a posteriori : “Search for a New Land”, inciso con Wayne Shorter nel 1965 e pubblicato solo tre anni dopo, “The Procrastinator”, ancora con Shorter e con Bobby Hutcherson al vibrafono.

Cresciuto sotto l’ala protettrice di Dizzy Gillespie e di Benny Golson, Morgan è stato l’erede spirituale di Clifford Brown, da cui ha derivato uno stile immediatamente riconoscibile, aggressivo e brillante sui tempi veloci, caldo ed emotivo nelle ballads, impreziosite dal suono rotondo della sua tromba. La sua struggente interpretazione di “I Remember Clifford”, la canzone scritta proprio da Golson in memoria di Clifford Brown, prematuramente scomparso in un tragico incidente stradale, resta negli annali della storia del jazz. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta lo stile di Morgan si sviluppa progressivamente, ampliando i propri orizzonti, fino ad approdare, seguendo la strada indicata da Miles Davis e Wayne Shorter, all’improvvisazione modale più evoluta, perfezionata a fianco dei compagni di strada più avventurosi come Jackie McLean e Grachan Moncur, diventando uno dei musicisti-simbolo di quella stagione.

In questo contesto le lunghe improvvisazioni che troviamo in queste performance dal vivo, spingono la musica verso nuovi confini, con un libertà espressiva che dilata i brani fino ai venti minuti ed oltre, dando ampio spazio ai componenti del quintetto, formato da Bennie Maupin ai sassofoni e clarinetto basso, Harold Mabern al piano, il roccioso Jymie Merritt al contrabbasso e Mickey Roker alla batteria. Una musica bruciante, dalla forte tensione emotiva, libera e mai autoreferenziale, che sfiora i confini del free jazz, mantenendo però sempre una solida cornice ritmico-armonica nella quale il quintetto può esprimere tutte le sue potenzialità senza il rischio di perdere le coordinate della propria ricerca. Con tutta evidenza Morgan in quel periodo, come molti dei suoi compagni di viaggio dell’avanguardia jazzistica, stava navigando alla “ricerca di una nuova terra”, della quale cui però, per un tragico destino, riuscirà a lambire appena le sponde. “In un certo senso questa è musica sacra – dichiarò Jymie Merritt, scomparso lo scorso anno – E questo è ciò che sentivo attraverso tutta la performance (……….) questa era musica totalmente senza compromessi, proprio nel modo in cui veniva fuori.” Queste registrazioni, le ultime catturate ufficialmente dal vivo, resteranno il suo canto del cigno, perché Lee Morgan scomparirà in circostanze tragiche appena un anno e mezzo dopo, all’età di 33 anni. Ma l’opera di un artista non si esaurisce mai con la sua scomparsa.

L’eco della sua musica si irradia nello spazio e nel tempo e risuona negli artisti venuti dopo di lui, in un arco prodigioso che ha visto e vede ancora brillare le stelle di Woody Shaw, Charles Tolliver, Terence Blanchard, Roy Hargrove, Terell Stafford, Jeremy Pelt, e Fabrizio Bosso, solo per citare alcuni tra i più brillanti continuatori di quella “tradizione d’avanguardia”, che continua a rinnovarsi nella presunzione di arrivare sempre oltre l’orizzonte conosciuto.

UNA VITA DIFFICILE

Si sa praticamente tutto del Lee Morgan musicista: la sua vastissima produzione discografica copre dell’uomo e della sua tragica storia personale, segnata da un pesante rapporto con la tossicodipendenza. Il libro di Tom Perchard tradotto e pubblicato nel 2009 da Odoya, l’unico reperibile sull’argomento, non è stato all’altezza di indagare fino in fondo i motivi e le circostanze per cui, in quella notte di tregenda del 19 febbraio del 1972, con la città di New York bloccata da una tempesta di neve, appena fuori dalla porta dello Slug’s, il piccolo club sprofondato nel Lower East Side di Manhattan, la sua donna, Helen Moore, arrivò al punto di puntare la pistola e colpirlo a morte.Molto più preciso, ed a tratti commovente, è invece il docu-film “I Called Him Morgan”, uscito nel 2016 e tuttora facilmente reperibile in rete. Recuperando una rara ed esclusiva intervista audio a Helen Moore, registrata nel 1996 dal docente e conduttore radiofonico Larry Reni Thomas, il regista svedese Kasper Collin ripercorre puntualmente tutta la vicenda, andando a ricostruirne i punti più dolorosi, con interviste di prima mano ai diretti testimoni, come i musicisti e gli amici presenti quella tragica notte.

NOTA: Articolo parzialmente pubblicato sul settimanale LEFT del 10/09/2021.

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *