Baba Sissoko & Mediterranean Blues con «No War»: il Mediterraneo come grammatica musicale (Phonotype Record, 2026)
Nessun folklore, nessuna estetica dell’incontro costruita per soddisfare l’immaginario della world music. Rimane piuttosto una musica che sembra ricordare ciò che troppo spesso la geografia politica tende a far dimenticare: prima delle frontiere esistevano già i suoni, e i suoni avevano imparato a viaggiare molto prima degli uomini.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Esiste un equivoco ricorrente quando si affrontano progetti come quello di Baba Sissoko. L’accostamento fra Africa e Occidente continua infatti a essere descritto mediante categorie quali contaminazione, fusione o dialogo interculturale, quasi che le due sponde del Mediterraneo appartenessero a universi musicali reciprocamente estranei. Una prospettiva storicamente fragile. Il Mediterraneo non separa: sedimenta. Secoli di migrazioni, commerci, dominazioni e pratiche rituali hanno lasciato in eredità una trama di relazioni nella quale ritmi, sistemi modali, pratiche vocali e concezioni del tempo musicale hanno continuato a riconoscersi ben oltre ogni confine politico. «No War» acquista significato proprio all’interno di questa memoria condivisa.
Il repertorio evita qualsiasi ricerca dell’esotico. Le matrici dell’afrobeat, del blues, del rock e del funk non vengono esibite come segni identitari, quanto assorbite entro un lessico comune, alimentato dalla tradizione griot e dalla lunga circolazione di forme musicali che dal Sahel hanno attraversato il Nord Africa fino alle coste europee. Più che una successione di influenze, una continuità culturale. L’elemento ritmico costituisce il principale principio organizzativo dell’intero lavoro. Tama, ngoni, djembe e batteria articolano livelli temporali differenti, affidando alla reiterazione il compito di produrre variazione. Non interessa l’accento spettacolare né l’esibizione virtuosistica; la pulsazione modifica progressivamente la percezione dell’ascolto mediante piccoli slittamenti, sovrapposizioni cicliche e un costante riequilibrio fra permanenza e trasformazione. Anche il blues, in questo contesto, recupera una dimensione meno idiomatica e più genealogica, quasi un ritorno alle proprie radici africane piuttosto che una semplice citazione del linguaggio afroamericano.
Napoli non compare soltanto come luogo della registrazione. La città diviene parte integrante del discorso musicale, spazio storico nel quale Oriente, Africa ed Europa hanno continuamente ridefinito le rispettive identità sonore. La presenza dell’armonica, accanto al clarinetto, alla chitarra elettrica e agli strumenti della tradizione mandinga, restituisce l’immagine di un Mediterraneo nel quale le differenze non chiedono di essere annullate, ma ascoltate nella loro reciproca prossimità. Perfino il titolo evita qualsiasi ambiguità. «No War» non affida il proprio significato alla retorica dello slogan, né trasforma la musica in semplice veicolo di un messaggio politico. La pace assume qui un valore eminentemente culturale: riconoscimento dell’altro, rifiuto dell’omologazione, possibilità di abitare la differenza senza trasformarla in conflitto. Da questa prospettiva acquistano particolare rilievo brani come «Immigres», nei quali il tema della migrazione perde ogni dimensione contingente per diventare una condizione costitutiva della storia mediterranea, assumendo un significato ancora più radicale. La migrazione non appartiene soltanto agli uomini; riguarda anche le forme musicali, gli strumenti, le pratiche vocali, le scale modali e i ritmi. Nessuna tradizione nasce immobile. Il blues conserva nella propria genealogia il ricordo dell’Africa occidentale così come molte pratiche del Mediterraneo continuano a custodire le vestigia di un passato condiviso. L’emigrazione, allora, perde il carattere dell’emergenza contemporanea per ritrovare la propria dimensione originaria: condizione permanente della storia umana.
L’apertura affidata a «No War» non coincide con una semplice dichiarazione d’intenti. Prima ancora della cronaca e della politica, la guerra interrompe la circolazione delle culture, mentre la musica nasce esattamente dal movimento opposto: attraversamenti, incontri, stratificazioni, memorie che nessun confine riesce a trattenere. L’intero album prende forma da questa consapevolezza, facendo del Mediterraneo non una linea di separazione, ma uno spazio storico nel quale tradizioni apparentemente lontane riconoscono una comune appartenenza. Con «Na Na Na e Napoli» il discorso approda naturalmente in una città che da secoli vive dell’incontro fra mondi differenti. Napoli non coincide soltanto con una capitale musicale; costituisce uno dei grandi archivi sonori del Mediterraneo, dove la vocalità popolare, la tradizione colta, i repertori di strada e le culture provenienti dai porti hanno continuamente ridefinito il proprio lessico. L’accostamento con il Mali smette così di apparire insolito, perché entrambe le sponde condividono una lunga consuetudine con il viaggio, con la memoria orale e con la funzione sociale della musica. Anche li passaggi successivi seguono la medesima traiettoria, nella quale ogni titolo aggiunge un tassello a un discorso più ampio sulla relazione fra identità e differenza. Nessuna appartenenza esclusiva, nessuna gerarchia culturale, piuttosto la convinzione che ogni linguaggio musicale conservi il ricordo di incontri precedenti e continui a trasformarsi proprio grazie alla capacità di accogliere nuove esperienze senza rinunciare alle proprie radici.
L’intero percorso finisce così per assumere il valore di una riflessione sulla memoria del Mediterraneo. Le sponde cambiano nome, le lingue mutano, gli strumenti si trasformano, ma la circolazione delle idee musicali continua a seguire itinerari assai più antichi delle geografie politiche. Baba Sissoko non propone un’utopia multiculturale; richiama alla memoria una realtà storica che precede il nostro tempo. La pace, in questa prospettiva, non coincide con un semplice auspicio morale. Diventa la condizione necessaria affinché quella lunga conversazione fra popoli, iniziata molti secoli fa sulle rive del Mediterraneo, possa continuare a trovare nella musica la propria lingua più autentica. L’aspetto più convincente dell’album riguarda proprio questa consapevolezza storica. Nessun folklore, nessuna estetica dell’incontro costruita per soddisfare l’immaginario della world music. Rimane piuttosto una musica che sembra ricordare ciò che troppo spesso la geografia politica tende a far dimenticare: prima delle frontiere esistevano già i suoni, e i suoni avevano imparato a viaggiare molto prima degli uomini.

