«A Bigger Boat» di Pasquale Buongiovanni: un percorso tra scrittura e improvvisazione, fluidità e precisione (AlfaMusic, 2026)
L’interazione fra i tre musicisti restituisce una trama sonora in cui la precisione esecutiva si coniuga con una costante attenzione alla flessibilità del tempo e alla mutevolezza dei percorsi armonici, in una scrittura che evita ogni irrigidimento retorico e preferisce una continua ridefinizione del campo percettivo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
La formazione a trio con chitarra, contrabbasso e batteria attraversa la storia del jazz come una delle soluzioni più essenziali e al contempo più esposte alla responsabilità del dettaglio. L’assenza di strumenti armonici tradizionalmente deputati alla saturazione verticale lascia emergere un campo sonoro in cui ogni gesto assume valore strutturale, ogni pausa acquisisce rilievo formale, ogni scelta dinamica si riflette sull’equilibrio complessivo. Nel percorso storico che da Jim Hall con Red Mitchell e Larry Bunker conduce alle stagioni più rarefatte di Bill Frisell, fino alle declinazioni contemporanee di John Scofield in contesti cameristici, si osserva una progressiva emancipazione della chitarra da funzione meramente accompagnante. Pat Metheny, in differenti assetti trio, ha ulteriormente ampliato tale orizzonte, affidando alla chitarra il compito di articolare spazi armonici mobili, talvolta appena suggeriti, talvolta apertamente dichiarati, mentre la sezione ritmica assumeva una funzione quasi orchestrale, capace di distribuire peso e leggerezza con estrema precisione.
All’interno di tale genealogia si colloca «A Bigger Boat» di Pasquale Buongiovanni, pubblicato da AlfaMusic, con la partecipazione di Antonello Losacco al contrabbasso e Mimmo Campanale alla batteria. La formazione si muove con consapevole equilibrio nell’alveo di una scrittura che privilegia chiarezza formale e mobilità ritmica, senza indulgere in ridondanze. La chitarra di Buongiovanni assume un ruolo centrale nella definizione delle traiettorie melodiche, mentre contrabbasso e percussioni non si limitano a sostegno, ma partecipano a una costante ridefinizione delle direzioni armoniche e dei piani dinamici. L’opener, «Zero Air», lascia affiorare un clima sonoro sospeso tra rarefazione e impulso ritmico trattenuto. Il disegno melodico si sviluppa per cellule brevi, spesso frammentate, affidate a un fraseggio chitarristico che alterna linee nette a micro-variazioni. Il contrabbasso di Losacco lavora su bordoni mobili e controcanti discreti, mentre Campanale costruisce un tessuto percussivo che evita ogni rigidità metronomica, preferendo una distribuzione irregolare degli accenti. «Fino a nuovo disordine» amplia il campo armonico mediante progressioni che oscillano tra centri tonali non stabilizzati. La chitarra disegna un percorso che rimanda a certe pratiche post-impressioniste del jazz europeo, con accenti che richiamano, per sensibilità più che per citazione diretta, l’attenzione al colore armonico di alcune esperienze ECM degli anni Ottanta. Il contrabbasso interviene con linee discendenti che frammentano la percezione della pulsazione, mentre la batteria interviene con interventi puntuali, quasi scultorei. «Un giorno forse» si concentra su una scrittura più lirica, dove la melodia si distende in un andamento che privilegia la continuità. La chitarra assume una funzione narrativa più esplicita, mentre la sezione ritmica riduce l’opulenza degli interventi, lasciando spazio a un respiro ampio, non privo di sottili slittamenti metrici.
«Evil Twin» riporta il trio verso un terreno più frastagliato. La composizione si articola su un motivo principale che viene progressivamente disgregato e ricomposto, secondo una logica di variazione continua. Campanale interviene con figure spezzate, talvolta quasi scomposte, che dialogano con le incursioni del contrabbasso in registro medio-alto. La chitarra assume qui una funzione di coordinamento interno, mantenendo coesione tra elementi in apparente divergenza. «Persistenza graduale» si sviluppa su un principio di accumulazione lenta, dove piccoli nuclei tematici si espandono senza soluzione di continuità. L’assetto armonico si muove per sovrapposizioni leggere, evitando punti di risoluzione netta. Il lavoro del contrabbasso si distingue per una particolare attenzione alla micro-variazione dell’intonazione, mentre la batteria costruisce un flusso che privilegia il controllo del tempo interno piuttosto che la marcatura esplicita del battito. «Manipula» accentua la componente ritmica, con un dialogo serrato tra chitarra e batteria. Il materiale tematico si presta a trasformazioni rapide, quasi improvvise, mentre il contrabbasso svolge funzione di cerniera tra registri differenti. La scrittura evidenzia una particolare attenzione alla plasticità del tempo, che viene continuamente riorganizzato senza mai perdere coerenza complessiva. «Land(e)scape» apre una dimensione maggiormente spaziale. Il titolo trova riscontro in una costruzione sonora che alterna superfici più aperte a zone di maggiore concentrazione. La chitarra lavora su accordi sospesi e intervalli ampi, mentre il contrabbasso costruisce linee che sembrano disegnare prospettive oblique. La batteria interviene con discrezione, privilegiando piatti e risonanze prolungate. «Elegia cinetica» chiude il percorso con un equilibrio tra movimento e memoria tematica. La composizione si sviluppa attraverso ritorni motivici che non assumono mai forma ciclica rigida, ma piuttosto evocano una circolarità imperfetta. La chitarra conduce il percorso con una procedura che alterna momenti di intensità controllata e aperture improvvise, mentre contrabbasso e batteria sostengono una traiettoria che rimane costantemente in trasformazione.
L’intero lavoro di Buongiovanni si attesta all’interno di una sensibilità compositiva che privilegia la trasparenza dell’impianto formale e la mobilità delle relazioni interne. La scelta del trio consente una esposizione diretta del materiale musicale, dove ogni intervento strumentale assume valore strutturante. L’interazione fra i tre musicisti restituisce una trama sonora in cui la precisione esecutiva si coniuga con una costante attenzione alla flessibilità del tempo e alla mutevolezza dei percorsi armonici, in una scrittura che evita ogni irrigidimento retorico e preferisce una continua ridefinizione del campo percettivo.

