«Time Machine» di Maurizio Rolli – Sound Archives: il basso come pensiero narrante, tra memoria jazzistica e libertà moderna
«Time Machine» unisce competenza superiore, immaginazione, memoria storica e piacere del suonare. Rolli agisce con autorevolezza serena, senza proclami, consegnando uno dei lavori italiani più maturi e musicalmente eloquenti degli ultimi anni.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Maurizio Rolli giunge con «Time Machine» a una stagione creativa nella quale l’esperienza accumulata nel corso di decenni non pesa come repertorio da esibire, ma agisce quale materia viva, pronta a riorganizzarsi entro un linguaggio ancora inquieto, curioso e sorprendentemente mobile. Il disco possiede infatti la qualità rara delle opere mature che non cercano alcuna legittimazione: parlano con autorevolezza perché hanno interiorizzato il mestiere, la disciplina e il rischio. Rolli, figura di solida formazione tecnica e di vasta cultura strumentale, consegna un album ampio, sorvegliato e insieme animato da un impulso ludico, nella quale il basso elettrico, il fretless e il contrabbasso cessano di occupare il consueto ruolo di fondamento ritmico per assumere una funzione narrativa piena.
La lunga frequentazione con maestri della scena internazionale, da Mike Stern a Hiram Bullock, da Peter Erskine a Bob Mintzer, non affiora come semplice prestigio curricolare. Quelle prossimità artistiche hanno lasciato piuttosto un metodo, un’etica dell’ascolto reciproco e una nozione alta di ensemble. In «Time Machine» ogni presenza strumentale interviene secondo una prassi cameristica, persino nei momenti di maggiore espansione dinamica. Il quintetto non procede per sovrapposizione di assoli, ma per circolazione di idee, scambio di cellule ritmiche, rilancio continuo del materiale tematico, tra accentazioni e reminiscenze fusion. Il titolo allude al tempo, e il tempo rappresenta il vero centro teorico del progetto. Non soltanto tempo come memoria, biografia e citazione, ma tempo quale sostanza musicale plasmabile. Rolli lavora sulle durate, sugli slittamenti d’accento, sulle sospensioni metriche, sui ritorni inattesi. In tal senso l’album intrattiene un rapporto sottile con certa riflessione novecentesca, da Stravinskij alla pulsazione franta di Henri Dutilleux, filtrata però entro una grammatica jazzistica nutrita di groove, improvvisazione e immediatezza comunicativa.
«J.C.14» inaugura il percorso con notevole sicurezza d’intenti. La batteria di Peter Erskine imprime una scansione elastica, mai invadente, mentre il basso di Rolli distribuisce il fraseggio con eloquenza quasi orchestrale. L’episodio possiede un profilo acustico terso, attraversato da un senso del moto che ricorda certe scritture fusion degli anni migliori, ripensate tuttavia con misura contemporanea. Non nostalgia, dunque, quanto rilettura consapevole. «Basso Pigliatutto», già dal titolo ironico, mostra il lato più disinvolto dell’autore. Virtuosismo e humour convivono senza attriti. La perizia tecnica non cade mai nell’esibizione atletica, poiché ogni figurazione conserva funzione sintattica precisa. Rolli conosce il valore della sottrazione e sa quando una pausa risulti più eloquente di una cascata di note. In «Bong For Sarri» l’ingresso del tenore di Bob Mintzer produce una variazione di prospettiva significativa. Il sassofono innesta una dizione franca, nervosa, talora obliqua, che Rolli accoglie mediante linee basse mobili e acute modulazioni armoniche. Il dialogo fra i due rivela una scrittura accorta, nutrita di rispetto per la tradizione hard bop e di aperture ritmiche prossime al funk colto. «A Tre Mani» merita menzione particolare per l’equilibrio interno. Qui la dimensione quasi cameristica permette di osservare la finezza distributiva del compositore. Le voci si dispongono con chiarezza geometrica, eppure nulla suona meccanico. L’intelligenza costruttiva convive con un respiro spontaneo che appartiene soltanto ai musicisti davvero preparati. «Ethra’s Tears» apporta una zona lirica di intensa misura. Rolli evita qualsiasi sentimentalismo, preferendo una malinconia trattenuta, resa mediante registri medi, leggere flessioni dinamiche e una cantabilità che trova nel fretless uno strumento ideale. Il suono assume qui una velatura acustica quasi vocale. La scelta di affrontare «Giant Steps» comporta sempre un rischio storico, poiché il capolavoro coltraniano impone un confronto con una delle più severe architetture armoniche del jazz moderno. Rolli e Giulio Gentile, eludono la trappola reverenziale. Il celebre circuito tonale viene trattato con lucidità e slancio, senza irrigidirsi in esercizio accademico. La velocità armonica rimane intatta, ma il fraseggio conserva chiarezza di pronuncia e senso cantabile. «Rain On The Train», «Problemi Di Donne» e «Tempo Indeterminato» ampliano ulteriormente la tavolozza del disco. Affiorano umori cinematografici, spigoli urbani, improvvise aperture melodiche e una costante attenzione alla forma lunga. Particolarmente riuscito «Tempo Indeterminato», dove la durata estesa consente a Rolli di sviluppare un’argomentazione musicale stratificata, ricca di deviazioni e ricongiungimenti. La presenza di Emanuela Di Benedetto in «Mia-Amore A Prima Vista» pennella un diverso colore espressivo, collocando la voce entro il tessuto strumentale senza gerarchie estrinseche. Anche qui Rolli preferisce integrazione e dialogo, non semplice accompagnamento.
Va sottolineata inoltre la scelta editoriale del booklet con QR code, disponibile separatamente, che consente il download in formato 24-bit/48 kHz oltre all’MP3. Non si tratta soltanto di una soluzione pratica o ecologica. Vi si legge una riflessione concreta sul mutamento dei supporti, sul desiderio ancora vivo di possedere un oggetto culturale e sulla necessità di ridurre sprechi materiali senza rinunciare alla cura grafica. Il lavoro visivo di Filippo Motole e le note di Bill Milkowski concorrono così a un’opera pensata nella sua interezza, non come mero contenitore di file. «Time Machine» persuade soprattutto per questo motivo: unisce competenza superiore, immaginazione, memoria storica e piacere del suonare. Pochi bassisti-compositori riescono a tenere insieme funzione strutturale e libertà narrativa con pari naturalezza. Rolli vi riesce con autorevolezza serena, senza proclami, consegnando uno dei lavori italiani più maturi e musicalmente eloquenti degli ultimi anni.

