Ivan Valentini con «Camera Funky»: una sintassi del groove, il ritmo come principio costruttivo (Cose Sonore, 2026)
L’equilibrio fra elaborazione formale, improvvisazione e impulso ritmico restituisce l’immagine di un musicista che preferisce interrogare linguaggi differenti piuttosto che abitarne uno soltanto, facendo della contaminazione un principio strutturale prima ancora che estetico.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Oltre trent’anni di esperienze disseminate fra jazz, black music, rock e scrittura contemporanea confluiscono in «Camera Funky», nuovo lavoro di Ivan Valentini, pubblicato da Cose Sonore. Più che una semplice sintesi delle tappe percorse, il disco restituisce l’immagine di un autore che ha progressivamente assimilato linguaggi differenti, lasciandoli convivere all’interno di una grammatica personale, sorretta da un saldo controllo della forma e da una costante curiosità nei confronti delle possibilità offerte dalla materia sonora.
Il sassofonista modenese orienta questa nuovo progetto verso un impatto acustico più incisivo, affidando al funk la funzione di principio propulsore dell’intero lavoro. L’energia ritmica, tuttavia, non assorbe né attenua il rigore della scrittura; ogni episodio mantiene infatti una precisa organizzazione interna, dove polimetrie, tempi irregolari, cellule ostinate, profili melodici angolari e riferimenti alla tecnica dodecafonica partecipano alla costruzione di un linguaggio che conserva equilibrio anche quando la superficie sembra privilegiare l’istinto. «Da sempre cerco di esplorare mondi musicali differenti senza fermarmi in un solo territorio», racconta Valentini. «Ed è proprio questa inclinazione alla contaminazione a guidare Camera Funky, disco che unisce groove, sperimentazione e una forte identità sonora». Il progetto raccoglie idealmente il percorso inaugurato con «Rust & Blue», pubblicato circa un decennio fa, sviluppandone alcune intuizioni timbriche. La scelta del basso elettrico, preferito ancora una volta al contrabbasso, imprime infatti una diversa impronta acustica all’ensemble, accentuando il peso del registro grave e rendendo più incisiva la componente ritmica. Accanto a Valentini si muove un organico di musicisti che partecipa con piena consapevolezza alla costruzione del disegno musicale. Il chitarrista Luca Perciballi e il bassista Alessio Bruno, collaboratori di lunga data, condividono con il leader un lessico ormai consolidato, mentre il trombettista Matteo Pontegavelli e il batterista Nelide Bandello contribuiscono ad ampliare la tavolozza espressiva con un’interazione sempre funzionale alla coerenza dell’insieme.
L’opener, «Fu-Gu», prende forma da un riff di basso dalla forte impronta magnetica, sul quale gli spostamenti d’accento alimentano una pulsazione irrequieta. Una sezione centrale rallenta il flusso ritmico, favorendo un’improvvisazione simultanea di sax e tromba che valorizza il dialogo contrappuntistico fra le due voci. «Rabbit in a Bag» inclina verso un orizzonte decisamente rock. La trama dei fiati, ridotta all’essenziale, deriva dall’interpolazione di due scale esatonali, mentre la sezione ritmica sostiene con decisione l’intero sviluppo del componimento. «Overload» rappresenta uno degli episodi più complessi dell’album. La polimetria governa l’intera costruzione formale, accogliendo linee sovrapposte, relazioni intervallari irregolari e scale quadrifoniche che sfociano in un’improvvisazione collettiva libera, prima che il materiale musicale ritrovi un nuovo punto di equilibrio. «Acque dense» sviluppa una scrittura costruita intorno a riff di evidente matrice rock, mentre il materiale melodico procede lungo un itinerario cromatico fondato sugli intervalli di terza minore e quarta giusta, producendo un continuo senso di instabilità controllata. «Charnold» manifesta con maggiore evidenza la formazione jazzistica dell’autore. Una serie dodecafonica fornisce il materiale di riferimento, impiegato con ampia libertà tanto nella definizione del tema quanto nelle sezioni improvvisate, senza alcuna adesione dogmatica ai principi seriali. «Bishop’s Move» concentra invece la propria forza espressiva sull’essenzialità. Un riff di basso compatto sostiene il dialogo con i fiati, dando vita a una costruzione asciutta, dinamica e priva di ridondanze. «Orbit Ten» sviluppa una polimetria orizzontale distribuita lungo sei differenti metri, mantenuti in reciproca relazione dalla continuità del basso elettrico, autentico elemento unificante dell’intera pagina. La conclusione affidata a «Soul Pain, Soul Gain» restituisce il volto più diretto dell’autore. Il riferimento dichiarato alla tradizione soul e alla black music non assume il carattere della citazione nostalgica; quel patrimonio linguistico alimenta piuttosto una riflessione personale, filtrata da una scrittura che conserva intatta la propria identità.
Registrato, mixato e masterizzato presso il Fieno Recording Studio di Modena da Michele Bonifati e Matteo Pontegavelli, «Camera Funky» documenta una maturità compositiva costruita nel tempo. L’equilibrio fra elaborazione formale, improvvisazione e impulso ritmico restituisce l’immagine di un musicista che preferisce interrogare linguaggi differenti piuttosto che abitarne uno soltanto, facendo della contaminazione un principio strutturale prima ancora che estetico.

