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Miles li avrebbe fatti respirare, avrebbe calibrato il loro apporto, li avrebbe, in talune circostanze, fatti suonare più piano. Le dinamiche del suono sarebbero state più ampie e il virtuosismo dei singoli musicisti sarebbe stato al servizio del bene supremo del «progetto». Non poteva mancare, almeno per me, un confronto con il passato e, nonostante il presente non potesse competere con il glorioso trascorso, il concerto mi è piaciuto moltissimo.

// di Marcello Marinelli //

Il concerto fa parte dello speciale tour «We Want Miles!», ideato da Marcus Miller per celebrare il centenario della nascita di Miles Davis. Il nome del tour, We Want Miles, è stato voluto e ideato da Marcus Miller per celebrare la mitica figura, quando la parola «mitica» non è abusata, di uno dei più grandi musicisti del ’900, sua maestà Miles Davis. «We Want Miles» è anche il nome di un disco dal vivo di Miles Davis pubblicato nel 1982 e registrato in vari concerti dal vivo nel 1981. Di quel periodo e di quel disco sono presenti in questo concerto Marcus Miller al basso elettrico, clarinetto basso e composizioni, Mike Stern alla chitarra, Bill Evans ai saxes e Mino Cinelu alle percussioni. Si aggiungono a questo quartetto Russell Gunn alla tromba, Brett Williams alle tastiere e Anwar Marshall alla batteria. Questo concerto, con il nome di quel celebre disco dal vivo, ripropone l’ultima fase della carriera del Nostro, dal grande ritorno nel 1981 dopo un lungo silenzio che durava dal 1975. Dalle prime note il sound del celebre disco del 1982 viene riproposto in tutto il suo potenziale beat jazz elettrico. Quando inizia il concerto, la mia mente va ai primi anni ’80 e immagino l’avatar di Miles Davis in mezzo ai componenti del concerto di Roma del 2026. Vedo la sagoma del trombettista che si aggira discreto, ma con un’autorità di presenza che non ha bisogno di grandi gesti per imporsi. Poi l’immagine fantasticata scompare e lascia spazio alla realtà delle cose, ai musicisti presenti in carne e ossa e, con una dissolvenza, Miles si eclissa, si ritira nell’etere e, dall’alto dei cieli, controlla come i suoi discepoli vogliono tributarlo.

Molta curiosità ho nei confronti del trombettista che è chiamato nell’eroica e disperata impresa di sostituire, sostituire si fa per dire, la tromba del Divino. Capisco dalle prime note che non sarà una pedissequa imitazione del timbro e del fraseggio del Divino e che, con un’originale timbrica, svolge il suo ruolo con grande profitto, senza apparenti timori nei confronti della Storia. Lo stesso Marcus Miller, nell’introduzione parlata del concerto, aveva sottolineato questo aspetto: chi poteva sostituire il Divino? La decisione era poi caduta su questo trombettista di Chicago di nascita e di St. Louis di adozione, St. Louis come la città di nascita di Miles. La cosa che più apprezzo nella sua esibizione, al di là del suo modo di suonare, è il suo atteggiamento scenico. Si posiziona nelle retrovie, quasi appartato dal gruppo quando non suona. Solo quando esegue degli assoli o quando espone i temi dei brani conquista la posizione predominante sul palco insieme ai veterani. Lascia la scena ai musicisti storici di Miles, come è giusto che sia. Una sorta di entrata in punta di piedi: c’è solo la giusta deferenza nei confronti del Divino e la sua discrezione nei movimenti scenici fa risaltare ancor di più la sua bravura, ovviamente non comparabile con quella di Miles. Russell Gunn è consapevole del peso che questa esibizione-tributo comporta. La musica ripropone i classici di quel periodo: Aida (da The Man with the Horn, 1981), Fat Time (da The Man with the Horn, 1981), Catémbe (da Star People, 1983), My Man’s Gone Now (standard di Gershwin rivisitato in We Want Miles, 1982), Hannibal (da Amandla, 1989), Jean-Pierre (da We Want Miles, 1982). Il bis sarà Tutu. Non mancano però riferimenti al passato remoto di Davis, ovvero In a Silent Way (da In a Silent Way, 1969) e Bitches Brew (da Bitches Brew, 1970). Tutto funziona a meraviglia, ma la domanda sorge spontanea: «Com’è la musica di Miles senza Miles?». Con tutto il bene possibile che provo per questi musicisti che adoro, è difficile sfuggire al passato e al confronto con Miles. I musicisti sono in larga parte gli stessi di allora, ma la musica di Miles senza Miles è una contraddizione in termini.

Non ci può essere la musica di Davis senza Davis perché Miles non era solo il leader, ma era anche il direttore del gruppo. Nessuno può sostituire la direzione di Miles. Si può imitare il suono della sua tromba, ma nessuno può sostituire il carisma del Divino. Ho avuto la fortuna di vedere molti concerti di Miles in quegli anni meravigliosi e la presenza scenica del trombettista faceva la differenza e rendeva quei concerti memorabili, i più belli che io abbia mai visto. Probabilmente, se fosse stato presente in questo, il Divino avrebbe rallentato in qualche occasione, avrebbe deciso che bisognava cambiare rotta, che un assolo doveva finire, che le dinamiche dovevano essere più accentuate, che in qualche frangente bisognava svuotare più che riempire. Miles, il re del vuoto, rendeva bella la sua musica anche quando non suonava. Con quei movimenti impercettibili dettava la linea, stabiliva il volume e la durata dei brani. Nel concerto di Roma mancava quel tipo di direzione, quel tocco di genio che solo Miles, con la sua presenza e con il suo carisma, poteva avere. Il concerto si è svolto con impeccabile maestria da parte di tutti i musicisti, ma mancava quel guizzo, quell’estro, quella direzione che il Divino sapeva imprimere. Avrebbe certamente contenuto l’esuberanza di Bill Evans e di Mike Stern, che suonavano senza respiro; Miles li avrebbe fatti respirare, avrebbe calibrato il loro apporto, li avrebbe, in talune circostanze, fatti suonare più piano. Le dinamiche del suono sarebbero state più ampie e il virtuosismo dei singoli musicisti sarebbe stato al servizio del bene supremo del «progetto». Non poteva mancare, almeno per me, un confronto con il passato e, nonostante il presente non potesse competere con il glorioso trascorso, il concerto mi è piaciuto moltissimo. Ho rivissuto i fasti di quel periodo. Miles, al bis con Tutu, comunque ha fatto capolino, si è messo a volteggiare sinuosamente nella nube sonora che avvolgeva il palco e, contrariamente al solito, ho visto nitidamente la faccia del Divino che rideva e ho esclamato in segno di giubilo: «Miles smiles»

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